Il saluto del “Black Power” ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968

Le immagini che hanno fatto la storia dello sport

Olimpiadi estive di Città del Messico, 1968. Gli atleti statunitensi di colore Tommie Smith e John Carlos si sono classificati rispettivamente primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Questa immagine li ritrae nel momento della premiazione mentre alzano al cielo il pugno guantato di nero, in segno di protesta verso il razzismo ancora molto diffuso negli Stati Uniti. In seguito in patria i due atleti furono oggetto di aspre critiche e addirittura di minacce di morte. Col tempo, tuttavia, il gesto (detto ‘Black Power Salute’) ottenne il giusto riconoscimento e rimarrà nella storia come uno dei più forti a livello politico.

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La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Le imprese degli atleti

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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            Malgrado l’assenza di numerose delegazioni del blocco sovietico (su tutte quelle di Unione Sovietica, Germania Orientale, Bulgaria e Cuba, le prime quattro squadre del medagliere dei Giochi Olimpici di Mosca 1980), a Los Angeles lo sport fortunatamente non passò del tutto in secondo piano. L’obiettivo degli Stati Uniti, scontati vincitori del medagliere, era quello di cercare di superare le 80 medaglie d’oro conquistate dai sovietici a Mosca; la cosa avvenne puntualmente l’ultimo giorno di gare e fu salutata da festeggiamenti in tutto il paese per aver battuto indirettamente il nemico sovietico che non sfidavano da ben 8 anni. In totale gli Stati Uniti conquistarono ben 174 medaglie: 83 d’oro, 61 d’argento e 30 di bronzo. Un vero e proprio trionfo.
Il protagonista indiscusso di questa edizione fu indubbiamente lo statunitense Carl Lewis. Il 23enne nato a Birmingham, Alabama, e cresciuto a Willingboro, Pennsylvania, fu in grado di eguagliare l’impresa di Jesse Owens a Berlino 1936 a 48 anni di distanza con 4 medaglie d’oro: nei 100 m, nei 200 m, nella staffetta 4×100 m e nel salto in lungo.

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

La prima gara vinta dal “figlio del vento”, com’era soprannominato, furono i 100 metri piani: con uno straordinario tempo (per l’epoca) di 9″99 ottenne il primo posto davanti al connazionale Sam Graddy (10″19) e al canadese Ben Johnson (10″22). Ma la gara più attesa era quella del salto in lungo: con le sue doti atletiche, Lewis aveva tutte le carte in regola per superare il record del mondo di Bob Beamon di 8.90 m saltato ai Giochi di Città del Messico nel 1968. Dopo aver ottenuto un 8.54 m al primo tentativo ed un nullo al secondo, l’atleta statunitense, visto il livello non eccezionale dei suoi avversari, decise di rinunciare ai restanti quattro tentativi per evitare di affaticarsi troppo in vista dei successivi impegni. Fischiato dal pubblico, perse una grandissima occasione perché in seguito non riuscì più in questa disciplina ad ottenere misure da record. Nei 200 metri invece fu in grado di stabilire il record olimpico dopo aver fermato il cronometro sul tempo di 19″80. Infine diede una grande mano ai suoi compagni nella vittoria della staffetta 4×100 metri che gli Stati Uniti vinsero in maniera agevole con il nuovo record del mondo di 37″83.

Sempre sulla pista di atletica, il re degli ostacoli fu Edwin Moses.

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

         Il campione dell’Ohio, grazie al meritatissimo successo nei 400 ostacoli, portò a 107 il numero di vittorie consecutive nella specialità (122 contando anche le batterie). Dal 1977 al 1987 infatti Moses risultò imbattuto in tutte le gare che disputò: fu sconfitto a Berlino il 26 agosto del 1977 da Harald Schmid e a Madrid il 4 giugno 1987 da Danny Harris. Una striscia impressionante per una carriera stratosferica che terminò nel 1988 con 187 gare disputate e 178 gare vinte. Moses non fu però protagonista solo sulla pista: durante la Cerimonia d’apertura infatti fu scelto per prestare il giuramento olimpico degli atleti e, bloccatosi a metà, fu costretto a ripeterlo due volte prima di ricordarsi le parole esatte.
I Giochi di Los Angeles furono ricordati anche per la prima edizione della maratona femminile; il caldo e l’afa della California erano tuttavia molto temuti da maratoneti e marciatori e le vittime non mancarono: la più famosa fu la svizzera Gabriela Andersen Schiess che, nella maratona vinta dalla statunitense Joan Benoit, impiegò, una volta entrata nello stadio, ben sette minuti per portare a termine la gara percorrendo i 400 metri finali. Stravolta, disidratata e con uno stiramento muscolare alla gamba, fece ritornare a tutti in mente la scena di Dorando Pietri che nel 1908 tagliò per primo il traguardo della maratona olimpica di Londra ma fu squalificato a causa dell’aiuto dei soccorritori che lo sostennero nei metri finali. La Andersen, visto il precedente, allontanò tutti con chiari gesti fino a che non riuscì a tagliare il traguardo in trentasettesima posizione. Una volta accasciatasi a terra, fu portata in ospedale, ma qualche settimana dopo fu addirittura invitata alla Casa Bianca da Ronald Reagan che si complimentò con lei e la premiò con una medaglia d’oro al valore sportivo.
Malgrado il dominio statunitense nel medagliere, la vera sorpresa di Los Angeles fu la Romania che arrivò al secondo posto dietro i padroni di casa. Ma a destare scalpore fu proprio la partecipazione dei rumeni ai Giochi, dato che furono esaltati dagli americani perché considerati gli unici a non aver obbedito all’ordine sovietico del boicottaggio. La sfida tra Stati Uniti e Romania non ebbe ovviamente storia a livello di medaglie (gli americani conquistarono più del quadruplo delle medaglie d’oro dei rumeni e più del triplo delle medaglie totali), ma entrò nel vivo nella ginnastica artistica femminile dove le protagoniste furono la statunitense Mary Lou Retton (16 anni) e la rumena Ecaterina Szabo (17 anni).

Mary Lou Retton impegnata nell'esercizio di corpo libero

Mary Lou Retton impegnata nell’esercizio di corpo libero

        Nella gara più attesa, il concorso generale dove le atlete devono esibirsi in tutte le specialità della ginnastica, il testa a testa fu spettacolare con voti vicinissimi al 10 per entrambe le atlete. Quel 10 che solo la fantastica Nadia Comaneci era riuscita ad ottenere ai Giochi di Montreal del 1976. Prima dell’ultima prova, la Szabo conduce sulla Retton con il minimo vantaggio di 0,05 punti: per la rumena ci sono le parallele asimmetriche, mentre per la statunitense il volteggio. Per prima si esibisce la Szebo che ottiene una votazione di 9.90 nella sua prova; tocca quindi alla Retton che ha la possibilità di vincere la medaglia d’oro solitaria a questo punto solo con un 10, voto che rappresenta la perfezione assoluta. E così fu. Grazie ad un volteggio impeccabile Mary Lou Retton vinse il concorso generale di ginnastica mandando in visibilio il pubblico e gli Stati Uniti interi, considerando che solo 3 settimane prima aveva subito un grave infortunio al ginocchio in allenamento che aveva rischiato di compromettere la sua partecipazione ai Giochi. La Szabo, medaglia d’argento, si consolò alla fine con 4 medaglie d’oro: al corpo libero, al volteggio e alla trave, più quella ottenuta nel concorso a squadre. La Retton invece terminò la sua Olimpiade con un oro, due argenti e due bronzi, ma il metallo più pregiato arrivò nella competizione più attesa.

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Giacomo Baresi (@giacomo_baresi)

La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Il trionfo del business, la cerimonia d’apertura e l’impatto mediatico della manifestazione

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

url-1Come già anticipato nei paragrafi precedenti, una delle svolte dei Giochi
Olimpici di Los Angeles 1984 fu quella di affidare l’intera organizzazione
dell’evento nelle mani di Peter Ueberroth, Presidente del Comitato Organizzatore
che si impegnò nell’impresa di non utilizzare denaro pubblico dato che l’utilizzo dei
fondi statali rischiò di mandare sul lastrico l’intero Quebec dopo l’edizione di
Montreal 1976. Curiosamente nato il 2 settembre 1937, lo stesso giorno della morte
del padre dei Giochi, il Barone Pierre de Coubertin, Ueberroth, che alla fine del
1984 sarà eletto uomo dell’anno dalla rivista “Time”, ebbe carta bianca sul reperire i
fondi necessari per lo svolgimento della manifestazione dalle fonti più disparate.
In primis dalle televisioni che versarono nelle casse del Comitato
Organizzatore oltre 286 milioni di dollari; il monopolio era quasi totalmente della
ABC Television che fin dalla firma del contratto nel 1979 spese ben 225 milioni di
dollari per avere l’esclusiva della maggior parte degli eventi. Una diretta costante
considerata però dal resto del mondo eccessivamente “di parte” perché spesso si
fissava sulle gare degli atleti statunitensi lasciando in secondo piano eventi più
interessanti che però non vedevano gli americani come protagonisti.

Gli sponsor privati iniziarono dunque a firmare contratti milionari con il
comitato organizzatore che non ebbe scrupoli ad intitolare palazzetti ed impianti
sportivi col nome dell’azienda che li aveva sponsorizzati. Nell’azione di risparmio
intrapresa da Ueberroth, solo due impianti furono costruiti, mentre tutti gli altri
furono solo ristrutturati: uno fu il McDonald’s Olympic Swim Stadium, inaugurato
nel luglio del 1983 e finanziato unicamente dalla catena di fast food, mentre l’altro
fu l’Olympic Velodrome che invece fu sponsorizzato dalla catena di convenience
store 7-Eleven. In cambio della pubblicità, Ueberroth aveva ottenuto due nuove
strutture a costo zero.

L'elenco degli sponsor dei Giochi

L’elenco degli sponsor dei Giochi

Tuttavia in alcune circostanze il risparmio fu eccessivo: furono infatti
autorizzati impianti precari e senza norme di sicurezza per atleti e spettatori.
Paradossalmente gli atleti del tiro a volo quando mancavano pochi giorni all’inizio
dei Giochi non sapevano dove avrebbero dovuto gareggiare. Inoltre il sevizio di
vigilanza fu affidato ad un gruppo di volontari (oltre 50.000).
I Giochi di Los Angeles rappresentarono quindi il trionfo del business e dei
finanziamenti privati, la filosofia che in quegli anni andava per la maggiore
all’interno dei capitalistici Stati Uniti. Addirittura la torcia olimpica fu sponsorizzata
dalla AT&T, mentre McDonald’s promosse una campagna di offerte e regali ad
ogni medaglia conquistata dagli Stati Uniti, ma non aveva fatto i conti col
boicottaggio sovietico che fece fallire una buona dose di ristoranti a causa del numero spropositato di successi americani. Il simbolo della Coca-Cola era ovunque,
così come quello della Marlboro che invase ogni pagina dell’edizione speciale
sull’Olimpiade della rivista sportiva Sports Illustrated.
Oltre alla figura di Ueberroth, che negli anni seguenti ai Giochi diverrà un
famoso dirigente nel mondo del baseball statunitense, non è da tralasciare quella del
Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch, artefice di una rivoluzione costante
durante i suoi 20 anni di presidenza poiché promotore di un’idea più aperta riguardo
alla partecipazione olimpica rispetto alle anacronistiche idee dei suoi predecessori.
Su tutte, la distinzione tra dilettanti e professionisti che venne meno e finalmente
chiunque era in grado i prendere parte ai Giochi Olimpici. Inoltre ovviamente il
finanziamento privato promosso da Ueberroth che diede vita ad un risanamento
delle casse del CIO.

L’evento fu comunque un successo straordinario e si può sintetizzare nel
trionfo del capitalismo degli Stati Uniti e nel successo del business rilanciato da un
ex agente di viaggi che impiegò anima e corpo nell’organizzazione di una
manifestazione planetaria.
La Cerimonia d’apertura fu una delle più sfarzose ed esagerate della storia dei
Giochi Olimpici, anche perché gli Stati Uniti sentivano il dovere di rispondere a
tono all’Unione Sovietica dopo l’edizione di quattro anni prima a Mosca. Per fare
ciò furono contattati ovviamente da Ueberroth i professionisti della vicinissima
Hollywood che ebbero il compito di inscenare un musical che raccontasse la storia
della nazione.
Il 28 luglio 1984 il Los Angeles Memorial Coliseum era gremito in ogni ordine
di posto (92.516 persone erano presenti sugli spalti); poco dopo le 16.30, ebbe
inizio lo spettacolo con l’entrata del “Rocket Man”, l’uomo razzo, che per qualche
decina di secondi sorvolò lo stadio grazie ad uno speciale zaino con propulsori che
gli permetteva di volare. Tutto questo per ricordare all’Unione Sovietica e al mondo
intero l’impresa di 15 anni prima della missione Apollo 11 che portò il primo uomo
sulla Luna. In seguito vennero rilasciati nel cielo migliaia di palloncini colorati (tutti rigorosamente sponsorizzati) e il Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan,
fece il suo ingresso trionfale nello stadio poco prima dell’inno nazionale
statunitense.

L'uomo razzo durante la Cerimonia d'apertura

L’uomo razzo durante la Cerimonia d’apertura

Il musical, che durò circa tre quarti d’ora, fu un vero successo patriottico, tanto
che il giornalista Dave Anderson, sulle pagine del New York Times, scrisse: “Lo
spettacolo dell’intervallo al Super Bowl in confronto sembra una recita scolastica”.
Il tema affrontato fu la breve storia degli Stati Uniti dalla fine del XVIII secolo fino
al secondo dopoguerra. Questo anticipò la consueta sfilata di tutte le delegazioni
che prendevano parte ai Giochi; la parata fu introdotta dalla famosa canzone di John
Williams Los Angeles Olympic Theme. Poco dopo le 19.00 fu invece il momento di
due importanti discorsi: quello di Peter Ueberroth, Presidente del Comitato
Organizzatore, e quello di Juan Antonio Samaranch, Presidente del CIO che
durarono pochi minuti prima dell’entrata in scena di Reagan che dichiarò
ufficialmente aperti i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984.
Dopo che l’inno olimpico risuonò per lo stadio, la bandiera olimpica fu issata e
migliaia di colombe bianche furono liberate nell’aria, fu il momento dell’entrata della torcia olimpica che fece il suo ingresso al Memorial Coliseum tra le mani di
Gina Hemphill, nipote di uno dei più forti atleti della storia americana, Jesse
Owens, scomparso quattro anni prima. Dopo aver compiuto un giro dello stadio,
ella passò la torcia a Rafer Johnson, la medaglia d’oro nel decathlon ai Giochi
Olimpici di Roma 1960, che fu l’ultimo tedoforo ed ebbe l’onore di accendere il
braciere olimpico che ospitò il sacro fuoco di Olimpia per la seconda volta perché
già nel 1932 era stato utilizzato.

Il Memorial Coliseum gremito durante la Cerimonia

Il Memorial Coliseum gremito durante la Cerimonia

L’ostacolista americano Edwin Moses, non senza qualche problema di
memoria, recitò il giuramento degli atleti, mentre a Sharon Weber toccò quello dei
giudici. Prima dello spettacolo finale di fuochi d’artificio, furono eseguiti l’Inno alla
Gioia di Ludwig Van Beethoven e il brano Reach Out and Touch di Vicki
McClure.
Quattro ore di spettacolo indimenticabile per i presenti e dal giorno successivo
gli atleti iniziarono a gareggiare…

@Giacomo_Baresi

La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Le origini e le trasformazioni della città

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        Los Angeles, come già anticipato, è stata una delle quattro città (assieme ad Atene, Parigi e Londra) ad avere ospitato più di una edizione dei Giochi Olimpici: nel 1932 e nel 1984. Tuttavia, a differenza delle altre tre metropoli europee che vantano una storia millenaria, quella californiana ha ovviamente una storia piuttosto recente: gli spagnoli guidati da Juan Cabrillo arrivarono infatti nella zona di Los Angeles nel 1542, malgrado nella California vivessero già gruppi di popolazioni native. Si dovette aspettare però oltre 200 anni per i primi insediamenti fissi: dopo numerose spedizioni ed esplorazioni, nuovi coloni fondarono una missione nel 1771 a Whittler Narrows, poi trasferitasi a causa di una inondazione a San Gabriel.
Circa dieci anni più tardi, il 4 settembre 1781, alcuni coloni decisero di staccarsi dalla missione per fondare un piccolo insediamento vicino al principale fiume della zona: la nuova cittadina fu chiamata El Pueblo de Nuestra Senora la Reina de los Ángeles sobre El Rìo Porciuncula. Essa divenne messicana quando il Messico nel 1821 ottenne l’indipendenza dalla Spagna e capitale della California dal 1845 al 1847. Proprio il 1847 fu un anno decisivo per le sorti della piccola città, perché dopo la Battaglia del Rio San Gabriel, la California nel 1850 passò nelle mani degli Stati Uniti e Los Angeles divenne ufficialmente città il 4 aprile 1850.
La popolazione di Los Angeles era di soli 1.610 abitanti, ma la scoperta del petrolio nel 1892 permise alla città una crescita rapidissima. Lo sviluppo fu impressionante, favorito anche dalla presenza di due delle principali linee ferroviarie (la Southern Pacific nel 1876 e la ferrovia di Santa Fe nel 1885). L’espansione edilizia prima toccò la zona nord, quella collinare, con la nascita dei sobborghi di Glendale, Pasadena, Burbank, Alhambra, Azusa, Monte, poi la zona est e sud est, quella verso il mare, con i quartieri di Redondo Beach, Santa Monica e Long Beach.

Los Angeles Broadway nel 1924

Los Angeles Broadway nel 1924

La caratteristica principale della città di Los Angeles è la mancanza di un vero e proprio centro: la rapida e disordinata espansione edilizia ha fatto in modo che la metropoli sia formata da un alto numero di agglomerati urbani che negli anni l’hanno fatta diventare la seconda degli Stati Uniti per numero di abitanti, circa 4 milioni (che salgono a 11 milioni se contiamo l’intera Contea di Los Angeles con tutti i sobborghi).
L’economia della metropoli si basa principalmente sull’industria cinematografica (a partire dagli anni ’20, a Hollywood è presente la maggiore del mondo), l’industria aerospaziale e informatica, l’agricoltura, l’industria petrolifera e il commercio internazionale (il porto di Los Angeles è infatti il principale degli Stati Uniti). Da non sottovalutare anche il turismo, una delle maggiori fonti di ricchezza del sud della California.

Una veduta di Los Angeles e dei suoi sobborghi

Una veduta di Los Angeles e dei suoi sobborghi

       Tuttavia la speculazione immobiliare è stata una delle principali prerogative dello sviluppo di Los Angeles, che per molto tempo ha vissuto in modo parassitario sulla ricchezza prodotta in altre regioni; nella prima metà del XX secolo furono attirate numerosissime industrie nella città californiana che permisero una ricapitalizzazione di Downtown e la promozione appunto delle filiali industriali. Ma una delle caratteristiche della California fu anche una precoce motorizzazione, che permise a molte persone di poter vivere al di fuori del centro cittadino spostandosi grazie all’automobile. Nel 1925 esisteva già di media un’auto ogni 1,6 abitanti! Grazie a questo la centralità di Downtown perse ogni significato e la città di Los Angeles continuò a crescere in modo disordinato e confuso.
Passando poi per gli anni della Seconda guerra mondiale, dove la zona di Los Angeles divenne la principale per l’industria aeronautica e per la presenza di basi militari grazie a numerosi sussidi regionali stanziati per la difesa nazionale. Così nel dopoguerra emerse il Westside grazie all’ennesimo boom immobiliare, quartiere in feroce conflitto con il Downtown. Conflitto che accennò a calare solo negli anni ’70, grazie alla nascita di nuove forze economiche: Downtown fu infatti colonizzata dai giapponesi che vedevano di buon occhio Los Angeles a causa della “passione comune” per l’industria informatica e perché trovavano i prezzi della città californiana stracciati rispetto a quelli presenti a Tokyo. Le varie élite di bianchi avevano per anni cercato di dominare la città, ma mai ci riuscirono completamente.

E’ quindi in questo clima di confusione e conflitto, pur condito da una costante ed esponenziale crescita demografica ed economica dovuta alla continua immigrazione, che si arriva al 1984, l’anno dei Giochi della XIII Olimpiade.

Il logo dei Giochi Olimpici di Los Angeles 1984

Il logo dei Giochi Olimpici di Los Angeles 1984

        Dopo essere stata battuta da Mosca nel 1974 come candidata ad ospitare i Giochi Olimpici del 1980 (con la votazione di 39 a 20 in favore della capitale sovietica), Los Angeles fu scelta appunto per ospitare l’edizione successiva del 1984. Così come 52 anni prima, la città californiana era curiosamente l’unica candidata: il motivo fu il grave deficit economico con cui uscì Montreal dopo l’edizione del 1976 che spaventò sensibilmente i diversi Comitati Olimpici. Il Comitato Organizzatore dell’edizione canadese fu costretto a chiedere aiuto allo Stato e la cosa spaventò non poco i possibili candidati alle edizioni successive. Tuttavia Los Angeles riuscì ad invertire questo trend con l’intervento di un altissimo numero di sponsor privati.
Grazie alla sapiente gestione del Presidente del Comitato Organizzatore, Peter Ueberroth, a fronte di 469 milioni di dollari di spese ne verranno ricavati alla fine ben 619 milioni: un utile di 150 milioni di dollari.
Tutto questo a causa anche delle oculate spese di finanziamento per la ristrutturazione delle infrastrutture necessarie al pieno svolgimento della manifestazione; solo in due circostanze vennero costruiti nuove sedi per ospitare le gare: è il caso dell’Olympic Velodrome (il velodromo per il ciclismo su pista) sponsorizzato dalla catena di convenience store 7-Eleven e dell’Olympic Swim Stadium (che ospitava le gare di nuoto, tuffi e nuoto sincronizzato) sponsorizzato dalla catena di fast food Mc Donald’s.
Lo Stadio Olimpico, il Los Angeles Memorial Coliseum, fu inaugurato nel maggio del 1923 e costò circa un milione di dollari (i lavori di costruzione iniziarono nel 1921); ospitò le spettacolari Cerimonie d’apertura e di chiusura, oltre ovviamente alla gare di atletica. Lo stadio, che poteva contenere oltre 90.000 persone, fu protagonista di entrambe le edizioni dei Giochi Olimpici ospitate dalla città californiana e subì solo degli interventi di ristrutturazione negli anni precedenti alle due importanti manifestazioni.

Il Memorial Coliseum gremito

Il Memorial Coliseum gremito

        La zona che ospitò gran parte delle competizioni a Los Angeles fu quella dell’Exposition Park, mentre le altre gare furono invece disputate nei vari sobborghi limitrofi. Tuttavia il Memorial Coliseum era stato costruito all’interno dell’Exposition Park, che rimaneva il cuore pulsante dei Giochi perché vedeva la presenza del braciere olimpico (che era lo stesso dell’edizione del 1932). La zona fu completamente riqualificata grazie a numerosi interventi che permisero di rinnovare il sistema d’illuminazione e la costruzione di aree verdi. Attualmente all’interno del parco possiamo trovare il Los Angeles County Natural History Museum, il Los Angeles County Historical & Art Museum, il California Aerospace Museum e il California Science Center che al suo interno racchiude l’Original State Exposition Building.
Inoltre il 1° giugno 1984 fu inaugurata la scultura simbolo di quell’edizione dei Giochi: l’Olympic Gateway dello scultore Robert Graham. Alta circa 7 metri, l’opera raffigurava il torso di due atleti: un giocatore di pallamano e una velocista interamente in bronzo. Essa fu situata proprio di fronte all’entrata del Memorial Coliseum ed è tutt’ora presente.

"Olympic Gateway" di Robert Graham

“Olympic Gateway” di Robert Graham

I luoghi dove furono disputati i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984.

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    Inoltre alcune partite di calcio furono disputate a Boston (Massachusetts), Annapolis (Maryland) e Palo Alto (California) a causa dell’impossibilità di ospitare tutti gli incontri nel Rose Bowl Stadium di Pasadena.

@Giacomo_Baresi

“Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan” – INDICE e INTRODUZIONE

La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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INDICE

Introduzione

CAPITOLO 1 – IL RAPPORTO TRA GIOCHI OLIMPICI E POLITICA

•    La propaganda nazista ai Giochi Olimpici di Berlino (1936)

•    La protesta ai Giochi Olimpici di Città del Messico (1968)

•    Guerra fredda e Giochi Olimpici: da Londra (1948) a Mosca (1980)

CAPITOLO 2 – LA CITTA’ DI LOS ANGELES E I GIOCHI OLIMPICI DEL 1984

•    Le trasformazioni della città

•    Il boicottaggio dell’Unione Sovietica

• Il trionfo del business, la cerimonia d’apertura e l’impatto mediatico della manifestazione

•    Le imprese degli atleti

•    Il rapporto tra Ronald Reagan e i media nel contesto olimpico

INTRODUZIONE

La politica internazionale è sempre stata parte integrante dei Giochi Olimpici: spesso e volentieri eventi estranei allo sport hanno influito in maniera sia positiva che negativa sullo svolgimento di questa magnifica manifestazione.
La prima edizione dei Giochi Olimpici moderni ebbe luogo ad Atene nel 1896 per volere del barone francese Pierre de Coubertin, considerato il padre fondatore di questo straordinario evento che ogni quattro anni fa appassionare il mondo intero; fin da quel giorno le rivalità tra atleti di diversa nazionalità erano già molto marcate: i francesi sentivano molto le sfide con i tedeschi, mentre i britannici quelle contro gli americani. Nessuno aveva intenzione di perdere contro lo storico rivale.

Lo Stadio Olimpico dell'edizione del 1896

Lo Stadio Olimpico dell’edizione del 1896

         Il 1900 fu il turno di Parigi e lo svolgimento dei Giochi coincise con l’Esposizione Universale nella capitale francese: l’obiettivo era quello di sfruttare l’affluenza numerosa di pubblico per pubblicizzare ulteriormente l’evento. La cosa però creò non pochi problemi a de Coubertin che rischiò di vedere fallire il suo progetto a causa dell’organizzazione non impeccabile.
Quattro anni più tardi i Giochi Olimpici emigrarono per la prima volta lontano dall’Europa, precisamente negli Stati Uniti, dove ci fu però un vero e proprio disastro. Su 630 atleti partecipanti, solo 107 non erano cittadini statunitensi! Inizialmente doveva essere Chicago ad ospitare la terza edizione dei Giochi, ma nel 1904 a St. Louis fu organizzata la Louisiana Purchase Exposition per festeggiare i cento anni della cessione della Louisiana agli Stati Uniti. Fu quindi il Presidente Theodore Roosevelt a decidere che sarebbe stata St. Louis la città olimpica. L’organizzazione approssimativa e la contemporanea presenza dell’esposizione fecero in modo che questa edizione (durata oltre 5 mesi) fu ricordata come una delle peggiori di sempre. Le “giornate antropologiche” fecero rabbrividire lo stesso de Coubertin (che dal canto suo decise di rimanere in Europa): atleti di razze considerate inferiori (come pigmei, inuit, ainu, e sioux) venivano fatti gareggiare in competizioni difficilmente definibili “sportive”. 100 metri, tiro con l’arco e lancio del peso furono tra le gare più seguite, e i protagonisti venivano osservati attentamente dal pubblico che era entusiasta e accorse numeroso ad assistere all’evento per schernire, in una drammatica espressione di razzismo, i malcapitati, considerati dei veri e propri fenomeni da baraccone.

Tiro con l'arco durante le giornate antropologiche

Tiro con l’arco durante le giornate antropologiche

       I Giochi rimasero quindi per volere di de Coubertin in Europa fino al 1928 (edizione di Amsterdam) prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932: questa volta la sede fu Los Angeles, l’unica città assieme ad Atene, Parigi e Londra ad avere ospitato più di un’edizione. Gli organizzatori speravano che non si ripetessero gli errori di St. Louis, ma nessuno aveva fatto i conti con la Grande Depressione che nel 1929 colpì gli Stati Uniti. Tuttavia la manifestazione non ebbe grandi problemi, sebbene non fu affatto sfruttata a livello politico dal Presidente Hoover che la snobbò. Cosa che invece non successe assolutamente quattro anni più tardi.
A partire dall’edizione organizzata a Berlino nel 1936 sotto il regime nazista, si può notare come quella dei Giochi possa essere un’arma micidiale di propaganda. Con il passare degli anni i Giochi Olimpici hanno avuto sempre più importanza e valore a livello internazionale e prenderanno così nel XX secolo lentamente il posto delle Esposizioni Universali come metodo per permettere ad una città di mettersi in mostra a livello globale, crescere e svilupparsi ulteriormente per quanto riguarda le infrastrutture. Sostanzialmente sono diventati col passare del tempo molto di più di un semplice evento sportivo: per due settimane ogni quattro anni una città diventa il centro assoluto del mondo. La sede scelta viene completamente riqualificata e trasformata per poter prepararsi al meglio ad ospitare atleti, giornalisti e delegazioni provenienti da tutto il mondo, con l’assoluto divieto di fare figuracce di fronte al mondo intero. I Giochi si sono quindi trasformati in una micidiale arma economica e a volte lo sport, il protagonista principale dell’evento, sembra passare addirittura in secondo piano.
Ma non solo: i Giochi Olimpici sono stati utilizzati nella storia anche come importante arma politica a livello internazionale e gli Stati Uniti sono sempre stati in prima linea per cercare di sfruttarli al meglio come ogni grande potenza che si rispetti: partendo proprio da Berlino nel 1936, quando il regime nazista decise di mettere in luce in tutti i modi le imprese degli atleti tedeschi. Il boicottaggio statunitense non andò in quell’occasione a buon fine, permettendo a Hitler di avere un successo a livello globale anche grazie alle prime trasmissioni televisive.
Nel 1968 in occasione dei Giochi Olimpici di Città del Messico, due atleti afroamericani di nome Tommie Smith e John Carlos conquistarono la medaglia d’oro e di bronzo sui 200 metri. Per protestare contro le continue discriminazioni razziali in patria nei confronti dei neri, salirono sul podio esibendo il pugno guantato di nero, gesto tipico delle Black Panthers.
Passando poi alla delicatissima questione della Guerra fredda: dalla fine della Seconda guerra mondiale, il dualismo Stati Uniti-Unione Sovietica non si è visto solo a livello di politica internazionale, ma anche nello sport. Si passa dal boicottaggio di 65 nazioni capeggiate dagli Stati Uniti nell’edizione di Mosca 1980 per protestare contro l’invasione sovietica di pochi mesi prima dell’Afghanistan a quello di 4 anni più tardi da parte dell’Unione Sovietica e del blocco orientale ai Giochi di Los Angeles 1984, manifestazione in cui gli Stati Uniti intendevano mostrare ulteriormente i muscoli allo storico avversario.

Lo Stadio Olimpico di Los Angeles durante la Cerimonia d'apertura

Lo Stadio Olimpico di Los Angeles durante la Cerimonia d’apertura

        Proprio l’edizione di Los Angeles 1984 è stata un chiaro esempio di propaganda americana antisovietica, questa volta sfruttata nel migliore dei modi dal Presidente Ronald Reagan che grazie anche al successo mediatico si assicurò la rielezione per il secondo mandato qualche mese più tardi (a differenza di quello che successe nel 1932 con Hoover). La spettacolare cerimonia d’apertura è rimasta nella storia: l’uomo razzo planato nello Stadio Olimpico voleva rimarcare la sfida spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma i Giochi di Los Angeles sono ricordati per il trionfo del business negli sfarzosi anni ’80. Gli atleti erano vicini al mito di Hollywood e all’orgoglio americano sulle note della colonna sonora di quel periodo, Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen.
Insomma, Giochi Olimpici e politica (sia interna che internazionale) sono sempre andati a braccetto dopo oltre un secolo dalla prima edizione e in questo caso possiamo analizzare come gli Stati Uniti siano stati sempre protagonisti.

@Giacomo_Baresi

Invasioni di campo. Calcio, tennis, rugby, atletica e Formula 1: nessuno sport ne è esente!

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Nel match del campionato svizzero di domenica scorsa tra Thun e Zurigo, per la cronaca terminato 4-0 per gli ospiti, un simpatico invasore ha deciso di creare scompiglio entrando ripetutamente in campo e sfuggendo a più riprese ai tentativi di “placcaggio” dei giocatori: una martora, un piccolo mammifero che è parente stretto della più nota faina. Dopo qualche minuto finalmente un giocatore dello Zurigo, Loris Benito, riesce nell’impresa di fermare l’animaletto con uno spettacolare tuffo, ma viene morso ed è costretto a ricorrere alle medicazioni del proprio medico; poi finalmente il portiere Davide Da Costa blocca definitivamente l’invasore e, grazie anche all’aiuto dei guanti, evita spiacevoli sorprese accompagnandolo fuori…

Tra gli invasori più famosi degli ultimi anni, non si può dimenticare Jimmy Jump, un catalano che si è reso protagonista di innumerevoli invasioni di campo di diversi sport: iniziando dalla finale di Euro 2004 tra Portogallo e Grecia, quando lanciò una bandiera del Barcellona a Luis Figo, al tempo centrocampista del Real Madrid. Spesso non inquadrato dalle telecamere, Jimmy Jump è l’incubo di ogni sportivo: in Spagna lo ricordano per un’invasione durante Real Madrid-Barcellona del 2005 e nella semifinale di Champions League 2005/2006 tra Villareal ed Arsenal.

url-1Pure il tennis non fu immune: fece infatti irruzione di campo nel corso della finale del Roland Garros del 2009 mentre si stavano sfidando Federer e Söderling, creando qualche minuto di scompiglio. Anche nel rugby se lo ricordano bene… e precisamente per la sua invasione durante la finale della Coppa del Mondo tra Sudafrica ed Inghilterra nel 2007, quando entrò in campo ad iniziò del secondo tempo. Un vero e proprio disturbatore insomma, che ha fatto del suo hobby una specie di lavoro perché in molti hanno chiesto di sponsorizzare qualcosa durante le sue invasioni… probabilmente gli servivano soldi per pagare le multe prese! Caratteristica inconfondibile: il cappellino rosso che spesso ha cercato di mettere in testa alle sue vittime!

In Italia invece tutti ricorderanno sicuramente “il Falco”, il pescarese Mario Ferri, che indossa ad ogni invasione la sua celebre maglia di Superman: il suo esordio in Sampdoria-Napoli del 2010, gara che regalò i preliminari di Champions League ai blucerchiati, quando entrò in campo nel bel mezzo della sfida del Ferraris con una maglietta che invocava la convocazione di Antonio Cassano in nazionale per i Mondiali in Sudafrica… ma Lippi non lo ascoltò! Altre invasioni che si ricordano sono quella nella semifinale del Mondiale 2010 tra Germania e Spagna e nella finale del Mondiale per Club dello stesso anno tra Inter e Mazembe.

Infine il più folle degli invasori è sicuramente l’irlandese Cornelius Horan, prete e fanatico religioso (con qualche problema psichiatrico): le sue invasioni più famose sono quella del 20 luglio 2003 durante il Gran Premio di Gran Bretagna a Silverstone dove rischiò la vita entrando nel bel mezzo della pista. Fortunatamente le monoposto riuscirono a schivarlo. E soprattutto la meschina invasione durante la maratona olimpica di Atene 2004, vinta da Stefano Baldini, quando a pochi chilometri dalla fine della gara si avventò addosso al brasiliano Vanderlei de Lima che in quel momento era in testa. Aiutato da uno spettatore greco, de Lima riuscì a riprendere la corsa e concluse la gara al terzo posto.

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La fortunata impresa di Steven Bradbury ai Giochi Olimpici Invernali di Salt Lake City 2002

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Una delle vittorie più sorprendenti di sempre arrivò nel 2002 durante i Giochi Olimpici Invernali di Salt Lake City: il protagonista fu l’australiano Steven Bradbury che grazie a quel memorabile e inaspettato successo, entrò di diritto nella storia delle Olimpiadi. In patria divenne un eroe, anche perché di medaglie nei Giochi Invernali non se ne vedono troppe da quelle parti… fu infatti la prima medaglia d’oro individuale di un atleta dell’emisfero australe.

Steven Bradbury con la medaglia d'oro conquistata a Salt Lake City

Steven Bradbury con la medaglia d’oro conquistata a Salt Lake City

Bradbury nacque appunto in Australia nel 1973 e fin da giovanissimo si mise in evidenza nel pattinaggio, categoria short track: la velocità pura sul ghiaccio. Le gare di short track sono ad eliminazione: i pattinatori si danno battaglia su un anello di poco più di 100 metri e solitamente solo i primi 2 o 3 atleti (dipende dalle diverse distanze) accedono al turno successivo. Le distanze sono di 500 m, 1000 m, 1500 m, 3000 m, 3000 m staffetta (per le donne) e 5000 m staffetta (per gli uomini). E proprio nella staffetta sui 5000 m, Bradbury nel 1994 conquistò una preziosissima medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Lillehammer. Tuttavia la sua carriera rischiò di interrompersi bruscamente poche settimane dopo, perché durante la tappa di Coppa del Mondo di Montreal, Bradbury si scontrò con l’italiano Mirko Vuillermin che con un pattino lacerò la gamba dell’australiano che perse parecchio sangue e i medici furono costretti a cucire oltre 100 punti di sutura per salvarlo.

Una gara di short track

Una gara di short track

L’incidente gli segnò la carriera, ma Bradbury decise di tenere duro fino ai Giochi Olimpici di Salt Lake City nel 2002. Era iscritto a due gare: i 1000 m e i 1500 m. Sui 1500 m uscì al secondo turno, mentre nei 1000 m arrivò ai quarti di finale dove secondo gli esperti era destinato ad uscire subito dai giochi data la presenza nella sua stessa batteria dei favoritissimi: il padrone di casa statunitense Apolo Ohno e il canadese Marc Gagnon. Bradbury, ultimissimo, approfittò della caduta del giapponese Naoya Tamura per chiudere in terza posizione; il risultato non sarebbe bastato, ma Marc Gagnon fu squalificato dai giudici di gara proprio per aver causato la caduta di Tamura. Risultato? Bradbury ammesso alle semifinali come secondo, mentre Tamura ripescato per essere stato danneggiato.

In semifinale si trovarono in 5: Bradbury partì alla corda e perse subito metri rispetto ai suoi avversari dopo poche pattinate. All’ultimo giro l’australiano era ovviamente ultimo, ma iniziò la sfortuna dei suoi avversari: il sudcoreano Kim Dong-Sung cadde per colpa del cinese Li Jiajun, che fu a sua volta travolto all’ultima curva dal canadese Mathieu Turcotte. Il giapponese Satoru Terao tagliò per primo il traguardo davanti a Bradbury. I giudici tuttavia squalificarono inspiegabilmente Terao e ripescarono il cinese e il canadese.

La finale sempre a 5 vide come protagonisti Bradbury, Turcotte, Jiajun, l’idolo locale Ohno e il sudcoreano Ahn Hyun-Soo. Per l’australiano era già stato un miracolo arrivare fino all’ultimo turno, ma la speranza si sa, è l’ultima a morire. Anche in questo caso Bradbury fece tutta la gara in coda, staccato di netto rispetto agli altri. Ma all’ultima curva successe qualcosa che ebbe dell’incredibile: una rocambolesca caduta di gruppo mise fuori causa tutti gli atleti e Bradbury, che era indietro di diversi metri, non venne coinvolto e tagliò per primo il traguardo davanti ad un pubblico attonito e spiazzato. Pure il commentatore italiano Franco Bragagna non riesce a capacitarsi di ciò che aveva appena visto, ed è fantastico il tono di voce che usa nel descrivere l’avvenimento: “Cadono tutti e Bradbury rimane in piedi… medaglia d’oro…”. Secondo finì Onho e terzo Turcotte che si lanciarono sulla linea del traguardo dopo la caduta.

Steven Bradbury mentre taglia incredulo il traguardo    Steven Bradbury mentre taglia incredulo il traguardo davanti a Ohno e Turcotte

Steven Bradbury mentre taglia incredulo il traguardo davanti a Ohno e Turcotte

Il giovane australiano divenne immediatamente l’idolo di tutti in patria, tanto che fu pure stampato un francobollo in suo onore. Dopo i Giochi decise di ritirarsi, diventando poi commentatore tv e pilota automobilistico. La sua impresa è stata poi ripresa in chiave ironica in un famoso servizio della Gialappa’s Band.

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“Fantozzi e lo sport”: l’ATLETICA e le Olimpiadi Aziendali

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La saga di “Fantozzi” è entrata di diritto nella storia del cinema italiano. La bravura di Paolo Villaggio è stata quella di stereotipare al massimo la vita dell’italiano medio impersonificandola nel ragioniere più famoso d’Italia. E lo sport è sempre stato uno dei passatempi preferiti di Fantozzi, malgrado i disastrosi risultati… Ogni settimana vedremo come Paolo Villaggio ha descritto la sua visione di vari sport (calcio, tennis, sci, atletica, ciclismo, biliardo) nella tragica vita quotidiana del ragionier Fantozzi.

fantozzi_bici11Una delle scene più belle e ricca di particolari della saga fantozziana, è sicuramente quella che vede gli impiegati alle prese con l’atletica e con le Olimpiadi Aziendali.

“Il Ragionier Fonelli, grande appassionato di atletica leggera che da giovane era stato uno scadente quattrocentista, tentava invano di organizzare meeting aziendali del suo sport preferito”
I colleghi, per prenderlo in giro, lo lanciavano in aria ripetutamente dicendo di voler iscriversi al “lancio dello stronzo”.

Il lancio dello stronzo

Il lancio dello stronzo

Tuttavia durante una notte di plenilunio, Filini cercò di chiamare Fantozzi che non sentì il telefono a causa dei “vagiti” del proprio nipotino.

“…Era il collega Filini, che tentò per tutta la notte di dare a Fantozzi la più terrificante delle notizie. Attraverso una serie di spiate, di ricatti, di adesioni alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta, alla P2 e con 4 abbonamenti A VITA a Famiglia Cristiana, l’inoffensivo e dimesso ragionier Fonelli era stato improvvisamente nominato MegaDirettoreNaturale del personale, e aveva assunto il nome di Cobram II.”

Fantozzi ovviamente si presentò al lavoro senza sapere nulla proponendo di fare il “lancio dello stronzo”…

Fonelli organizzò a questo punto le prime Olimpiadi Aziendali. Le squadre che si davano battaglia erano: Ufficio Bustarelle, Ufficio Ricatti, Ufficio amministrazione e Ufficio Sinistri.

La squadra dell'Ufficio Sinistri

La squadra dell’Ufficio Sinistri

Fantozzi fu il fortunato atleta con il compito di accendere il braciere olimpico, prima del fantastico e minatorio discorso del MegaDirettoreNaturale (alla cui destra è presente un vescovo): “Dichiaro aperti i primi giochi aziendali, e ricordate: qui l’importante non è partecipare, è vincere! Alla squadra prima classificata, non saranno concessi né premi, né inni, né onori, né coppe. Viceversa, i partecipanti della squadra ultima classificata saranno tutti trasferiti nella nostra miniera di Sassu Strittu, frazione di Carbonia, e qui impiegati come muli da soma. Atleti, a voi!”

Il discorso iniziale di Fonelli dopo l'accensione del braciere da parte di Fantozzi

Il discorso iniziale di Fonelli dopo l’accensione del braciere da parte di Fantozzi

Si cominciò con i 100 metri piani nei quali era impegnato Calboni. Tuttavia, per un intoppo o per l’altro, gli atleti non riuscivano a partire…
“Alla 27^ falsa partenza ci fu il clamoroso suicidio dello starter Di Tommaso: Fantozzi fu obbligato a sostituirlo spontaneamente!”

Fantozzi invece provava altre discipline (salto in alto, salto in lungo, salto con l’asta e lancio del martello) con tragici risultati… nei 3000 siepi, una volta arrivati alla riviera, il povero ragioniere tentò con scarsi risultati di trasformare la gara in una 50 metri rana! Il lancio del peso si trasformò invece in una gara a bocce!

Fantozzi nuota nella riviera dei 3000 siepi

Fantozzi nuota nella riviera dei 3000 siepi

Infine, l’ultima gara: la staffetta. L’Ufficio Sinistri era ovviamente in ultima posizione e doveva cercare di ottenere una vittoria per non finire nella miniera sarda. Filini trasformò il testimone in un candelotto di dinamite per “stimolare” i suoi colleghi a correre più forte!

Fantozzi poco prima di tagliare tragicamente il traguardo della staffetta

Fantozzi poco prima di tagliare tragicamente il traguardo della staffetta

“Per non restare a 0 ed essere trasferiti a Sassu Strittu, frazione di Carbonia, Filini escogitò un sistema per vincere almeno l’ultima gara, la staffetta 4×100, che valeva ben 20 punti! […] Era solo in fondo un tragico espediente per costringersi a correre più forte. Nei cessi dello stadio si era svolto un agghiacciante sorteggione per il posto di ultimo frazionista: era uscito vincitore il più fortunato, Fantozzi!”

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Michael Johnson: lo straordinario atleta che dominò gli anni ’90!

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Se si parla di atletica, il nome di Michael Johnson è sicuramente uno di quelli più noti. Un atleta straordinario, otto volte campione del mondo e quattro volte campione olimpico. Detiene il record del mondo dei 400 piani (43″19) e della 4×400 (2’54″29), mentre quello dei 200 (19″32 ai Giochi Olimpici di Atlanta) è stato battuto da Usain Bolt ai Mondiali di Berlino del 2009 con un 19″19 (e successivamente anche da Yohan Blake nel 2011 con 19″26). Curiosamente, detiene anche il record del mondo nei 300 metri (30″85), ma la distanza si corre solamente in alcuni meeting.

Michael Johnson ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996

Tuttavia la specialità dell’ “Espresso di Dallas” era il quarto di miglio. Il record del mondo arrivò però solo verso la fine della carriera del fenomeno statunitense; un record che sembrava non dover arrivare visto l’incredibile 43″29 stampato nel 1988 a Zurigo dal connazionale Butch Reynolds. Ma Johnson non si è mai arreso: dopo il 43″65 dei Mondiali di Stoccarda 1993, il 43″39 dei Mondiali di Göteborg 1995, il 43″49 dei Giochi Olimpici di Atlanta 1996, arrivò un “modesto” 44″12 ai Mondiali di Atene del 1997. Un anno di pausa dalle più importanti competizioni internazionali permisero al texano di poter lavorare intensamente in vista dei Mondiali di Siviglia del 1999: il risultato? Strepitoso ovviamente, con un 43″18 che è tutt’ora imbattuto. Si ritirò nel 2000 dopo i Giochi Olimpici di Sidney, dove ovviamente vinse l’oro con un ottimo (sempre per i suoi standard) 43″84.

La concentrazione di Michael Johnson prima della partenza

La carriera di Michael Johnson è davvero da incorniciare: entrò in nazionale solo nel 1991 (all’età di 24 anni) dopo che aveva dovuto rinunciare ai Giochi Olimpici di Seoul del 1988 per alcuni problemi fisici. Nel 1991 arrivò la prima medaglia d’oro grazie alla vittoria nei 200 metri ai Mondiali di Tokyo (20″01). Il 1992 era l’anno dei Giochi di Barcellona, dove non riuscì a qualificarsi per la finale dei 200, ma trionfò nella 4×400 con la squadra statunitense fissando il nuovo record del mondo. Record che crollò l’anno seguente ai Mondiali di Stoccarda, dove Johnson oltre alla staffetta vinse pure i 400 individuali.

Micheal Johnson con al collo la medaglia d’oro

La maturità sembrava essere finalmente arrivata per questo straordinario atleta che approfittò del 1994 per preparare al meglio i due anni seguenti: ai Mondiali di Göteborg del 1995 fu un vero e proprio trionfo! Oro nei 200 e nei 400 con gli ottimi tempi di 19″79 e 43″39, record dei campionati, e primo posto pure nella staffetta. Ma l’appuntamento più atteso da Michael erano sicuramente i Giochi Olimpici di casa, quelli di Atlanta nel 1996. Nell’attesa, aveva ottenuto il nuovo record del mondo nei 200, battendo lo storico record di Mennea e abbassandolo a 19″66. L’Olimpiade fu un trionfo! Prima dominò i 400 con un eccellente 43″49, poi stravinse pure i 200 grazie ad una prestazione che è entrata nella storia: 19″32, con una seconda parte di gara davvero impressionante.

Nel 1999 un infortunio rischiò di costargli molto caro; malgrado fosse considerato il migliore quattrocentista della storia, il record su questa distanza non voleva proprio saperne di venire. L’anno non sembrava quello propizio dato che la preparazione ai Mondiali di Siviglia fu molto travagliata. Per la federazione statunitense non avrebbe neppure dovuto partecipare dato che non si era qualificato ai trials, ma la IAAF prevedeva di far partecipare i campioni del mondo in carica. E per fortuna, dato che all’età di 32 anni, Micheal Johnson sfornò una prestazione incredibile fissando il cronometro sul 43″19. Nuovo record del mondo, quarto titolo mondiale della storia e l’entrata ufficiale nell’Olimpo dell’atletica (ma credo che comunque fosse già presente da un pezzo).

Ma la sua straordinaria carriera non era ancora finita: decise ovviamente di partecipare anche ai Giochi Olimpici di Sidney nel 2000. Dopo Atlanta, l’età non gli permetteva di sopportare il doppio impegno 200 e 400, così si dedicò con successo solo alla seconda specialità. L’ultima vittoria di Michael fu l’oro olimpico sul giro di pista: un 43″84 che mise fine ad una carriera eccezionale!

1991 Mondiali Tokyo: 1 Oro (200)
1992 Giochi Olimpici Barcellona: 1 Oro (4×400)
1993 Mondiali Stoccarda: 2 Ori (400, 4×400)
1995 Mondiali Göteborg: 3 Ori (200, 400, 4×400)
1996 Giochi Olimpici Atlanta: 2 Ori (200, 400)
1997 Mondiali Atene: 1 Oro (400)
1999 Mondiali Siviglia: 1 Oro (400)
2000 Giochi Olimpici Sidney: 1 Oro (400)

@Giacomo_Baresi

I Giochi Olimpici di Londra 2012 riassunti in pochi istanti!

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Un bellissimo video sintetizza in soli 3 minuti i momenti più emozionanti e significativi dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Londra della scorsa estate. Si parte dalla cerimonia d’apertura per poi passare all’azione e chiudere con la cerimonia di chiusura proiettati verso Rio de Janeiro.

Un video ricco di momenti emozionanti e indimenticabili, che racchiude l’essenza dello sport. Da Usain Bolt a Jessica Ennis, per non parlare delle imprese di Mo Farah e Michael Phelps…

@Giacomo_Baresi