La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Le imprese degli atleti

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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            Malgrado l’assenza di numerose delegazioni del blocco sovietico (su tutte quelle di Unione Sovietica, Germania Orientale, Bulgaria e Cuba, le prime quattro squadre del medagliere dei Giochi Olimpici di Mosca 1980), a Los Angeles lo sport fortunatamente non passò del tutto in secondo piano. L’obiettivo degli Stati Uniti, scontati vincitori del medagliere, era quello di cercare di superare le 80 medaglie d’oro conquistate dai sovietici a Mosca; la cosa avvenne puntualmente l’ultimo giorno di gare e fu salutata da festeggiamenti in tutto il paese per aver battuto indirettamente il nemico sovietico che non sfidavano da ben 8 anni. In totale gli Stati Uniti conquistarono ben 174 medaglie: 83 d’oro, 61 d’argento e 30 di bronzo. Un vero e proprio trionfo.
Il protagonista indiscusso di questa edizione fu indubbiamente lo statunitense Carl Lewis. Il 23enne nato a Birmingham, Alabama, e cresciuto a Willingboro, Pennsylvania, fu in grado di eguagliare l’impresa di Jesse Owens a Berlino 1936 a 48 anni di distanza con 4 medaglie d’oro: nei 100 m, nei 200 m, nella staffetta 4×100 m e nel salto in lungo.

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

La prima gara vinta dal “figlio del vento”, com’era soprannominato, furono i 100 metri piani: con uno straordinario tempo (per l’epoca) di 9″99 ottenne il primo posto davanti al connazionale Sam Graddy (10″19) e al canadese Ben Johnson (10″22). Ma la gara più attesa era quella del salto in lungo: con le sue doti atletiche, Lewis aveva tutte le carte in regola per superare il record del mondo di Bob Beamon di 8.90 m saltato ai Giochi di Città del Messico nel 1968. Dopo aver ottenuto un 8.54 m al primo tentativo ed un nullo al secondo, l’atleta statunitense, visto il livello non eccezionale dei suoi avversari, decise di rinunciare ai restanti quattro tentativi per evitare di affaticarsi troppo in vista dei successivi impegni. Fischiato dal pubblico, perse una grandissima occasione perché in seguito non riuscì più in questa disciplina ad ottenere misure da record. Nei 200 metri invece fu in grado di stabilire il record olimpico dopo aver fermato il cronometro sul tempo di 19″80. Infine diede una grande mano ai suoi compagni nella vittoria della staffetta 4×100 metri che gli Stati Uniti vinsero in maniera agevole con il nuovo record del mondo di 37″83.

Sempre sulla pista di atletica, il re degli ostacoli fu Edwin Moses.

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

         Il campione dell’Ohio, grazie al meritatissimo successo nei 400 ostacoli, portò a 107 il numero di vittorie consecutive nella specialità (122 contando anche le batterie). Dal 1977 al 1987 infatti Moses risultò imbattuto in tutte le gare che disputò: fu sconfitto a Berlino il 26 agosto del 1977 da Harald Schmid e a Madrid il 4 giugno 1987 da Danny Harris. Una striscia impressionante per una carriera stratosferica che terminò nel 1988 con 187 gare disputate e 178 gare vinte. Moses non fu però protagonista solo sulla pista: durante la Cerimonia d’apertura infatti fu scelto per prestare il giuramento olimpico degli atleti e, bloccatosi a metà, fu costretto a ripeterlo due volte prima di ricordarsi le parole esatte.
I Giochi di Los Angeles furono ricordati anche per la prima edizione della maratona femminile; il caldo e l’afa della California erano tuttavia molto temuti da maratoneti e marciatori e le vittime non mancarono: la più famosa fu la svizzera Gabriela Andersen Schiess che, nella maratona vinta dalla statunitense Joan Benoit, impiegò, una volta entrata nello stadio, ben sette minuti per portare a termine la gara percorrendo i 400 metri finali. Stravolta, disidratata e con uno stiramento muscolare alla gamba, fece ritornare a tutti in mente la scena di Dorando Pietri che nel 1908 tagliò per primo il traguardo della maratona olimpica di Londra ma fu squalificato a causa dell’aiuto dei soccorritori che lo sostennero nei metri finali. La Andersen, visto il precedente, allontanò tutti con chiari gesti fino a che non riuscì a tagliare il traguardo in trentasettesima posizione. Una volta accasciatasi a terra, fu portata in ospedale, ma qualche settimana dopo fu addirittura invitata alla Casa Bianca da Ronald Reagan che si complimentò con lei e la premiò con una medaglia d’oro al valore sportivo.
Malgrado il dominio statunitense nel medagliere, la vera sorpresa di Los Angeles fu la Romania che arrivò al secondo posto dietro i padroni di casa. Ma a destare scalpore fu proprio la partecipazione dei rumeni ai Giochi, dato che furono esaltati dagli americani perché considerati gli unici a non aver obbedito all’ordine sovietico del boicottaggio. La sfida tra Stati Uniti e Romania non ebbe ovviamente storia a livello di medaglie (gli americani conquistarono più del quadruplo delle medaglie d’oro dei rumeni e più del triplo delle medaglie totali), ma entrò nel vivo nella ginnastica artistica femminile dove le protagoniste furono la statunitense Mary Lou Retton (16 anni) e la rumena Ecaterina Szabo (17 anni).

Mary Lou Retton impegnata nell'esercizio di corpo libero

Mary Lou Retton impegnata nell’esercizio di corpo libero

        Nella gara più attesa, il concorso generale dove le atlete devono esibirsi in tutte le specialità della ginnastica, il testa a testa fu spettacolare con voti vicinissimi al 10 per entrambe le atlete. Quel 10 che solo la fantastica Nadia Comaneci era riuscita ad ottenere ai Giochi di Montreal del 1976. Prima dell’ultima prova, la Szabo conduce sulla Retton con il minimo vantaggio di 0,05 punti: per la rumena ci sono le parallele asimmetriche, mentre per la statunitense il volteggio. Per prima si esibisce la Szebo che ottiene una votazione di 9.90 nella sua prova; tocca quindi alla Retton che ha la possibilità di vincere la medaglia d’oro solitaria a questo punto solo con un 10, voto che rappresenta la perfezione assoluta. E così fu. Grazie ad un volteggio impeccabile Mary Lou Retton vinse il concorso generale di ginnastica mandando in visibilio il pubblico e gli Stati Uniti interi, considerando che solo 3 settimane prima aveva subito un grave infortunio al ginocchio in allenamento che aveva rischiato di compromettere la sua partecipazione ai Giochi. La Szabo, medaglia d’argento, si consolò alla fine con 4 medaglie d’oro: al corpo libero, al volteggio e alla trave, più quella ottenuta nel concorso a squadre. La Retton invece terminò la sua Olimpiade con un oro, due argenti e due bronzi, ma il metallo più pregiato arrivò nella competizione più attesa.

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Giacomo Baresi (@giacomo_baresi)