La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Il trionfo del business, la cerimonia d’apertura e l’impatto mediatico della manifestazione

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

url-1Come già anticipato nei paragrafi precedenti, una delle svolte dei Giochi
Olimpici di Los Angeles 1984 fu quella di affidare l’intera organizzazione
dell’evento nelle mani di Peter Ueberroth, Presidente del Comitato Organizzatore
che si impegnò nell’impresa di non utilizzare denaro pubblico dato che l’utilizzo dei
fondi statali rischiò di mandare sul lastrico l’intero Quebec dopo l’edizione di
Montreal 1976. Curiosamente nato il 2 settembre 1937, lo stesso giorno della morte
del padre dei Giochi, il Barone Pierre de Coubertin, Ueberroth, che alla fine del
1984 sarà eletto uomo dell’anno dalla rivista “Time”, ebbe carta bianca sul reperire i
fondi necessari per lo svolgimento della manifestazione dalle fonti più disparate.
In primis dalle televisioni che versarono nelle casse del Comitato
Organizzatore oltre 286 milioni di dollari; il monopolio era quasi totalmente della
ABC Television che fin dalla firma del contratto nel 1979 spese ben 225 milioni di
dollari per avere l’esclusiva della maggior parte degli eventi. Una diretta costante
considerata però dal resto del mondo eccessivamente “di parte” perché spesso si
fissava sulle gare degli atleti statunitensi lasciando in secondo piano eventi più
interessanti che però non vedevano gli americani come protagonisti.

Gli sponsor privati iniziarono dunque a firmare contratti milionari con il
comitato organizzatore che non ebbe scrupoli ad intitolare palazzetti ed impianti
sportivi col nome dell’azienda che li aveva sponsorizzati. Nell’azione di risparmio
intrapresa da Ueberroth, solo due impianti furono costruiti, mentre tutti gli altri
furono solo ristrutturati: uno fu il McDonald’s Olympic Swim Stadium, inaugurato
nel luglio del 1983 e finanziato unicamente dalla catena di fast food, mentre l’altro
fu l’Olympic Velodrome che invece fu sponsorizzato dalla catena di convenience
store 7-Eleven. In cambio della pubblicità, Ueberroth aveva ottenuto due nuove
strutture a costo zero.

L'elenco degli sponsor dei Giochi

L’elenco degli sponsor dei Giochi

Tuttavia in alcune circostanze il risparmio fu eccessivo: furono infatti
autorizzati impianti precari e senza norme di sicurezza per atleti e spettatori.
Paradossalmente gli atleti del tiro a volo quando mancavano pochi giorni all’inizio
dei Giochi non sapevano dove avrebbero dovuto gareggiare. Inoltre il sevizio di
vigilanza fu affidato ad un gruppo di volontari (oltre 50.000).
I Giochi di Los Angeles rappresentarono quindi il trionfo del business e dei
finanziamenti privati, la filosofia che in quegli anni andava per la maggiore
all’interno dei capitalistici Stati Uniti. Addirittura la torcia olimpica fu sponsorizzata
dalla AT&T, mentre McDonald’s promosse una campagna di offerte e regali ad
ogni medaglia conquistata dagli Stati Uniti, ma non aveva fatto i conti col
boicottaggio sovietico che fece fallire una buona dose di ristoranti a causa del numero spropositato di successi americani. Il simbolo della Coca-Cola era ovunque,
così come quello della Marlboro che invase ogni pagina dell’edizione speciale
sull’Olimpiade della rivista sportiva Sports Illustrated.
Oltre alla figura di Ueberroth, che negli anni seguenti ai Giochi diverrà un
famoso dirigente nel mondo del baseball statunitense, non è da tralasciare quella del
Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch, artefice di una rivoluzione costante
durante i suoi 20 anni di presidenza poiché promotore di un’idea più aperta riguardo
alla partecipazione olimpica rispetto alle anacronistiche idee dei suoi predecessori.
Su tutte, la distinzione tra dilettanti e professionisti che venne meno e finalmente
chiunque era in grado i prendere parte ai Giochi Olimpici. Inoltre ovviamente il
finanziamento privato promosso da Ueberroth che diede vita ad un risanamento
delle casse del CIO.

L’evento fu comunque un successo straordinario e si può sintetizzare nel
trionfo del capitalismo degli Stati Uniti e nel successo del business rilanciato da un
ex agente di viaggi che impiegò anima e corpo nell’organizzazione di una
manifestazione planetaria.
La Cerimonia d’apertura fu una delle più sfarzose ed esagerate della storia dei
Giochi Olimpici, anche perché gli Stati Uniti sentivano il dovere di rispondere a
tono all’Unione Sovietica dopo l’edizione di quattro anni prima a Mosca. Per fare
ciò furono contattati ovviamente da Ueberroth i professionisti della vicinissima
Hollywood che ebbero il compito di inscenare un musical che raccontasse la storia
della nazione.
Il 28 luglio 1984 il Los Angeles Memorial Coliseum era gremito in ogni ordine
di posto (92.516 persone erano presenti sugli spalti); poco dopo le 16.30, ebbe
inizio lo spettacolo con l’entrata del “Rocket Man”, l’uomo razzo, che per qualche
decina di secondi sorvolò lo stadio grazie ad uno speciale zaino con propulsori che
gli permetteva di volare. Tutto questo per ricordare all’Unione Sovietica e al mondo
intero l’impresa di 15 anni prima della missione Apollo 11 che portò il primo uomo
sulla Luna. In seguito vennero rilasciati nel cielo migliaia di palloncini colorati (tutti rigorosamente sponsorizzati) e il Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan,
fece il suo ingresso trionfale nello stadio poco prima dell’inno nazionale
statunitense.

L'uomo razzo durante la Cerimonia d'apertura

L’uomo razzo durante la Cerimonia d’apertura

Il musical, che durò circa tre quarti d’ora, fu un vero successo patriottico, tanto
che il giornalista Dave Anderson, sulle pagine del New York Times, scrisse: “Lo
spettacolo dell’intervallo al Super Bowl in confronto sembra una recita scolastica”.
Il tema affrontato fu la breve storia degli Stati Uniti dalla fine del XVIII secolo fino
al secondo dopoguerra. Questo anticipò la consueta sfilata di tutte le delegazioni
che prendevano parte ai Giochi; la parata fu introdotta dalla famosa canzone di John
Williams Los Angeles Olympic Theme. Poco dopo le 19.00 fu invece il momento di
due importanti discorsi: quello di Peter Ueberroth, Presidente del Comitato
Organizzatore, e quello di Juan Antonio Samaranch, Presidente del CIO che
durarono pochi minuti prima dell’entrata in scena di Reagan che dichiarò
ufficialmente aperti i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984.
Dopo che l’inno olimpico risuonò per lo stadio, la bandiera olimpica fu issata e
migliaia di colombe bianche furono liberate nell’aria, fu il momento dell’entrata della torcia olimpica che fece il suo ingresso al Memorial Coliseum tra le mani di
Gina Hemphill, nipote di uno dei più forti atleti della storia americana, Jesse
Owens, scomparso quattro anni prima. Dopo aver compiuto un giro dello stadio,
ella passò la torcia a Rafer Johnson, la medaglia d’oro nel decathlon ai Giochi
Olimpici di Roma 1960, che fu l’ultimo tedoforo ed ebbe l’onore di accendere il
braciere olimpico che ospitò il sacro fuoco di Olimpia per la seconda volta perché
già nel 1932 era stato utilizzato.

Il Memorial Coliseum gremito durante la Cerimonia

Il Memorial Coliseum gremito durante la Cerimonia

L’ostacolista americano Edwin Moses, non senza qualche problema di
memoria, recitò il giuramento degli atleti, mentre a Sharon Weber toccò quello dei
giudici. Prima dello spettacolo finale di fuochi d’artificio, furono eseguiti l’Inno alla
Gioia di Ludwig Van Beethoven e il brano Reach Out and Touch di Vicki
McClure.
Quattro ore di spettacolo indimenticabile per i presenti e dal giorno successivo
gli atleti iniziarono a gareggiare…

@Giacomo_Baresi

La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Il boicottaggio dell’Unione Sovietica

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        L’8 maggio 1984 la torcia olimpica sbarcò a New York per effettuare il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti: in circa due mesi e mezzo sarebbe dovuta arrivare a Los Angeles e i Giochi della XIII Olimpiade sarebbero dovuti iniziare senza intoppi. Ma quella giornata di festa fu interrotta dall’annuncio della televisione sovietica che confermava che l’Unione Sovietica avrebbe boicottato i Giochi.
Sostanzialmente era una scelta premeditata da tempo in risposta al boicottaggio statunitense di quattro anni prima; serviva solo trovare il giusto pretesto per giustificare una scelta così drastica. Tuttavia i sovietici hanno sempre negato questa tesi. Secondo Vitaly Smirnov, attuale membro dei CIO e al tempo dei fatti membro della delegazione sovietica, fino al mese di dicembre del 1983 nessun boicottaggio era stato previsto. La delegazione di cui faceva parte aveva effettuato numerosi sopralluoghi a Los Angeles per verificare la situazione, ed essi avevano sempre avuto esito molto positivo.
Durante i Giochi Invernali di Sarajevo, svoltisi a febbraio del 1984, un membro del Comitato Olimpico sovietico, Costantin Adrianov, sorprese tutti affermando che i lavori di preparazione ai Giochi californiani erano davvero eccellenti. Dopo la morte del leader sovietico Yuri Andropov, il 10 dicembre 1983, e la successiva elezione nel mese di febbraio del “delfino” di Breznev, Konstantin Cernenko, i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica ricominciarono a deteriorarsi. Inizialmente al portavoce della delegazione sovietica fu negato il visto d’ingresso negli Stati Uniti perché era sospettato di essere una spia del KGB.

La copertina di Sport Illustrated dopo l'annuncio del boicottaggio sovietico

La copertina di Sport Illustrated dopo l’annuncio del boicottaggio sovietico

In seguito sempre per l’Unione Sovietica non furono garantite dagli Stati Uniti le condizioni di sicurezza necessarie sia per gli atleti che per la delegazione; insomma, un numero crescente di problemi che spinsero al boicottaggio, definito alla fine “obbligato”. Ma la goccia che fece traboccare il vaso e che allontanò definitivamente i sovietici dai Giochi fu l’invito da parte degli Stati Uniti della squadra sudafricana di rugby per un tour nel loro paese. Secondo l’Unione Sovietica, gli americani avrebbero violato la Carta Olimpica dato che il Sud Africa era stato espulso dal CIO per la sua politica di apartheid. Il rugby non è disciplina olimpica, ma in quegli anni si tendeva a non competere a livello internazionale contro tutte le squadre sudafricane. Una ragione piuttosto futile, che però, assieme agli screzi citati in precedenza, fece in modo che l’Unione Sovietica boicottasse i Giochi di Los Angeles.
Le reazioni dell’amministrazione Reagan furono imminenti e unanimi: secondo il portavoce del Dipartimento di Stato, John Huges, l’azione era ovviamente politica. Speravano in quel modo di far crollare i consensi del presidente in carica e favorire l’elezione a novembre di un democratico meno antisovietico. Il democratico Stephen Reinhardt infatti sostenne che il boicottaggio fosse dovuto esclusivamente alla politica reaganiana. Sempre secondo Huges, invece, le accuse dell’Unione Sovietica sono state del tutto infondate. Lo stesso Reagan provò in qualche modo a far cambiare idea agli avversari, consegnando al Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch una lettera di rassicurazioni nella quale era scritto che gli Stati Uniti avrebbero garantito la massima sicurezza degli atleti e dei tecnici. Ma fu tutto inutile anche perché la riunione organizzata il 18 maggio dal CIO per discutere riguardo al boicottaggio non andò affatto a buon fine.
Intanto in quegli anni a Los Angeles era stato costituito un gruppo che non fu mai preso troppo sul serio denominato coalizione “Via i Sovietici”. Dopo che l’Unione Sovietica aveva abbattuto un aereo di linea coreano nel 1983, tale gruppo raccolse numerose firme per fare in modo che i sovietici non potessero partecipare ai Giochi. Se gli statunitensi non fecero troppo caso a questa coalizione estremista, la preoccupazione in Unione Sovietica invece crebbe soprattutto grazie alle trasmissioni di Radio Mosca che raccontavano che gli attivisti avessero affittato un alto numero di appartamenti a Los Angeles per rapire e nascondere gli atleti sovietici facendoli poi passare per defezionisti.

"Lasciamo i sovietici a giocare da soli", cartello di protesta contro il boicottaggio

“Lasciamo i sovietici a giocare da soli”, cartello di protesta contro il boicottaggio

        Tuttavia il Presidente del Comitato Organizzatore dei Giochi, Peter Ueberroth, stava facendo di tutto per tentare di salvare la manifestazione: alcuni paesi avevano già annunciato il boicottaggio e la fedeltà all’Unione Sovietica, mentre altri erano ancora fortemente indecisi. Ueberroth spedì allora il Procuratore Federale di Los Angeles, Charles Lee, in Cina per convincere il Comitato cinese a partecipare. Lo stesso compito fu affidato ad Agnes Mura, membro del suo staff, che invece ebbe come compito quello di trattare con la delegazione rumena. Entrambi centrarono in pieno il loro obiettivo e convinsero le due nazioni a partecipare salvando in parte l’evento.
I Giochi Olimpici di Los Angeles 1984 furono così boicottati da 17 nazioni: il 10 maggio la Germania dell’Est e la Bulgaria seguirono la scelta dell’Unione Sovietica; l’11 fu il turno di Mongolia e Vietnam, il 13 Laos e Cecoslovacchia. In seguito aderirono pure Polonia, Ungheria, Cuba, Afghanistan, Etiopia, Yemen del Sud, Corea del Nord, Libia e Angola. L’Iran fu l’unica nazione a boicottare sia i Giochi di Mosca che quelli di Los Angeles: i primi per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan, i secondi per il supporto statunitense a Israele. Romania e Cina decisero invece di partecipare grazie all’azione diplomatica di Ueberroth e dei membri del suo staff: i primi finirono dietro agli Stati Uniti nel medagliere finale, mentre i secondi tornarono a presenziare dopo ben 32 anni. Così come la Jugoslavia che, dopo i Giochi Olimpici Invernali di Sarajevo di pochi mesi prima, era stata l’unica nazione al di là della cortina di ferro (eccetto l’Unione Sovietica) ad averne organizzato una edizione.

@Giacomo_Baresi

Bill Iffrig: il maratoneta 78enne simbolo della strage di Boston

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A poche ore dalla strage che ha sconvolto la città di Boston, possiamo affermare con certezza che il simbolo “positivo” di quei drammatici momenti è stato il 78enne Bill Iffrig. A pochi metri dal traguardo, l’anziano podista si apprestava a terminare la sua 45esima maratona quando, a causa di una delle ben note esplosioni, per il fortissimo spostamento d’aria si è ritrovato a terra.

Bill Iffrig a terra pochi secondi dopo l'esplosione

Bill Iffrig a terra pochi secondi dopo l’esplosione

Bill, ex falegname, dopo qualche secondo di disorientamento è stato aiutato a rialzarsi ed ha voluto terminare la gara tagliando il traguardo con le proprie gambe. “Ho sentito le gambe cedere; se fossi stato un metro più in là, probabilmente sarei morto” ha dichiarato il maratoneta. Un atleta straordinario Bill, capace di concludere ben 4 maratone da quando ha compiuto 75 anni. L’icona di una strage che ha sconvolto anche il mondo dello sport, oltre che ovviamente gli Stati Uniti.

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La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Le origini e le trasformazioni della città

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        Los Angeles, come già anticipato, è stata una delle quattro città (assieme ad Atene, Parigi e Londra) ad avere ospitato più di una edizione dei Giochi Olimpici: nel 1932 e nel 1984. Tuttavia, a differenza delle altre tre metropoli europee che vantano una storia millenaria, quella californiana ha ovviamente una storia piuttosto recente: gli spagnoli guidati da Juan Cabrillo arrivarono infatti nella zona di Los Angeles nel 1542, malgrado nella California vivessero già gruppi di popolazioni native. Si dovette aspettare però oltre 200 anni per i primi insediamenti fissi: dopo numerose spedizioni ed esplorazioni, nuovi coloni fondarono una missione nel 1771 a Whittler Narrows, poi trasferitasi a causa di una inondazione a San Gabriel.
Circa dieci anni più tardi, il 4 settembre 1781, alcuni coloni decisero di staccarsi dalla missione per fondare un piccolo insediamento vicino al principale fiume della zona: la nuova cittadina fu chiamata El Pueblo de Nuestra Senora la Reina de los Ángeles sobre El Rìo Porciuncula. Essa divenne messicana quando il Messico nel 1821 ottenne l’indipendenza dalla Spagna e capitale della California dal 1845 al 1847. Proprio il 1847 fu un anno decisivo per le sorti della piccola città, perché dopo la Battaglia del Rio San Gabriel, la California nel 1850 passò nelle mani degli Stati Uniti e Los Angeles divenne ufficialmente città il 4 aprile 1850.
La popolazione di Los Angeles era di soli 1.610 abitanti, ma la scoperta del petrolio nel 1892 permise alla città una crescita rapidissima. Lo sviluppo fu impressionante, favorito anche dalla presenza di due delle principali linee ferroviarie (la Southern Pacific nel 1876 e la ferrovia di Santa Fe nel 1885). L’espansione edilizia prima toccò la zona nord, quella collinare, con la nascita dei sobborghi di Glendale, Pasadena, Burbank, Alhambra, Azusa, Monte, poi la zona est e sud est, quella verso il mare, con i quartieri di Redondo Beach, Santa Monica e Long Beach.

Los Angeles Broadway nel 1924

Los Angeles Broadway nel 1924

La caratteristica principale della città di Los Angeles è la mancanza di un vero e proprio centro: la rapida e disordinata espansione edilizia ha fatto in modo che la metropoli sia formata da un alto numero di agglomerati urbani che negli anni l’hanno fatta diventare la seconda degli Stati Uniti per numero di abitanti, circa 4 milioni (che salgono a 11 milioni se contiamo l’intera Contea di Los Angeles con tutti i sobborghi).
L’economia della metropoli si basa principalmente sull’industria cinematografica (a partire dagli anni ’20, a Hollywood è presente la maggiore del mondo), l’industria aerospaziale e informatica, l’agricoltura, l’industria petrolifera e il commercio internazionale (il porto di Los Angeles è infatti il principale degli Stati Uniti). Da non sottovalutare anche il turismo, una delle maggiori fonti di ricchezza del sud della California.

Una veduta di Los Angeles e dei suoi sobborghi

Una veduta di Los Angeles e dei suoi sobborghi

       Tuttavia la speculazione immobiliare è stata una delle principali prerogative dello sviluppo di Los Angeles, che per molto tempo ha vissuto in modo parassitario sulla ricchezza prodotta in altre regioni; nella prima metà del XX secolo furono attirate numerosissime industrie nella città californiana che permisero una ricapitalizzazione di Downtown e la promozione appunto delle filiali industriali. Ma una delle caratteristiche della California fu anche una precoce motorizzazione, che permise a molte persone di poter vivere al di fuori del centro cittadino spostandosi grazie all’automobile. Nel 1925 esisteva già di media un’auto ogni 1,6 abitanti! Grazie a questo la centralità di Downtown perse ogni significato e la città di Los Angeles continuò a crescere in modo disordinato e confuso.
Passando poi per gli anni della Seconda guerra mondiale, dove la zona di Los Angeles divenne la principale per l’industria aeronautica e per la presenza di basi militari grazie a numerosi sussidi regionali stanziati per la difesa nazionale. Così nel dopoguerra emerse il Westside grazie all’ennesimo boom immobiliare, quartiere in feroce conflitto con il Downtown. Conflitto che accennò a calare solo negli anni ’70, grazie alla nascita di nuove forze economiche: Downtown fu infatti colonizzata dai giapponesi che vedevano di buon occhio Los Angeles a causa della “passione comune” per l’industria informatica e perché trovavano i prezzi della città californiana stracciati rispetto a quelli presenti a Tokyo. Le varie élite di bianchi avevano per anni cercato di dominare la città, ma mai ci riuscirono completamente.

E’ quindi in questo clima di confusione e conflitto, pur condito da una costante ed esponenziale crescita demografica ed economica dovuta alla continua immigrazione, che si arriva al 1984, l’anno dei Giochi della XIII Olimpiade.

Il logo dei Giochi Olimpici di Los Angeles 1984

Il logo dei Giochi Olimpici di Los Angeles 1984

        Dopo essere stata battuta da Mosca nel 1974 come candidata ad ospitare i Giochi Olimpici del 1980 (con la votazione di 39 a 20 in favore della capitale sovietica), Los Angeles fu scelta appunto per ospitare l’edizione successiva del 1984. Così come 52 anni prima, la città californiana era curiosamente l’unica candidata: il motivo fu il grave deficit economico con cui uscì Montreal dopo l’edizione del 1976 che spaventò sensibilmente i diversi Comitati Olimpici. Il Comitato Organizzatore dell’edizione canadese fu costretto a chiedere aiuto allo Stato e la cosa spaventò non poco i possibili candidati alle edizioni successive. Tuttavia Los Angeles riuscì ad invertire questo trend con l’intervento di un altissimo numero di sponsor privati.
Grazie alla sapiente gestione del Presidente del Comitato Organizzatore, Peter Ueberroth, a fronte di 469 milioni di dollari di spese ne verranno ricavati alla fine ben 619 milioni: un utile di 150 milioni di dollari.
Tutto questo a causa anche delle oculate spese di finanziamento per la ristrutturazione delle infrastrutture necessarie al pieno svolgimento della manifestazione; solo in due circostanze vennero costruiti nuove sedi per ospitare le gare: è il caso dell’Olympic Velodrome (il velodromo per il ciclismo su pista) sponsorizzato dalla catena di convenience store 7-Eleven e dell’Olympic Swim Stadium (che ospitava le gare di nuoto, tuffi e nuoto sincronizzato) sponsorizzato dalla catena di fast food Mc Donald’s.
Lo Stadio Olimpico, il Los Angeles Memorial Coliseum, fu inaugurato nel maggio del 1923 e costò circa un milione di dollari (i lavori di costruzione iniziarono nel 1921); ospitò le spettacolari Cerimonie d’apertura e di chiusura, oltre ovviamente alla gare di atletica. Lo stadio, che poteva contenere oltre 90.000 persone, fu protagonista di entrambe le edizioni dei Giochi Olimpici ospitate dalla città californiana e subì solo degli interventi di ristrutturazione negli anni precedenti alle due importanti manifestazioni.

Il Memorial Coliseum gremito

Il Memorial Coliseum gremito

        La zona che ospitò gran parte delle competizioni a Los Angeles fu quella dell’Exposition Park, mentre le altre gare furono invece disputate nei vari sobborghi limitrofi. Tuttavia il Memorial Coliseum era stato costruito all’interno dell’Exposition Park, che rimaneva il cuore pulsante dei Giochi perché vedeva la presenza del braciere olimpico (che era lo stesso dell’edizione del 1932). La zona fu completamente riqualificata grazie a numerosi interventi che permisero di rinnovare il sistema d’illuminazione e la costruzione di aree verdi. Attualmente all’interno del parco possiamo trovare il Los Angeles County Natural History Museum, il Los Angeles County Historical & Art Museum, il California Aerospace Museum e il California Science Center che al suo interno racchiude l’Original State Exposition Building.
Inoltre il 1° giugno 1984 fu inaugurata la scultura simbolo di quell’edizione dei Giochi: l’Olympic Gateway dello scultore Robert Graham. Alta circa 7 metri, l’opera raffigurava il torso di due atleti: un giocatore di pallamano e una velocista interamente in bronzo. Essa fu situata proprio di fronte all’entrata del Memorial Coliseum ed è tutt’ora presente.

"Olympic Gateway" di Robert Graham

“Olympic Gateway” di Robert Graham

I luoghi dove furono disputati i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984.

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    Inoltre alcune partite di calcio furono disputate a Boston (Massachusetts), Annapolis (Maryland) e Palo Alto (California) a causa dell’impossibilità di ospitare tutti gli incontri nel Rose Bowl Stadium di Pasadena.

@Giacomo_Baresi

Il rapporto tra politica e sport – Guerra fredda e Giochi Olimpici: da Londra 1948 a Mosca 1980

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        Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda ha monopolizzato la politica internazionale. I Giochi Olimpici sono stati influenzati per oltre quarant’anni dall’intensa lotta ideologica che vedeva contrapposti Stati Uniti e Unione Sovietica, che cercavano sempre di avere la meglio sull’avversario: l’orgoglio nazionale e i successi degli atleti erano spesso utilizzati per puri scopi politici. L’Olimpiade diventa quindi un palcoscenico importante nel quale una nazione può dimostrare di essere migliore dell’altra; un palcoscenico che anche i leader politici hanno cercato di sfruttare nel migliore dei modi a livello elettorale, come nel caso di Reagan durante i Giochi di Los Angeles 1984, essendo le elezioni di novembre ormai imminenti.
All’edizione di Londra nel 1948, la prima dopo la fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale, l’Unione Sovietica non partecipò volontariamente malgrado fosse stata invitata (a differenza dei paesi aggressori della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone, non invitati): gli atleti non erano preparati al meglio e in un contesto storico così delicato, non sembrava il caso a Stalin di rischiare brutte figure al cospetto dell’avversario statunitense. Furono però inviati un numero consistente di osservatori che permisero all’Unione Sovietica di preparare nel migliore dei modi l’edizione tenutasi nel 1952 ad Helsinki, l’edizione dell’esordio ufficiale.
Anche in questo caso la politica internazionale non fu esente: la Finlandia era infatti un nemico storico dell’Unione Sovietica. Durante la Seconda guerra mondiale infatti la Finlandia era stata alleata delle potenze dell’Asse e aveva dovuto combattere proprio contro l’Unione Sovietica la terribile Guerra d’Inverno, conflitto che ebbe luogo appunto nell’inverno tra il 1939 e il 1940 a causa delle aspirazioni territoriali a scopo strategico di Stalin.
I primi problemi si ebbero prima dell’apertura dei Giochi: ai sovietici fu chiesto di far passare la fiaccola olimpica attraverso quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche; permesso subito negato, dato che Stalin non apprezzava molto visite di questo tipo e il percorso fu così dovuto essere deviato attraverso gli altri paesi scandinavi. I dirigenti sovietici non vollero neppure che i propri atleti si mischiassero e fraternizzassero con i loro rivali, per cui, vista l’impossibilità di avere il proprio quartier generale a Leningrado, fu costruito un villaggio olimpico unicamente per loro. Gli Stati Uniti vinsero un numero maggiore di medaglie rispetto ai rivali, ma dall’edizione seguente, quella di Melbourne 1956, ci fu una netta inversione di tendenza: in pochi anni l’Unione Sovietica era diventata la migliore potenza mondiale per quanto riguardava lo sport perché aveva superato il nemico nel medagliere.

La delegazione sovietica ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952

La delegazione sovietica ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952

        E ciò accadde anche nelle edizioni di Roma 1960, Tokyo 1964, Monaco 1972, Montreal 1976 e Seul 1988. Ciò non era assolutamente casuale: se negli Stati Uniti l’educazione sportiva di ogni atleta veniva affidata ai College o comunque alle strutture private (cosa che accade anche in Italia), gli atleti sovietici potevano invece contare sullo Stato. L’accesso alle strutture era infatti gratuito, compresa l’assistenza medica, e ogni atleta poteva quindi dedicarsi a tempo pieno alla preparazione delle varie competizioni grazie anche all’aiuto di cospicue borse di studio per i giovani stanziate dal governo.
I primi anni ’80 furono quelli dei grandi boicottaggi: a Mosca nel 1980 gli Stati Uniti non parteciparono e quattro anni più tardi a Los Angeles, l’Unione Sovietica restituì il favore allo storico nemico. A rimetterci fu soprattutto lo sport.
Solo a partire dai Giochi Olimpici di Seul del 1988 la situazione cominciò lentamente a tornare alla normalità; solo sotto il profilo sportivo però, perché gli anni seguenti furono quelli chiave dal punto di vista della politica internazionale: il 9 novembre 1989 fu il giorno della caduta del Muro di Berlino, mentre il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica si sciolse definitivamente.
I Giochi Olimpici di Barcellona del 1992 furono molto importanti: la Germania tornò dopo 28 anni a gareggiare unita sotto un’unica bandiera (era accaduto nelle edizioni dei Giochi dal 1956 al 1964 sebbene esistessero due Germanie), mentre le ex Repubbliche Sovietiche parteciparono sotto il nome di “Squadra Unificata”: Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Russia, Tajikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan, malgrado fossero ormai tutti Stati indipendenti, decisero per motivi tecnici di gareggiare assieme prima di sviluppare un proprio Comitato Olimpico nazionale. Le Repubbliche Baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania, gareggiarono invece in maniera indipendente fin da questa edizione.

I Presidenti Gorbachev e Reagan poco prima della fine della Guerra fredda

I Presidenti Gorbachev e Reagan poco prima della fine della Guerra fredda

        I Giochi Olimpici di Mosca entrarono dunque nella storia perché furono boicottati da ben 65 nazioni: dietro gli Stati Uniti, promotori principali del boicottaggio, si allinearono Canada, Norvegia, Israele, Germania Occidentale, Cina e numerosi Stati del blocco arabo e dell’America Latina.
Ma perché questa forte presa di posizione da parte di un numero così alto di nazioni? Per scoprire le vere ragioni, bisogna fare un salto indietro di un paio di anni.
Nell’aprile del 1978 l’Afghanistan era in fermento: il presidente Mohammed Daoud Khan, temendo un colpo di stato, fece arrestare numerosi esponenti del partito di estrema sinistra afghano, il Pdpa, filosovietico. Ancora agli arresti domiciliari, uno dei leader del partito, Hazifullah Amin, diede però vita al tanto temuto colpo di stato: Kahn fu ucciso e come presidente della nuova Repubblica Democratica dell’Afghanistan fu eletto Nur Mohammed Taraki. Grazie ad una imminente serie di riforme, Taraki provvide ad una rapida modernizzazione del paese: la terra fu distribuita ai contadini, i servizi sociali furono statalizzati, fu riconosciuto il diritto di voto alle donne, le leggi religiose furono sostituite da leggi laiche, rese pubblica la scuola pure alle bambine, vietò i matrimoni forzati e la vendita dei minori.
Tuttavia il neo Presidente doveva fare i conti con il Parcham, fazione rivale che invece premeva per una modernizzazione più graduale dello Stato. Molti esponenti del Parcham furono destituiti, torturati o addirittura uccisi. Con l’Unione Sovietica c’era per il momento solo un accordo di collaborazione: furono infatti inviati appaltatori con il compito di costruire strade e infrastrutture. Ma tutto ciò non era ben visto dalle autorità religiose, che vedevano il nuovo regime come “il regime comunista degli atei senza Dio” e invitavano continuamente i mujaeheddin alla jihad.
La situazione stava velocemente degenerando dopo gli attacchi dei mujaeheddin nella città di Herat, così che Taraki fu costretto a chiedere aiuto all’Unione Sovietica con la quale era legato dal Trattato Sovietico-Afghano di amicizia, buon vicinato e collaborazione rinnovato nel 1955.
Nell’aprile del 1979 furono inviati in Afghanistan alcuni uomini, carri armati e altri veicoli da combattimento, dato che i tentativi diplomatici promossi in seno all’ONU dall’Unione Sovietica non erano andati a buon fine. Intanto sul fronte opposto la lotta dei mujaehddin continuava a crescere, segretamente alimentata dagli aiuti degli Stati Uniti che volevano dimostrare a tutti gli altri paesi non allineati che quella del comunismo non era affatto la via migliore.
Il Presidente  statunitense Jimmy Carter nel luglio del 1979 approvò l’Operazione Ciclone, un programma della CIA che prevedeva un finanziamento della lotta antisovietica in Afghanistan. Nel mese di settembre Taraki fu però ucciso dal suo compagno Amin, con il quale progettò il colpo di stato dell’anno precedente, grazie a delle pillole avvelenate: quest’ultimo fu così in seguito sospettato e accusato dai sovietici di collaborare con la CIA, ma tutto questo era solo il preludio a quello che accadde il 27 settembre 1979: verso sera, 700 soldati sovietici entrarono nella capitale afghana Kabul, occuparono tutte le sedi governative e uccisero Amin; al suo posto fu messo Babrak Karmal. In pochi giorni oltre 100 mila uomini dell’esercito sovietico erano entrati in Afghanistan.
Le reazioni degli Stati Uniti furono veementi: Carter decise subito di sospendere i negoziati sulle limitazioni di armi strategiche e di non ratificare l’accordo Salt II firmato a Vienna nel 1975. Fece appello all’ONU e minacciò di boicottare gli imminenti Giochi Olimpici di Mosca se i sovietici non si fossero ritirati dall’Afghanistan entro il 21 marzo del 1980. Inizialmente la minaccia non fu presa sul serio dai numerosi atleti statunitensi che a pochi mesi dall’appuntamento più importante, continuarono nel loro percorso di allenamento.

Il Presidente statunitense Jimmy Carter

Il Presidente statunitense Jimmy Carter

        Le truppe sovietiche non avevano però la minima intenzione di ritirarsi dall’Afghanistan, così proprio il 21 marzo furono convocati circa 150 atleti che in estate avrebbero dovuto partecipare ai Giochi e Carter fece loro un lungo discorso riguardo al fatto che l’azione che stavano facendo gli Stati Uniti era solo il modo migliore per preservare i principi dei Giochi Olimpici. Il tutto tra lo sgomento e l’incredulità dei presenti, che non capivano il senso di quel gesto.
Alcuni degli atleti, capeggiati da Anita DeFrantz, campionessa di canottaggio e medagliata ai Giochi Olimpici di Montreal 1976, decisero quindi di far causa all’Usoc, il Comitato Olimpico statunitense: secondo loro, l’Usoc non aveva il potere di impedire agli atleti di partecipare ai Giochi. Essi erano stati utilizzati dal governo per tentare di conseguire (inutilmente) i suoi scopi politici. Ma le loro richieste non furono ascoltate, dato che secondo la Corte giudicante, l’Usoc aveva giurisdizione esclusiva su tutte le questioni che riguardavano la partecipazione ai Giochi Olimpici.
Le critiche alla decisione di Carter furono numerose: secondo lo storico Scott Kaufman, Jimmy Carter non era in grado di prendere decisioni senza prima capire le implicazioni di tali scelte. E il boicottaggio olimpico fu una scelta sbagliata perché non cambiò minimamente le scelte in politica estera dell’Unione Sovietica. Sulla stessa linea si collocò Nicholas Sarantakes, professore di politica e strategia alla US Naval War College, per il quale il Presidente aveva una grandissima arroganza intellettuale e una volta presa una decisione non era mai in grado di fare un passo indietro; sottolineò come il boicottaggio non fece in modo che l’Unione Sovietica si ritirasse dall’Afghanistan. Invece secondo Derick Hulme, professore di scienze politiche all’Alma College, l’azione intrapresa da Carter mise nettamente in luce negativa i sovietici che non ebbero l’occasione di sfruttare nel migliore dei modi il palcoscenico olimpico.

images        Tuttavia l’intento di Carter fu anche quello di sfruttare la situazione politica e il patriottismo statunitense perché nel novembre del 1980 si sarebbero svolte le elezioni ed egli era alla ricerca della rielezione per il secondo mandato. Tutto inutile però, dato che il repubblicano Ronald Reagan lo batté nettamente.
Anche tutti gli altri Stati del blocco occidentale si interrogarono sul quesito che in quei mesi era più in voga: boicottare o no i Giochi di Mosca? La Germania Occidentale si schierò subito dalla parte degli Stati Uniti, così come il Canada e Israele. Gli alleati più vicini agli statunitensi, la Gran Bretagna e l’Australia, decisero invece di partecipare, così come gran parte dei principali Stati europei come la Francia e l’Italia. Questi misero in atto una singolare forma di protesta che ovviamente era molto meno drastica del boicottaggio: decisero di sfilare sotto la bandiera olimpica durante le cerimonie di apertura e di chiusura, così come durante le premiazioni non sarebbe dovuto essere l’inno nazionale a risuonare, ma l’inno olimpico. Moltissimi Stati Arabi come Egitto, Pakistan, Indonesia, Arabia Saudita e Iran, che non vedevano di buon occhio l’invasione sovietica e sostenevano la fazione dei mujeaheddin, abbandonarono la manifestazione.
Malgrado l’assenza di un numero elevatissimo di Stati (era dal 1956 che non erano presenti meno di 83 nazioni), i Giochi Olimpici di Mosca non furono affatto sotto tono: il 19 luglio 1980 il leader sovietico Leonid Breznev in persona aprì ufficialmente la manifestazione che vide ovviamente protagonisti gli atleti di casa. L’Unione Sovietica conquistò la bellezza di 195 medaglie, di cui 80 d’oro, ma in quell’edizione allo stesso tempo vennero fissati addirittura 36 nuovi record mondiali e 74 record olimpici. Il 3 agosto 1980 fu il giorno della Cerimonia di chiusura; solitamente durante la celebrazione, un cartello luminoso rimanda il pubblico all’edizione successiva, ma in quell’occasione non ci fu alcun riferimento a Los Angeles 1984. Forse il primo segnale della risposta sovietica al boicottaggio americano.

La cerimonia d'apertura dell'edizione di Mosca 1980

La cerimonia d’apertura dell’edizione di Mosca 1980

@Giacomo_Baresi

Johnatan: da “nuovo Maicon” a “bidone” per l’Inter di Stramaccioni

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Il povero Johnatan, centrocampista/difensore esterno dell’Inter, sembra ormai essere diventato la barzelletta della Serie A. Dopo essere entrato nella storia per aver clamorosamente sbagliato un gol a porta vuota nella sfida di qualche mese fa al Friuli contro l’Udinese (il classico gol della serie “questo lo segnavo anch’io”), il brasiliano si è reso protagonista in negativo anche nella sfida contro la Sampdoria.
Presentato dal Brasile come “il nuovo Maicon”, sembra invece essere un vero e proprio “bidone”, quelli che fino a una decina di anni fa l’Inter acquistava a ripetizione e che hanno ricominciato a farsi vivi dalle parti di Appiano Gentile a partire dal dopo Mourinho.

Dopo 10′ dall’inizio della sfida e dopo qualche clamoroso e goffo scivolone, ha chiesto alla panchina di poter cambiare le scarpette, passando a quelle con 13 tacchetti. Una volta sostituite è andata addirittura peggio: caduto due volte nel pieno della propria area di rigore, ha addirittura servito un invitante pallone al centravanti sampdoriano Mauro Icardi, che per fortuna dell’Inter non è poi riuscito a concretizzare l’azione. Schernito e sbeffeggiato da tutto il web, è stato addirittura paragonato al famoso Johnny dell’anime giapponese “Johnny, è quasi magia”. Nelle pagelle del quotidiano “il Giornale”, il voto attribuitogli è addirittura di 3,5.

Sostituito nel secondo tempo da Silvestre, continuo a non capacitarmi come un giocatore di Serie A possa dopo soli 10′ chiedere alla panchina di cambiare le scarpe. I calciatori si scaldano per oltre mezz’ora sul terreno di gioco prima della partita e se fossi un allenatore sarei imbufalito nel vedere una scena del genere. Come ha suggerito Ilario Castagner durante il commento tecnico della sfida su Premium, si potrebbe perfino arrivare a dare delle multe, perchè è davvero paradossale come situazione…

url-13Insomma, Johnatan non sembra proprio essere all’altezza della Serie A; inquadrato poi dalle telecamere negli spogliatoi senza maglietta, ha esibito un fisico non proprio degno di un calciatore di alto livello…

Johnatan negli spogliatoi dopo la partita contro la Sampdoria

Johnatan negli spogliatoi dopo la partita contro la Sampdoria

@Giacomo_Baresi

Il rapporto tra Giochi Olimpici e politica – La protesta ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        Gli anni ’60 furono ricordati principalmente per i numerosi movimenti a sostegno dei diritti civili e politici nati in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, a partire dall’amministrazione Kennedy e in seguito con Johnson, i diritti civili furono uno degli argomenti chiave in politica interna, essendo in quegli anni la popolazione afroamericana in continuo fermento; a partire dal 1964 e 1965, Johnson fece un grande salto in avanti nella lotta contro le discriminazioni, facendo approvare dal Congresso numerose leggi sui diritti civili e sui diritti di voto: furono abolite le “tasse sul voto”, che tenevano lontane dai seggi i neri e la gente povera in generale e furono vietate tutte le iniziative che intendevano limitare il diritto di voto di qualsiasi persona.
Una volta raggiunti i suoi obiettivi, si notò uno scisma all’interno del movimento per i diritti civili: i bianchi si impegnarono ad opporsi alla guerra appena scoppiata in Vietnam, mentre i neri continuarono nella loro lotta, essendo spesso e volentieri ancora discriminati soprattutto negli Stati del Sud. La discriminazione razziale nei confronti degli afroamericani era infatti ancora molto alta e la popolazione nera era costretta a vivere in veri e propri ghetti colmi di degrado nelle grandi metropoli statunitensi.
Ora, una volta raggiunto formalmente il riconoscimento dei diritti civili, la vera lotta era diventata quella di cercare di livellare la differenza soprattutto economica che era ancora fortemente presente con la borghesia bianca. Numerose furono le rivolte tra il 1964 e il 1968 all’interno dei ghetti delle principali città come New York o Los Angeles: ora, i metodi non violenti di protesta promossi negli anni precedenti da Martin Luther King, erano stati sostituiti da vere e proprie risposte armate e dalla nascita nel 1966 del “Black Power”, il “Potere Nero”, lo slogan coniato da Stokely Carmichael che aveva come intento quello di dare maggiore autonomia alla comunità afroamericana. Un’autonomia che poteva essere conquistata secondo diverse correnti di pensiero; infatti all’interno del Black Power c’era chi preferiva linee pacifiste e moderate e c’era chi invece aveva un carattere più aggressivo e rivoluzionario. Martin Luther King e la sua organizzazione, la Southern Christian Leadership Conference, facevano parte della prima corrente, mentre il Black Panther Party, nato nel 1966 era chiaramente vicino alla seconda tesi, quella separatista.

Martin Luther King

Martin Luther King

        Proprio nel pieno di questo periodo storico molto delicato e confuso si inserirono i Giochi Olimpici di Città del Messico nel 1968. Era da poco stato assassinato Martin Luther King, e tra gli atleti neri c’era nell’aria l’idea di un possibile boicottaggio. Boicottaggio che però, come nel caso dei Giochi di Berlino di 32 anni prima, non avvenne. La squadra olimpica statunitense era ovviamente ricca di atleti afroamericani, soprattutto nel campo dell’atletica leggera dove storicamente dominano nelle gare di velocità.
La gara maggiormente incriminata fu la finale dei 200 metri piani; era il 16 ottobre quando Thomas C. Smith, 23enne nativo di Clarksville, Texas, vinse la medaglia d’oro con uno straordinario tempo di 19″83, stabilendo il nuovo record del mondo. Al secondo posto si classificò l’australiano Peter Norman, mentre al terzo un altro statunitense (sempre afroamericano) di nome John Carlos.
La parte saliente dell’evento non fu però la gara, ma la premiazione: Smith e Carlos salirono sul podio per ricevere le meritate medaglie d’oro e di bronzo a piedi scalzi (come simbolo di povertà) e ascoltarono i proprio inno nazionale col capo chinato verso la propria medaglia, brandendo in aria il pugno chiuso guantato di nero: il simbolo delle Black Panthers e il saluto del Black Power. I due atleti intendevano in quel modo protestare contro le continue discriminazioni razziali che gli afroamericani subivano in patria e sostenere il Potere Nero e il movimento chiamato Olympic Project for Human Rights. Movimento appoggiato anche dal secondo classificato, Norman che esibì una spilla durante la cerimonia.

Tommie Smith e John Carlos e il loro gesto di protesta sul podio dei 200m

Tommie Smith e John Carlos e il loro gesto di protesta sul podio dei 200m

        Una curiosità: poco prima della premiazione, John Carlos si accorse di aver dimenticato il proprio paio di guanti neri, così Smith fu costretto a cedere al compagno il proprio guanto sinistro. Ecco il motivo per cui Smith alzò al cielo il braccio destro, mentre Carlos il braccio sinistro.
Anche la premiazione della finale dei 400 metri entrò nella storia, seppure in tono decisamente minore. La gara, disputata due giorni dopo quella dei 200 metri, vide la tripletta americana: al primo posto Lee Evans, al secondo Larry James e al terzo Ron Freeman. Sul podio i tre atleti si presentarono indossando il basco nero tipico delle Black Panthers, mostrando anch’essi, in maniera molto meno plateale, il saluto col pugno chiuso. E non furono gli unici ad esibire un gesto di protesta, perché il saltatore in lungo Bob Beamon si presentò alla premiazione con i calzettoni neri tirati verso il ginocchio.
Il gesto che comunque è rimasto nella storia e che più ha fatto scandalo è stato quello dei duecentisti Smith e Carlos che subirono subito delle ripercussioni: il già citato Avery Brundage, che in quegli anni era diventato Presidente del CIO, decise di cacciarli immediatamente dal Villaggio Olimpico e furono subito sospesi dalla squadra americana con l’accusa di aver ricevuto soldi in cambio di quel gesto. Stesso discorso per i tre protagonisti del podio dei 400 metri.

La premiazione dei 400m; gli atleti si presentano sul podio col basco nero

La premiazione dei 400m; gli atleti si presentano sul podio col basco nero

        Il ritorno negli Stati Uniti non fu affatto facile per Smith e Carlos che, seppur sostenuti a gran voce dalla comunità nera, non furono visti di buon occhio da parte della popolazione bianca: il Ku Klux Klan inviò loro numerose minacce di morte e pacchi di sterco, persero il lavoro e, insomma, non vissero affatto momenti tranquilli e sereni. A Smith fu addirittura vietato l’ingresso nell’esercito (poco male, dato che non fu spedito in Vietnam) a causa di presunte attività anti americane, prima di dedicarsi al football professionistico. Pure l’australiano Norman fu punito per la solidarietà ai due compagni di podio: per aver esibito quella spilla, quattro anni dopo non fu convocato ai Giochi di Monaco malgrado avesse tutte le carte in regola e i tempi necessari per parteciparvi.

@Giacomo_Baresi

NBA Power Rankings: WEEK 20-21. Le migliori squadre della settimana NBA!

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1. Miami Heat (56-15 in stagione)

Gli Heat non ce l’hanno fatta a raggiungere l’incredibile record di 33 vittorie consecutive dei Lakers versione ’71-’72, visto che sulla loro strada si sono messi la scorsa notte degli incredibili Bulls, che pur senza Rose, Noah, Belinelli ed Hamilton sono riusciti a  non concedere la vittoria numero 28. Rimane tuttavia inalterata la dimostrazione di potenza di Miami in stagione, che ora ha il miglior record della Lega e si avvicina ai playoff (che inizieranno il 20 aprile) come candidata più legittima al titolo. La striscia positiva è arrivata grazie ad un attacco con molteplici bocche di fuoco (Heat primi per punti realizzati su 100 possessi) ed inevitabilmente all’azione tutto campo di LeBron James, che in diverse partite ha dovuto fare i conti anche con l’assenza di Dwyane Wade. Il numero 6 si avvia quindi a vincere un altro titolo di MVP, viste le cifre spaventose mantenute durante la serie vincente: 27 punti, 8,1 rimbalzi e 8 assist di media. E pare ci tenesse alla striscia positiva, nonostante più volte avesse ribadito che il unico obiettivo era l’anello, visto che per la frustrazione contro i Bulls ha commesso il suo primo fallo di tipo flagrant1 (antisportivo leggero) da 6 anni. Agli Heat manca una sola vittoria per aggiudicarsi il primo posto ad Est, visto che al momento New York (seconda) è più vicina all’ottavo posto che alla squadra della Florida.

miami_heat_20132. New York Knicks (44-26 in stagione)

Sei vittorie consecutive per i Knicks che conquistano il secondo posto ad Est, dopo una terribile serie di quattro sconfitte. Il duo Smith/Anthony sta sopperendo in modo eccellente alle assenze di Tyson Chandler e Amar’e Stoudemire (il primo dovrebbe rientrare presto, il secondo è atteso per l’inizio dei playoff). Proprio a proposito di JR, Kenyon Martin (già suo compagno ai Nuggets ed ora ai Knicks) ha dichiarato: “Non so cosa stia mangiando a colazione in questo periodo ma spero continui così”. Per il numero 8 infatti più di 30 punti nelle ultime due vittorie contro Boston e Memphis partendo dalla panchina. Proprio Martin intanto si sta rivelando un ottimo acquisto, visto ha preso il posto di Chandler in quintetto senza farlo rimpiangere troppo soprattutto dal punto di vista difensivo. Questo potrà rivelarsi decisivo anche in ottica playoff, dove New York avrà bisogno di un altro lungo in panchina che faccia prendere fiato ai titolari.

smith3. Denver Nuggets (49-22 in stagione)

Altra striscia finita è quella dei Nuggets, interrotta a 15 vittorie dagli Hornets. La squadra di coach Karl è decisamente in lotta per il terzo posto ad Ovest, avendo soltanto una sconfitta in più dei Clippers. Bravo era stato Kenneth Faried a cercare di riportare a terra i compagni: “Credo che questa striscia positiva stia diventando un problema. I miei compagni si stanno montando la testa ma dobbiamo renderci conto che non siamo i migliori, neanche nella nostra Conference. Prima di poter sognare dobbiamo raggiungere la vetta.” Denver è senza dubbio una squadra che punta sul gioco di squadra (sempre almeno quattro giocatori in doppia cifra), ma un ruolo fondamentale è sicuramente quello di Ty Lawson, mancato contro New Orleans e non al 100% contro San Antonio, contro cui è arrivata l’ultima sconfitta e che ritroveranno il 10 aprile nell’unica sfida con una delle prime cinque ad Ovest.

nuggets_2013@il_duso

Il rapporto tra Giochi Olimpici e politica – La propaganda nazista ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        Il primo efficace esempio di Giochi Olimpici utilizzati a scopo di propaganda fu l’edizione del 1936 organizzata a Berlino. Quando il 13 maggio 1931 il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) assegnò i Giochi dell’XI Olimpiade alla capitale tedesca, la Germania del Presidente Paul von Hindenburg era ancora una Repubblica democratica. Era un’ottima occasione per i tedeschi di mettersi nuovamente in luce dopo la disfatta della Prima guerra mondiale e la grave crisi economica da cui furono colpiti durante gli anni ’20.

Adolf Hitler ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

Adolf Hitler ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

        Tuttavia dopo l’ascesa di Adolf Hitler e l’inizio della dittatura nazista, in molti iniziarono ad avere dei dubbi riguardo la sede scelta: in primis gli Stati Uniti, che non vedevano affatto di buon occhio il regime nato in Germania. Nell’aprile del 1933, pochi mesi dopo che Hitler fu nominato cancelliere, la prima presa di posizione fu ad opera del direttore del quotidiano ebraico Baltimore Jewish Time che chiese ad Avery Brundage, Presidente del Comitato Olimpico Statunitense, di fare in modo di ostacolare lo svolgimento dei Giochi in un paese come la Germania.
Sia Brundage che il Presidente del CIO Henri Baillet-Latour non fecero in modo che ciò accadesse e, anzi, dimostrarono un certo rispetto nei confronti dei nazisti. L’uomo che prima di tutti invece provò a sostenere le lamentele ebraiche fu il tesoriere del Comitato Olimpico Statunitense, Gus Kirby, che chiese a Brundage delucidazioni sulle sue decisioni. Secondo Brundage e Baillet-Latour non c’era comunque ragione di temere i nazisti ed essi pensavano che nei tre anni seguenti sarebbe sicuramente cambiato qualcosa.
Kirby non fu però convinto dalle risposte dei colleghi e iniziò a pensare seriamente al boicottaggio: il primo raduno antirazzista si tenne a New York il 7 marzo 1934 al Madison Square Garden. Fu un evento mediatico di grande importanza nel quale parteciparono ovviamente il promotore Kirby, il sindaco di New York, Fiorello La Guardia, e Al Smith, l’ex governatore dello Stato di New York.
Dopo questa prima movimentazione popolare, Brundage fu pressato dall’opinione pubblica e decise quindi di visitare la Germania per vedere effettivamente se le discriminazioni nei confronti degli ebrei sussistevano realmente. Nel giugno del 1934 il viaggio si trasformò però in un vero e proprio scandalo: Brundage era ovviamente accerchiato in ogni momento da nazisti che gli impedirono di verificare le discriminazioni e inoltre in più di una occasione dimostrò una certa simpatia nei confronti dei propri interlocutori tedeschi.
Intanto negli Stati Uniti la questione del boicottaggio prendeva sempre più piede grazie alle principali testate giornalistiche: Commonweal, Christian Century e The Nation si schierarono con il fronte di Kirby; ma Brundage continuava a tenere duro secondo le sue idee sostenendo in alcune lettere all’amico e delegato del CIO svedese Sigfrid Edsrøm (futuro presidente del CIO dal 1942 al 1952) che la stampa statunitense fosse interamente controllata dagli ebrei.

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Tuttavia la Germania continuava per la sua strada verso l’antisemitismo e il 1935 fu l’anno del famoso “caso Bergmann”. Gretel Bergmann era la più forte saltatrice in alto della Germania; aveva appena stabilito il nuovo record femminile di 1.60 m quando fu costretta a cambiare società di atletica solamente perché era ebrea. La nuova società a cui l’atleta era iscritta non faceva però parte dell’Associazione tedesca di atletica leggera e quindi la Bergmann fu obbligata a rinunciare ai campionati tedeschi del 1935.
Il caso suscitò numerose polemiche a livello internazionale, tanto che il membro del CIO Charles Sherrill fu inviato in Germania con l’intenzione di far cambiare idea al Führer. Sherril fu ospite di Hitler, ma non riuscì nel suo intento. Quindi, malgrado la Bergmann fosse la migliore saltatrice in alto dell’intero Reich, fu obbligata a dire addio al proprio sogno olimpico. Indignata per l’offerta dei nazisti, che le regalarono dei biglietti per assistere ai Giochi Olimpici dagli spalti, decise di emigrare negli Stati Uniti dove continuò con l’atletica e vinse diversi titoli. Il “caso Bergmann” fece in modo che molti atleti ebrei rinunciassero indignati a partecipare alla manifestazione berlinese e riuscirono ad emigrare prima della Seconda guerra mondiale.
Ma le discriminazioni non vedevano protagonisti solo gli ebrei. Gli afroamericani infatti erano decisamente scossi per ciò che stava accadendo: perché per gli ebrei discriminati in Germania si stava rischiando di boicottare i Giochi, mentre per i neri che da secoli erano continuamente discriminati negli Stati Uniti nessuno alzava un dito?
Dalle pagine del New York Amsterdam News, quotidiano nero newyorchese, si alzò lo sdegno. Inizialmente favorevoli al boicottaggio, gli afroamericani giunsero alla conclusione che il boicottaggio migliore era invece partecipare ai Giochi. Infatti secondo le parole del protagonista dei Giochi Olimpici di Berlino, Jesse Owens, in un meeting di atletica svoltosi in Germania nel 1933 gli atleti neri erano stati trattati esattamente come gli atleti bianchi. Cosa che invece non succedeva nelle gare negli Stati Uniti dove, soprattutto negli Stati del Sud, le discriminazioni erano all’ordine del giorno. Intanto la decisione finale era stata presa: gli Stati Uniti avrebbero preso parte ai Giochi Olimpici di Berlino e Brundage era così riuscito finalmente nel suo intento.
Gli unici boicottaggi effettivamente avvenuti furono quelli dell’Unione Sovietica e della Spagna: a Barcellona fu addirittura organizzato un evento parallelo chiamato “Olimpiade Popolare” che doveva avere come partecipanti gli atleti esclusi dai Giochi di Berlino. Tuttavia lo scoppio della guerra civile spagnola non permise all’evento di avere luogo.
I Giochi Olimpici di Berlino presero ufficialmente il via il 1° agosto del 1936 con una cerimonia di apertura altisonante: per Hitler fu una straordinaria occasione di propaganda che sfruttò al meglio dopo le iniziali titubanze. La prima novità fu la “staffetta olimpica”, tradizione che tutt’oggi caratterizza ogni edizione dei Giochi Olimpici: la fiaccola olimpica venne infatti accesa ad Olimpia e dopo un viaggio per tutta Europa arrivò a Berlino scambiata nelle mani dei vari tedofori fino all’accensione del braciere olimpico durante la cerimonia di apertura.
Un’altra straordinaria innovazione di quei Giochi, sempre strettamente correlata alla propaganda nazista, fu l’introduzione del cinema e della televisione come protagonisti attivi. La regista tedesca Leni Riefenstahl realizzò un film nel 1938 dal titolo “Olympia”, un vero e proprio documentario di oltre due ore che raccontava in maniera esaustiva tutti i principali avvenimenti della manifestazione. Furono inoltre i primi Giochi trasmessi dalla televisione, malgrado in quegli anni di apparecchi televisivi ne esistessero ancora pochissimi. Alcuni maxi schermi permettevano però alla popolazione di assistere (a pagamento) alle gare in alcune sale pubbliche della città. Fu un’arma sensazionale nelle mani di Hitler che riuscì ad accrescere i propri consensi grazie anche a questo evento planetario.
Sotto il profilo sportivo, il medagliere fu vinto dai padroni di casa della Germania: 89 medaglie conquistate (di cui 33 d’oro) permisero a Hitler di far valere ulteriormente al cospetto della popolazione la propria teoria della superiorità della razza ariana. Ma un atleta statunitense decise di mettere i bastoni tra le ruote al Führer: il suo nome era James Cleveland Owens, detto Jesse, afroamericano nato il 12 settembre 1913 a Oakville, Alabama. Lo stesso Owens che decise assieme agli altri afroamericani di non boicottare i Giochi per far valere i diritti dei neri pure negli Stati Uniti.

Jesse Owens

Jesse Owens

        L’atleta statunitense fu il protagonista indiscusso di quell’edizione, dove conquistò ben quattro medaglie d’oro nei 100 metri, nei 200 metri, nella staffetta 4×100 metri e nel salto in lungo. Proprio la gara del salto in lungo entrò nella storia perché Owens batté di pochissimi centimetri il più quotato atleta tedesco Luz Long con la misura di 8,06 m (che valse il record olimpico). L’atleta tedesco si congratulò subito con lo statunitense, ma queste scene furono censurate nel documentario di Leni Riefenstahl. Secondo molte testimonianze dell’epoca, Adolf Hitler, indispettito per l’accaduto, lasciò l’Olympiastadion di Berlino perché non voleva premiare l’atleta afroamericano e secondo la cultura popolare si narra che si rifiutò pure di stringergli la mano.
Sulle pagine della biografia ufficiale dell’atleta invece, si può leggere che la storia fu semplicemente un’invenzione dei media che vollero alimentare una polemica a suo dire inesistente. Durante il rientro negli spogliatoi infatti, Owens dichiarò che il Führer lo salutò dagli spalti. Paradossalmente non fu quindi Hitler a non considerare lo straordinario atleta statunitense, ma lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt che era in piena campagna elettorale e, preoccupato per le possibili reazioni degli Stati del Sud (tendenzialmente contro i diritti degli afroamericani), non invitò mai Jesse Owens alla Casa Bianca e non si congratulò con lui neppure con un telegramma. Solo nel 1955 il Presidente Eisenhower lo nominò “Ambasciatore dello Sport”.

@Giacomo_Baresi

Il sorpasso di Vettel a Webber, gli ordini di scuderia e lo “sgarbo di Pironi” a Villeneuve

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Lo “strano caso” del sorpasso di Vettel a Webber durante lo scorso Gran Premio di Malesia che ha segnato uno strappo forse definitivo tra i due piloti della Red Bull, ha riportato alla mente il duello del Gran Premio di San Marino del 1982 tra i ferraristi Jilles Villeneuve e Didier Pironi, finito però in maniera opposta, divenuto successivamente famoso come “lo sgarbo di Pironi”.

url-4Premesso che non sono favorevole agli ordini di scuderia in stile Schumacher-Barrichello dei primi anni 2000 (scene penose con vergognosi arrivi in “parata”), bisogna però capire che una squadra di Formula 1 dovrebbe pensare a fare punti (soprattutto quando piloti del calibro di Alonso escono al secondo giro). Per lo spettacolo e soprattutto per la sua classifica, Vettel ha sicuramente fatto bene ad attaccare il compagno, anche se avrebbe potuto rischiare meno dato che ha sfiorato il muretto dei box a quasi 300 km/h per sopravanzare l’australiano. Un cavallo di razza come il tedesco, non ci sta ad arrivare secondo: carattere tenace che invece non contraddistingue assolutamente Webber che dal canto suo ha accusato il compagno di non aver rispettato gli ordini di scuderia… Ovviamente, se fosse successo il contrario in casa Red Bull le polemiche sarebbero state accesissime! In quel caso, la scusa sarebbe stata che il capitano è Vettel e dev’essere lui a vincere; insomma, l’australiano è costretto a rassegnarsi. Per cui onore al merito: il tedesco è stato più veloce e lesto a superare il compagno (seppur con un grandissimo rischio) e ha meritato di vincere! Webber avrà imparato la lezione e saprà che se capiterà nuovamente una situazione del genere, dovrà pigiare il piede sull’acceleratore per tenere a distanza Vettel.

Polemiche che nel 1982 misero fine all’amicizia tra il canadese Jilles Villeneuve e il francese Didier Pironi. I due ferraristi si trovavano alla quarta gara del campionato in prima e seconda posizione e, considerando che i rivali della Renault erano entrambi usciti di scena, dai box esposero il cartello “SLOW” che doveva indicare ai due piloti di mantenere le posizioni e non rischiare. Tuttavia Pironi decise di attaccare Villeneuve che all’inizio intese il sorpasso come un po’ di spettacolo per far divertire il pubblico; insomma, pensava che il francese scherzasse dato che erano anche legati da un bel rapporto d’amicizia. Dopo una serie di contro sorpassi, il francese non lasciò strada al compagno e tagliò per prima il traguardo… un amaro secondo posto per l’ultimo traguardo di Villeneuve, perché durante le qualifiche della gara successiva a Zolder (Belgio), perse la vita dopo un terribile incidente, sbalzato assieme al proprio sedile fuori dall’abitacolo. La fine di un mito, uno dei più grandi che la storia della Formula 1 ricordi; una fine tragica che ha contraddistinto la vita dei due più spettacolari piloti di sempre: Villeneuve e Senna.

url-5Tornando al Gran Premio di Malesia 2013, la vera chicca è stata però l’errore di Lewis Hamilton: passato da questa stagione alla Mercedes, il britannico ha deciso però di passare a fare un saluto ai suoi vecchi meccanici del team McLaren…

@Giacomo_Baresi