NBA for dummies – L’NBA per i principianti

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Un europeo che vuole avvicinarsi al mondo NBA spesso trova difficoltà, principalmente per il diverso funzionamento della lega americana di basket rispetto ai campionati del vecchio continente.
Secondo lo standard europeo, infatti, la quasi totalità delle leghe, non solo di basket, funziona in modo tale che i campioni, o comunque i primo in classifica, sono coloro che ottengono il maggior numero di punti, assegnati in base alle vittorie e, dove sono previsti, i pareggi.
Inoltre in praticamente tutti le leghe europee, esiste una gerarchia per cui le squadre più forti si trovano nel campionato più importante, mentre chi si classifica agli ultimi posti rischia di retrocedere nel campionato inferiore. Viceversa chi vince campionati inferiori solitamente può partecipare alla categoria superiore.
Riguardo all’NBA, dimenticatevi tutto questo.
La National Basket Association è composta dal 2002, con l’aggiunta degli Charlotte Bobcats, da 30 squadre (29 statunitensi ed una canadese, i Toronto Raptors), che non rischiano di retrocedere in un campionato di più basso livello. L’unica variabilità tra le squadre è data dalla possibilità che una franchigia (così vengono chiamate le squadre) venga trasferita in un’altra città. L’ultimo caso è stato quello dei Seattle Supersonics, divenuti nel 2008 Oklahoma City Thunder (con l’ottima pensata di cambiare nickname, viste le assurdità del passato per cui oggi ci si trova con i Memphis Grizzlies, prima a Vancouver, e gli Utah Jazz, prima a New Orleans).
Il campione NBA inoltre non è stabilito da chi ottiene il maggior numero di punti durante la stagione. La classifica non è nemmeno stabilita da un punteggio.
Come nella gran parte dei campionati di basket nel mondo, il vincitore è determinato da un torneo tra le migliori squadre (vincitore che conquista l’Anello, visto che a tutti i giocatori vengono consegnati dei veri e propri anelli). Mentre però ad esempio in Italia i playoff vengono giocati dalle prime 8 squadre in classifica, in NBA a giocare la fase finale sono 16 formazioni, suddivise in due tornei distinti.

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Vi è infatti la suddivisione tra la Eastern Conference (di cui fanno parte le franchigie relative agli stati orientali) e la Western Conference (con squadre dell’ovest degli Stati Uniti). Le vincenti dei due tornei si affrontano nelle finali (su cui ritorneremo tra un attimo).
Le squadre partecipanti ai playoff vengono determinate in base ad un classifica, ottenuta non in base ad un punteggio, ma ad un record, costituito dal numero di vittorie e da quello delle sconfitte, solitamente rappresentato anche dalla percentuale di vittorie sulle partite giocate.
Oltre al raggruppamento in due Conference, ognuna da 15 squadre, vi sono anche le Division, formate da 5 squadre ognuna e relative ad una particolare area (la Atlantic Division ad esempio annovera Boston, Brooklyn, New York, Philadelphia e Toronto). La loro principale funzione è quella di fornire un vantaggio alla squadra che si è classificata meglio nella propria Division, in caso di parità nella classifica della Conference.
Un’altra importante differenza rispetto ai campionati europei è che in NBA durante la Regular Season (la fase del campionato a cui partecipano tutte le squadre e che va da fine ottobre ad aprile) si gioca tutti i giorni. Non tutte le squadre tuttavia giocano tutti i giorni, ma il calendario prevede che ognuna giochi solitamente a distanza di 2/3 giorni, con la possibilità in alcuni casi di disputare partite in back-to-back, cioè in due giorni consecutivi.
Nella stagione 2011-2012, a causa del lockout, uno sciopero dei giocatori che aveva fatto iniziare il campionato con due mesi di ritardo,  alcune squadre giocarono addirittura dei back-to-back-to-back, cioè 3 partite in 3 giorni.
Il numero complessivo di partite che una squadra gioca durante la regular season è 82; la maggior parte di queste è contro avversarie della propria Conference, mentre solitamente le  sfide con franchigie non appartenenti allo stesso raggruppamento sono un paio, una in casa e una in trasferta.
Riguardo alla differenza casa-trasferta, un’altra discrepanza rispetto all’Europa è che le partite sono indicate citando per prima la squadra che non gioca sul proprio campo. Ad esempio Miami @ San Antonio indica il match giocato in terra texana.
A febbraio vi è un momento di pausa durante la stagione, dato dal weekend dell’All Star Game. Dal venerdì alla domenica si disputano diverse sfide che coinvolgono i migliori giocatori della lega, a livello individuale con la gara del tiro da 3 punti e quella delle schiacciate, o di squadra, con la partita delle stelle, cioè la sfida tra le due Conference in cui giocano i migliori cestisti di tutto il campionato (quintetti scelti dal pubblico, riserve dagli allenatori).

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Da aprile a giugno si disputano i playoff tra le prime 8 squadre di ogni Conference, seguendo uno schema ad eliminazione per cui la prima classificata gioca contro l’ottava, la seconda contro la settima e così via. Le sfide sono al meglio delle sette partite, per cui passa il turno chi vince quattro partite.
Durante le sfide nei playoff, il vantaggio del campo è dato alle squadre meglio posizionatesi in classifica, in quanto hanno la possibilità di giocare una partita in più sul terreno amico, secondo lo schema CC-TT-C-T-C (C sta per casa, T per trasferta). Durante le Finali tra le vincitrici delle Conference lo schema cambia in CC-TTT-CC.
Al termine della regular season viene assegnato il premio di Most Valuable Player al miglior giocatore, mentre viene assegnato un altro riconoscimento al cestista che ha giocato meglio durante le finali. Entrambi i trofei sono stati vinti negli ultimi due anni da LeBron James dei Miami Heat.

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

Al contrario di molti campionati europei, in NBA la direzione della lega esercita un forte controllo sulle squadre, principalmente a livello economico e di immagine, ma anche in altri ambiti: nel 2005 fu approvato per la prima volta in ambito sportivo un regolamento riguardante l’abbigliamento dei giocatori mentre si recano alle partite.
A livello economico in NBA esiste un complicato regolamento riguardante i limiti di spesa per ogni squadra relativamente principalmente ai salari dei giocatori. Mentre in Europa a livello teorico una squadra potrebbe legalmente far giocare insieme Kobe Bryant, LeBron James e Kevin Durant, in NBA ciò non è possibile.
Ogni anno infatti viene stabilito un limite di spesa salariale (detto salary cap), che in caso venga superato comporta sanzioni economiche. Esistono tuttavia eccezioni e casi particolari su cui non ci dilungheremo (per chi volesse approfondire consigliamo questo articolo).
L’esistenza di questa regola è data dal fatto che si vuole stabilire una maggiore competitività tra le squadre, non garantita dal solo potere economico. Questo concetto è anche alla base dell’esistenza del Draft.
Il Draft è una lotteria annuale che si tiene a fine stagione. Cerca di avvantaggiare le squadre che hanno dimostrato di essere più deboli, favorendole nell’acquisizione di giovani giocatori provenienti principalmente dai college americani. Dopo una fase di assegnazione dei posti, ogni squadra ha a disposizione diverse chiamate.
Solitamente i primi giocatori ad essere chiamati sono quelli che si rivelano poi molti forti (prime scelte sono state quelle di Magic Johnson, Allen Iverson e LeBron James), ma vi sono stati diversi casi di incredibili chiamate errate (Michael Jordan fu chiamato per terzo, dopo il non certo indimenticabile Sam Bowie). L’italiano Andrea Bargnani è stato chiamato per primo nel 2006 dai Toronto Raptors.
Per quanta riguarda il regolamento di gioco, esistono delle differenze rispetto al mondo FIBA (cioè quello di tutto il mondo a parte gli USA). La più immediata è che il tempo di gioco è superiore: si disputano infatti quattro tempi da 12 minuti ciascuno. Ogni giocatore inoltre in NBA può commettere 6 falli prima di uscire dal campo, uno in più che nel basket FIBA.
Una differenza molto significativa che determina uno stile di gioco molto diverso è quella riguardante la difesa: in NBA infatti un giocatore non può sostare all’interno dell’area piccola (il “pitturato”, the paint) per più di 3 secondi. Questa regola non esiste in ambito FIBA. Addirittura fino al 2002 in NBA non poteva essere usata nemmeno la difesa a zona.
Esiste una differenza anche per quanto riguarda la distanza della linea per il tiro da 3 punti dal canestro, che in NBA è pari a 7,25 m, mentre il regolamento FIBA dal 2010 prevede una distanza mezzo metro inferiore.
Al momento le squadre favorite alla conquista del titolo sono i Miami Heat (già vincitori degli ultimi due campionati e in cui milita LeBron James, tra i più forti giocatori di sempre), i San Antonio Spurs, gli Indiana Pacers e gli Oklahoma City Thunder.
Le due squadre più vincenti e probabilmente più conosciute nel mondo, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers, stanno attraversano un periodo di transizione dopo i successi del passato. I primi hanno perso in due anni i loro migliori giocatori (Ray Allen, Paul Pierce e Kevin Garnett) e sono in fase di ricostruzione. I Lakers, penalizzati da scelte rivedibili e da infortuni continui, stanno disputando forse  la stagione peggiore della loro storia; il futuro per loro si presenta molto incerto, anche se l’obiettivo è quello di riuscire ad affiancare a Kobe Bryant (detentore di 5 anelli) un altro All Star già dalla prossima stagione.
Gli italiani che giocano in NBA al momento sono 4: Andrea Bargnani ai New York Knicks, dove tutta la squadra sta giocando una stagione orrenda; Marco Belinelli ai San Antonio Spurs, alla sua miglior stagione oltreoceano e vincitore della gara del tiro da 3 punti durante l’All Star Weekend; Danilo Gallinari ai Denver Nuggets, che sta saltando la stagione in corso a causa di un infortunio e ritornerò soltanto il prossimo anno; Gigi Datome ai Detroit Pistons, dove non ha ancora avuto la possibilità di mostrare il suo valore visto lo scarso minutaggio.

Giacomo Dusina (@il_duso)

NBA Power Rankings: WEEK 15. Le migliori squadre della settimana NBA!

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Ultima settimana prima della pausa dell’All Star Game, che si giocherà domenica 17 febbraio. Nel frattempo si parla sempre più di mercato, visto che la trade deadline, ultimo giorno utile per gli scambi. È fissata per il 21 febbraio.

1. Miami Heat (4-0 in settimana – 36-14 in stagione)

Settimana davvero perfetta quella degli Heat, iniziata con due successi sulle squadre di Los Angeles per poi proseguire con la vittoria su Portland e culminare con la sfida più importante con Oklahoma, vinta nuovamente in questa stagione (l’altro successo era arrivato a Natale e le due squadre non si incontreranno più se non eventualmente nella Finals). Sono ora 7 le vittorie consecutive. LeBron James ha raggiunto in settimana l’ennesimo record della sua carriera, diventando il primo giocatore a disputare sei partite consecutive segnando almeno 30 punti tirando con il 60% dal campo (anche contro i Thunder 39 punti ma 58% al tiro). Gli Heat stanno dominando nella Eastern Conference, dove ora hanno un vantaggio di quattro partite sui Knicks, al secondo posto. Dominio che è mostrato anche dal fatto che nel quintetto dell’Est all’All Star Game ci saranno ben tre giocatori di Miami (James, Wade e Bosh, quest’ultimo come rimpiazzo dell’infortunato Rondo) e l’allenatore sarà coach Eric Spoelstra. Sul mercato non si prevedono rinforzi significativi, visto anche il rinforzo costituito da Chris Andersen, firmato fino a fine stagione.

Lebron James

Lebron James

2. Los Angeles Clippers (4-1 in settimana – 39-17 in stagione)

Dopo la sconfitta con gli Heat di venerdì scorso, i Clippers si sono subito ripresi alla grande, andando a vincere al Madison Square Garden contro i Knicks e battendo in seguito Sixers, Rockets e Lakers, con questi ultimi schiantati con 24 punti di margine. Particolarmente impressionanti gli inizi di partita nelle ultime due partite settimanali: contro Houston addirittura 46 punti segnati nel primo quarto (il massimo tra le squadre NBA quest’anno) mentre contro Bryant e compagni la partita è iniziata con un parziale di 15-0, poi mantenuto fino alla fine. Potenza di fuoco sottolineata anche dai quasi 110 punti di media segnati questa settimana. I Clippers avevano avuto qualche passaggio a vuoto di troppo nel mese scorso, quando sono mancati diversi titolari, ma ora con il rientrante Chris Paul supportato dal veterano Chauncey Billups fanno davvero paura. Le voci di mercato parlano insistentemente di una trade che coinvolgerebbe Eric Bledsoe, DeAndre Jordan e Kevin Garnett (Celtics).

6q9ulh-23. Toronto Raptors (4-0 in settimana – 21-32 in stagione)

Finalmente una settimana positiva per i Raptors, che dopo l’arrivo di Rudy Gay sembrano aver trovato finalmente una certa solidità (5 partite vinte su 7 dal suo arrivo) e mantengono vive le speranze per un posto playoff. Importanti le quattro vittorie ottenute, di cui tre contro squadre che quasi sicuramente giocheranno la post-season (Indiana, Denver e New York). Il giocatore ex-Memphis ha da subito preso in mano la squadra, risultando decisivo sia contro i Pacers sia contro i Nuggets, con due jumper a fil di sirena praticamente identici. “Gay è un grandissimo giocatore, è un ‘closer’. L’ha fatto per tutta la carriera, anche nei playoff. L’ho visto chiudere le partite tantissime volte, è semplicemente ciò che fa meglio” ha detto di lui il coach di Toronto Dwane Casey. A queste note positive bisogna aggiungere che il nostro Andrea Bargnani è ormai ai margini degli schemi di gioco e non sarei sorpreso di vederlo scambiato prima della trade deadline (nelle scorse settimana si era parlato di uno scambio con Carlos Boozer di Chicago).

Rudy Gay

Rudy Gay

@il_duso

NBA Power Rankings: WEEK 14. Le migliori squadre della settimana NBA!

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1. San Antonio Spurs (2-0 in settimana – 39-11 in stagione)

Gli Spurs con le due vittorie settimanali su Washington e Minnesota proseguono la striscia positiva, ora arrivata a undici successi consecutivi. Squadra ancora non al meglio viste le assenze di Manu Ginobili e Tim Duncan, con quest’ultimo che ha tenuto con il fiato sospeso tutti i tifosi, visto che dopo una brutta caduta si temeva che la sua stagione dovesse terminare con anticipo (ipotesi scongiurata dai successivi esami). Per chiarire l’importanza del sistema di gioco degli Spurs, che consente di vincere anche con pesanti assenze, facciamo ricorso direttamente alle parole di coach Gregg Popovich: “Penso che abbiamo un buon livello di fiducia. Il sistema non cambia quando Ginobili e Duncan sono fuori. Se anche Tony Parker stesse fuori qualcun altro prenderebbe il suo posto. Il sistema è sempre lo stesso, non occorre cambiare niente. I giocatori sono piuttosto abituati ad eseguirlo e lo fanno indipendentemente da chi c’è in campo. Lo eseguiscono e basta”. La vittoria sui Timberwolves è stata la prima di una serie di nove partite esterne che gli Spurs ogni anno giocano fuori casa, viste le competizioni di Rodeo che impegnano la città di San Antonio in questo periodo.

spurs2. Denver Nuggets (3-0 in settimana – 32-18 in stagione)

I Nuggets probabilmente al momento sono la squadra più in forma della lega, avendo vinto ben otto partite consecutive letteralmente spazzando via ogni avversario, in particolare da quando hanno iniziato a giocare con continuità al Pepsi Center. L’ultimo massacro è avvenuto giovedì sera contro Chicago, sconfitta con ben 32 punti di margine e tirando col 58% dal campo. Denver ha segnato in tutti gli otto successi consecutivi almeno 100 punti, questa settimana andando sempre sopra i 110; addirittura contro i Bulls i 100 punti erano già stati raggiunti con ancora un quarto da giocare (128 alla fine i punti realizzati). Non a caso i Nuggets sono terzi in NBA per punti segnati, e se ad un tale attacco corrispondesse una difesa più rigida le cose potrebbero ulteriormente migliorare (ottavi in NBA per punti concessi, poco più di 100). Quello che stupisce è che la squadra di coach George Karl gioca bene pur non avendo nessuna superstar nel roster (nessun Nugget all’All Star Game infatti), puntando quindi sul gioco di squadra. Il top scorer non è mai sempre lo stesso ma c’è una buona alternanza tra Ty Lawson, Andre Iguodala e il nostro Danilo Gallinari (in certi casi anche Faried e Chandler). Da segnalare comunque che il Gallo sta tenendo una media di più di 20 punti segnati nella striscia positiva in corso.

forsale3. Indiana Pacers (4-0 in settimana – 31-19 in stagione)

Tre vittorie casalinghe ed una esterna per i Pacers, che con il quindicesimo successo ad Indianapolis si confermano al terzo posto ad Est. Successi importanti quelli ottenuti contro ben tre squadre che attualmente andrebbero ai playoff, tra cui i campioni in carica di Miami (Chicago ed Atlanta le altre due, più Philadelphia che punta all’ottavo posto). Pacers trascinati soprattutto da David West e Paul George, con il primo autore di una prestazione monstre contro gli Heat (30 punti con uno strepitoso 12-15 al tiro) mentre il secondo mantiene fede alla chiamata all’All Star Game mantenendo sempre ad alto livello le sue statistiche (da segnalare i 22 punti segnati nel secondo tempo contro Atlanta, su un totale di 29). Ad aumentare il coefficiente di difficoltà delle partite di questa settimana va detto che i Pacers hanno giocato tre partite in tre giorni (il frequente back-to-back-to-back della scorsa stagione), gli unici quest’anno ad avere una tale serie in calendario. Buone notizie insomma per i Pacers in questo periodo, e ulteriori buone notizie potrebbero arrivare con il rientro di Danny Granger previsto prima della pausa dell’AllStar Weekend. Unica nota negativa potrebbe essere rappresentata dal centro Roy Hibbert, che rispetto alle scorse stagioni in crescita sembra stia involvendosi, come dimostrano le statistiche leggermente in calo (nessun valore superiore allo scorso anno).

Paul George

Paul George

4. Boston Celtics (4-0 in settimana – 26-23 in stagione)

Momento strano quello che stanno vivendo i Celtics: da una parte la terribile notizia dell’infortunio di Rajon Rondo che lo costringerà a saltare il resto della stagione, a cui è seguita l’ulteriore perdita di Jared Sullinger (importante finora per il suo contributo a rimbalzo), dall’altra la serie positiva aperta di sette successi, iniziata contro Miami, in cui proprio  durante la partita si è saputo della perdita del playmaker titolare. A quanto pare la squadra di Doc Rivers non si è persa d’animo, andando a vincere in seguito anche e soprattutto contro le due squadre di Los Angeles. Oltre alle prestazioni da vero leader di Paul Pierce, un importante contributo sta arrivando dalla panchina, visto che Jeff Green e Jason Terry finiscono molto spesso in doppia cifra, con il primo che si fan notare anche dal punto di vista difensivo. Kobe Bryant dopo la sconfitta ha chiarito bene la situazione dei Celtics: “Quando si trovano con le spalle al muro bisogna sapere che è quello il momento in cui danno il meglio di loro”. Nonostante le vittorie sono sempre più frequenti i rumors che parlano di trade: si fanno infatti i nomi di Pierce e Garnett, verso cui ci sarebbe un interessamento dei Clippers. La squadra intanto sul campo sembra non preoccuparsi di ciò, visto che i risultati postivi continuano ad arrivare e un posto playoff è ancora in gioco.

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NBA Power Rankings: WEEK 13. Le migliori squadre della settimana NBA!

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1. San Antonio Spurs (3-0 in settimana – 37-11 in stagione)

San Antonio continua una marcia pressoché perfetta, mantenendo la vetta della Western Conference con ulteriore margine sugli inseguitori (Thunder e Clippers sconfitti in settimana). La striscia di vittorie consecutive è arrivata a nove, mentre quella dei successi interni è addirittura a diciassette (AT&T Center violato solo due volte questa stagione). Tutto questo nonostante le assenze che spesso colpiscono i Texani: questa settimana è toccato a Tim Duncan (fuori da quattro partite) e coach Gregg Popovich (tornato contro Charlotte dopo un’influenza che l’ha tenuto fuori per tre match). Tony Parker ha sfoderato prestazioni da MVP, raggiungendo nella striscia positiva percentuali dal campo vicine al 60% e quasi sempre sopra i 20 punti; non a caso infatti è stato nominato giocatore della settimana ad Ovest. Passano gli anni e troviamo sempre gli Spurs ai vertici della Lega e come sempre in molti si chiedono quando finirà questo incredibile ciclo. A questo punto forse la domanda giusta da porsi è: siamo sicuri che finirà questo ciclo?

Tony Parker

Tony Parker

2. Denver Nuggets (3-0 in settimana – 29-18 in stagione)

Tre partite questa settimana e tre vittorie per i Nuggets, tutte sul campo di casa (dove le sconfitte quest’anno sono state soltanto tre). Gennaio si è concluso decisamente in modo positivo, con una serie positiva perta di 5 successi e con un record di 12 vittorie e 3 sconfitte, come ha sottolineato coach George Karl: “E’ stato un mese fantastico. Avevamo bisogno di un mese speciale e penso che ce l’abbiamo fatta. Questo ci mette nelle condizioni di disputare una grande stagione”. Importanti le vittorie settimanali contro Sacramento, Indiana e soprattutto Houston, contro cui ancora una volta la chiave è stata la difesa forte su James Harden (ben 19 palle perse in totale per lui nelle tre sconfitte contro Denver quest’anno). Seppur nessun giocatore sia stato chiamato all’All Star Game i Nuggets stanno giocando molto bene in squadra, con il nostro Danilo Gallinari autore di ben 27 punti sia contro i Pacers e sia contro i Rockets. La squadra del Colorado di trova ora al sesto posto ad Ovest, con concrete possibilità di arrivare quantomeno al quarto posto, superando Golden State e Memphis.

Danilo Gallinari

Danilo Gallinari

3. Los Angeles Lakers (3-1 in settimana – 20-26 in stagione)

Chi l’avrebbe pensato che i Lakers quest’anno avrebbero fatto così fatica, soprattutto considerando la trade che aveva portato ad LA due campioni come Steve Nash e Dwight Howard? Invece la squadra di Mike D’Antoni si ritrova a poco più di metà stagione a lottare per un posto playoff, da cui attualmente sarebbe esclusa. Questa settimana tuttavia potrebbe rappresentare un punto di svolta, viste le tre vittorie consecutive e il cambio di rotta in quanto a gioco. Autore di questa virata è principalmente Kobe Bryant, che ha deciso di far giocare di più i compagni, come testimoniato dal numero di assist, ben 48 nelle ultime quattro partite (massimo in carriera per lui in match consecutivi). Altra statistica che testimonia il fatto che i risultati dei Lakers dipendano soprattutto dallo stile di gioco adottato dal Mamba è dato dal suo numero di tiri: se ne prende 17 o meno il record dei gialloviola è 14-4, se ne prende di più 6-22. La vittoria più importante questa settimana è stata senza dubbio quella con i Thunder, che negli ultimi tempi (come negli scorsi playoff) avevano sempre bistrattato i Lakers. Bryant ha mancato la tripla doppia per un solo rimbalzo e coach D’Antoni ha sottolineato la sua prestazione importante: “Passa la palla, non prende tiri forzati, fa giocare i compagni, difende bene. Parte tutto da lui e i compagni contribuiscono”. I problemi per i Lakers rimangono ancora molti, come si è visto nella partita contro Phoenix, dove si sono fatti recuperare un vantaggio di 10 punti nel quarto periodo, quando Howard si è per l’ennesima volta infortunato e la squadra ha smesso di giocare (9 assist per Kobe nei primi tre quarti, 0 nell’ultimo). Quella contro Phoenix è stata l’ottava sconfitta consecutiva in trasferta e la prima di un tour di sette partite esterne, che se i Lakers vogliono concludere in positivo dovranno alzare ulteriormente il loro livello di gioco.

Kobe Bryant

Kobe Bryant

Queste le tre squadre che si sono comportate meglio negli ultimi sette giorni. Soltanto tre perché nel resto della Lega non ci sono state altre franchigie che hanno disputato una settimana particolarmente brillante. Nella Eastern Conference sconfitte per Miami con Boston (che ha ricevuto la terribile notizia dell’infortunio al ginocchio di Rondo, che rivedremo solo nella prossima stagione), per New York contro Philadelphia e per Chicago contro Washington. Brooklyn ha perso addirittura 3 volte, contro Memphis Houston e Miami, mettendo ancora una volta in dubbio il suo vero valore. Ad Ovest Oklahoma ha perso con i Lakers, mentre i Clippers sono stati sconfitti da Portland (per poi rifarsi la notte successiva). Martedì è arrivata la notizia di una trade a tre squadre che ha portato Rudy Gay e Hamed Haddadi da Memphis a Toronto, in cambio di Ed Davis e Josè Calderon, quest’ultimo subito girato a Detroit in cambio di Tayshaun Prince e Austin Daye . Con l’addio di Prince la Motown perde anche l’ultimo superstite del quintetto che vinse il titolo nel 2004 (gli altri erano Ben Wallace, Chauncey Billups, Rasheed Wallace e Rip Hamilton). La mossa di Memphis si spiega principalmente per l’intenzione di liberarsi di un contratto molto oneroso come quello di Gay. Brook Lopez dei Brooklyn Nets è stato chiamato all’All Star Game in sostituzione di Rajon Rondo. Utah ha subito la peggiore sconfitta interna della sua storia contro Houston, 125-80 il risultato finale: la Energy Solutions Arena non è più il fortino inespugnabile di un tempo.

Rudy Gay

Rudy Gay

@il_duso

NBA Power Rankings: WEEK 12. Le migliori squadre della settimana NBA!

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Superata martedì la metà delle partite della Regular Season, anche questa settimana vediamo quali sono state le squadre che si sono comportate meglio negli ultimi 7 giorni

1. San Antonio Spurs (4-0 in settimana – 34-11 in stagione)

Nonostante non siano praticamente mai al completo, gli Spurs stanno continuando la loro marcia ad Ovest, dove si classificano per ora al secondo posto con il miglior record della lega sul proprio campo, avendo perso finora soltanto due partite. L’ultima vittoria contro New Orleans è arrivata con le assenze di coach Gregg Popovich e di Tim Duncan (messo a riposo per una partita), supplito magistralmente da Tiago Splitter, che ha dominato sotto i tabelloni realizzando anche il suo personale career high di 25 punti. Importanti le vittorie sui caldissimi Warriors e sugli Hawks, arrivate soprattutto ad uno strepitoso Tony Parker, salito in cattedra vista l’assenza di Ginobili (e anche di Duncan nella sfida contro Atlanta): 48 punti in totale nelle due partite e 20 assist. A far la differenza per gli Spurs resta comunque la difesa, visto che nelle ultime gare stanno concedendo meno di un punto per possesso agli avversari.

Tony Parker

Tony Parker

2. Golden State Warriors (3-1 in settimana – 26-15 in stagione)

Stupisce davvero parecchio la mancata convocazioni di Stephen Curry tra le riserve dell’All Star Game, visti i risultati eccezionali che sta conquistando la franchigia californiana. Dopo la sconfitta esterna contro gli Spurs infatti la squadra di coach Mark Jackson è andata a vincere contro due dei top team della Lega: i Clippers e i Thunder. In entrambi i successi Curry ha avuto prestazioni esaltanti (59 punti nei due match) guidando i suoi compagni magistralmente, soprattutto David Lee (chiamato all’All Star Game) e l’ottimo Carl Landry dalla panchina (ventello contro i Thunder partendo dalla panchina). Il ritorno di Andrew Bogut potrebbe essere un ulteriore punto di forza dei Warriors, che già così rappresentano un avversario temibile in prospettiva playoff.

Stephen Curry

Stephen Curry

3. Brooklyn Nets (3-0 in settimana – 26-16 in stagione)

PJ Carlesimo sembra davvero aver dato la scossa ai Nets dopo aver assunto il ruolo di head coach, visto che il record da quel momento si attesta su 12 vittorie e 2 sconfitte. Importante questa settimana la vittoria su New York al Madison Square Garden, vero e proprio statement game tra due squadre che non sono mai state così forti contemporaneamente come in questa stagione. Nonostante i buoni risultati (terzo posto ad est, 3 vittorie questa settimana) nessun giocatore dei Nets è stato convocato per l’All Star Game, nonostante in molti ad inizio stagione avrebbero predetto la presenza di almeno Deron Williams, che invece sta trovando difficoltà soprattutto nelle percentuali realizzative. Per valutare la vera forza della squadra di Brooklyn saranno importanti le prossime partite, la maggior parte contro squadre da playoff: fuori casa contro Memphis e Houston, poi Orlando, Chicago Miami e Lakers in casa.

Deron Williams

Deron Williams

4. Chicago Bulls (3-1 in settimana – 25-16 in stagione)

Protagonista assoluto nei Bulls questa settimana è stato il nostro Marco Belinelli, che dopo lungo peregrinare sembra aver trovato finalmente la sua dimensione adatta. Ben due partite risolte questa settimana dall’asso ex-Fortitudo Bologna: la prima nell’overtime contro Boston (terza partita di fila terminata all’OT per i Bulls) con un tiro cadendo all’indietro, la seconda contro Detroit con un layup dopo una palla recuperata incredibilmente da Joakim Noah. A questo vanno aggiunti anche gli importanti 15 punti dalla panchina contro i Lakers. Il giovane Jimmy Butler sta rimpiazzando più che degnamente l’infortunato Luol Deng. Carlos Boozer da Natale sembra aver cambiato marcia, facendo vedere il giocatore dominante che può essere: è infatti uno dei due giocatori che sta mantenendo una media di 20 punti – 10 rimbalzi dal 25 dicembre (l’altro è DeMarcus Cousins). Joakim Noah è stato convocato tra le riserve all’All Star Game, altra prova della continua crescita di questo giocatore.

Marco Belinelli

Marco Belinelli

5. Milwaukee Bucks (2-0 in settimana – 22-18 in stagione)

Due importanti vittorie esterne per i Bucks questa settimana, che dopo il cambio in panchina sembrano aver trovato continuità (6-2 il record da quando c’è Jim Boyland). Il primo successo è arrivato al Rose Garden, difficile campo dei Blazers, dove Milwaukee è riuscita a prevalere nonostante il recupero finale di Portland che era stata sotto anche di 22 punti. L’altra vittoria è arrivata contro i Sixers, squadra che ambisce ad un posto playoff, sottraendolo magari proprio alla franchigia del Wisconsin (Bucks ora settimi ad est). Sugli scudi come sempre Brandon Jennings (che non è stato convocato all’All Star Game, convocazione che manca a Milwaukee dal 2004, quando ad essere chiamato fu Michael Redd) ed Ersan Ilyasova (27 punti – 15 rimbalzi di media nelle due partite). Larry Sanders prosegue la sua striscia di partite con almeno una stoppata, ora a 27. Martedì si è celebrato il quarantacinquesimo anniversario dell’ammissione dei Milwaukee Bucks in NBA, avvenuta nel 1968.

Brandon Jennings con la maglia dei Bucks

Brandon Jennings con la maglia dei Bucks

@Il_Duso

NBA Power Rankings: WEEK 7

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Settimana che vede ancora prolungarsi la striscia positiva dei Clippers, mentre si ferma quella dei Thunder. Continuano le difficoltà per i Lakers che tutto sommato riescono a vincere ma con parecchie difficoltà, nonostante il rientro di Gasol. I Knicks trovano la prima sconfitta interna mentre i Nets appaiono decisamente in calo dopo un brillante novembre. Toronto ha infilato la prima serie di vittorie consecutive seppur con l’assenza di Bargnani. Golden State ha chiuso il suo viaggio ad est con un 6-1 decisamente sorprendente. Damien Lillard si candida ancora più seriamente al titolo di Rookie dell’anno portando i suoi Blazers al successo contro New Orleans con una tripla sulla sirena. Record NBA negativo raggiunto dai Denver Nuggets che contro Portland realizzano un devastante 0-22 da tre punti. L’Ovest domina 98-66 in partite tra squadre di conference diverse. Vediamo ora le migliori squadre della scorsa settimana.

PS: il 21 dicembre di 121 anni fa si giocò la prima partita di pallacanestro della storia. Un grazie a James Naismith.

James Naismith

James Naismith

1. Los Angeles Clippers (3-0 in settimana; 19-6 in stagione)

Altre tre vittorie questa settimana per i Clippers, che prolugano ulteriormente la striscia positiva record di franchigia, portandola a undici. Avversari non certo inossidabili, ma contro i quali Chris Paul e compagni non hanno dato segni di cedimento, vincendo sempre con almeno 10 punti di scarto. Uno dei punti forti dei Clippers è sicuramente la panchina ed in particolare è Matt Barnes a fare spesso la differenza: nonostante i giocatori non in quintetto che portano più punti siano solitamente Crawford e Bledsoe (o eventualmente Odom), va notato che i Clips vincono sempre quando l’ex-Laker conclude in doppia cifra (13-0) e nelle ultime undici partite l’ha fatto nove volte. E’ probabile che la serie di vittorie continui visto che i prossimi avversari saranno Sacramento e Phoenix.

Matt Barnes

Matt Barnes

2. New York Knicks (2-1 in settimana; 19-6 in stagione)

Settimana scorsa mi chiedevo chi sarebbe riuscito a fermare i Knicks al Madison Square Garden e puntualmente la risposta è arrivata. Quasi come nella migliore sceneggiatura hollywoodiana è stato proprio l’ex-idolo Jeremy Lin ad affossare la squadra di Mike Woodson sul campo di casa (Houston aveva già battuto i Knicks in Texas tra l’altro). C’è da dire che sia contro Cleveland, contro cui la vittoria è arrivata in extremis nonostante i 41 punti di Kyrie Irving, sia nella sconfitta contro i Rockets, Carmelo Anthony non è sceso in campo per un infortunio al ginocchio. La differenza si è potuta vedere nella vittoria nel derby con i Nets, battuti con 31 punti del numero 7. “Sta giocando ad un livello talmente alto da far paura. Tutti ne beneficiano. Fa migliorare tutti i suoi compagni e il risultato sono le vittorie. Non c’è dubbio che lui sia un candidato MVP” ha detto della sua stella coach Woodson.

Carmelo Anthony

Carmelo Anthony

3. Oklahoma City Thunder (3-1 in settimana; 21-5 in stagione)

E’ terminata ieri notte la striscia positiva dei Thunder, che era arrivata a dodici vittorie consecutive. Ci hanno pensato i Timberwolves a fermare la cavalcata di Durant e compagni, anche se un’attenuante può essere data dal fatto di aver giocato soltanto 24 ore prima ad Atlanta e al termine di una settimana impegnativa. Dopo l’agevole vittoria contro Sacramento, lunedì infatti Oklahoma ha ottenuto la vittoria contro i rivali diretti di San Antonio, contro i quali Serge Ibaka ha eguagliato il suo career high (25 punti) che hanno permesso alla sua squadra di entrare nel quarto quarto con addirittura diciotto punti di vantaggio. Contro Atlanta la premiata ditta Durant&Westbrook ha dominato, mettendo 68 dei 100 punti finali. La sconfitta subita dai Wolves sembra essere più un passaggio a vuoto (appena 25% dall’arco, decisamente sotto alla media stagionale) che un segnale di debolezza e ci sono pochi dubbi sul fatto che i Thunder siano fortemente candidati alla vittoria della Western Conference.

Serge Ibaka in azione contro gli Spurs

Serge Ibaka in azione contro gli Spurs

4. Miami Heat (3-0 in settimana; 17-6 in stagione)

Gli Heat dopo alcuni passaggi a vuoto, soprattutto la sconfitta con i terribili Wizards, hanno infilato tre vittorie consecutive. Nonostante il problema sia rappresentato dalla mancanza di centimetri sotto canestro (contro i TWolves la squadra di Spoelstra è stata battuta a rimbalzo 53-24) finora LeBron e Wade sono riusciti a sopperire a questo deficit, il primo con prestazioni sempre vicine alla tripla-doppia (tra l’altro mai sotto i 20 punti segnati quest’anno) e il secondo mettendo punti decisivi per trascinare la squadra (anche se per la prima volta in carriera sta tenendo una media punti inferiore a 20). Decisive finora sembrano essere le percentuali di realizzazione, più che la difesa: gli Heat sono 12-0 in stagione in partite con almeno il 50% dal campo, 30 consecutive se si considera anche la scorsa stagione).

Erik Spoelstra

Erik Spoelstra

5. Memphis Grizzlies (3-1 in settimana; 17-6 in stagione)

Settimana positiva per i Grizzlies, che con 3 vittorie consecutive (dopo la sconfitta con Denver) mantengono il terzo posto nella Western Conference. Nella fase offensiva ultimamente Randolph e compagni stanno sbagliando qualcosa di troppo (nelle ultimi tre successi Memphis ha tirato con percentuali dal campo sempre inferiori al 45%), ma a questo ha finora sopperito la difesa, visto che i Grizzlies sono primi nella lega per meno punti concessi e in questa stagione non hanno mai subito cento o più punti. Mike Conley sta disputando una stagione ad alto livello ed è a solo due assist dal diventare il recordman complessivo di franchigia per questa statistica.

Mike Conley

Mike Conley

@Il_duso

Eric Bledsoe: che stoppata in faccia a Wade!

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La stoppata è sicuramente uno dei gesti più affascinanti del basket.

La scorsa notte a Los Angeles si è giocata la sfida tra Clippers e Miami Heat e, durante il secondo quarto, è successo qualcosa di incredibile. Contropiede per gli Heat con la palla nelle mani di Dwayne Wade che si appresta a schiacciare. Ma Wade non aveva fatto i conti con il giovane Eric Bledsoe, play maker classe ’89 alto “solo” 185cm. Il giocatore dei Clippers si avventa sull’avversario e riesce quasi magicamente a stopparlo grazie ad un pregevole gesto atletico. Impazzito il telecronista che ripete “Blocked by Bledsoe”; effettivamente non capita tutti i giorni di stoppare uno come Dwayne Wade…
come sottolinea sempre il telecronista dicendo: “Not many people catch Wade at the rim as Bledsoe did!”

 @Giacomo_Baresi

Gianmarco Pozzecco: genio e sregolatezza per un campione che ha fatto la storia

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“Se tu mi facevi stare in panchina 2 minuti e mi facevi giocare 38 minuti per me erano 2 minuti persi di quel momento. E’ come se tu hai un rapporto sessuale con una donna e per 5 minuti se la fa un altro…”

Gianmarco Pozzecco è stato, a mio modesto parere, il miglior playmaker della storia del basket italiano. Fantasioso e genuino era soprannominato “Mosca atomica” perché non troppo alto  rispetto ai giocatori di basket professionisti (“solo” 181cm), ma riusciva a sfornare assist e a cambiare le partite in pochi secondi grazie alle sue geniali e folli intuizioni. Eterno giovane, il suo modo di parlare molto diretto e franco, facendo un paragone col mondo del calcio ricorda moltissimo Antonio Cassano: sempre al centro del palcoscenico, sia nel bene che nel male: genio e sregolatezza!

Dopo qualche stagione a Udine e a Livorno, approda a Varese nel 1994: sotto la guida di Carlo Recalcati, i suoi compagni storici sono Andrea Meneghin, Jack Galanda e Sandro De Pol, con i quali formò un gruppo incredibilmente affiatato di ragazzi terribili.

Gianmarco Pozzecco con la maglia di Varese

Nei suoi racconti, è rimasto nella storia quello della trasferta a Bologna. Attorno alle 14 si fermarono a Parma dove c’era la “Fiera del formaggio”, ma Meneghin non poteva mangiare il formaggio: allora il “Menego” e Pozzecco si misero a bere diversi bicchieri di vino fino ad essere un po’ storiditi: risultato? Il Poz fece 33 punti, mentre il compagno segnò il canestro della vittoria contro una delle squadre più forti di sempre…

Nella stagione 1998/1999 si trovarono a combattere per il titolo: secondi in regular season, ai play-off i ragazzi di Varese eliminarono prima Rimini, poi la Kinder Bologna. In finale l’avversaria fu la temibilissima Benetton Treviso, che in quegli anni faceva man bassa di titoli nazionali ed internazionali. In caso di vittoria sarebbe stato il decimo scudetto per la squadra di Varese, che avrebbe dunque significato la conquista della “stella”.
In un altro divertentissimo aneddoto, Pozzecco ricorda che Andrea Meneghin quel giorno entrò nello spogliatoio dicendo: “Ragazzi non vi preoccupate che oggi vinciamo”. Il Poz gli chiese allora da dove arrivava tutta quella sicurezza, e il Menego rispose: “Oggi ero sul water e stavo facendo la pista cifrata – perché secondo lui era l’unica cosa che Andrea Meneghin poteva fare utilizzando la Settimana Enigmistica – ed è uscita fuori una stella”.
Pozzecco che in quel periodo aveva i capelli fucsia e si ruppe addirittura il naso, ma alla fine Varese vinse 73-64 e conquistò il suo decimo scudetto!
Al Poz fu pure ritirata la patente per guida in stato d’ebbrezza quella sera, attorniato dai tifosi che chiedevano alla polizia di lasciarlo libero mentre stava eseguendo l’alcooltest.

In Nazionale fece molta fatica a causa delle incomprensioni coi vari allenatori, ma ai Giochi Olimpici del 2004 di Atene in panchina c’era Charlie Recalcati e dunque Pozzecco fu chiamato nuovamente in azzurro. Storica la semifinale vinta contro i campioni d’Europa della Lituania, dove la Mosca Atomica diede con il suo ingresso un contributo fondamentale. In finale c’era invece l’Argentina, ma il Poz, nervoso, giocò pochissimi minuti e perse quella sfida, conquistando comunque una medaglia d’argento inaspettata. Il suo rammarico fu però quello di giocare troppo poco in finale…

Gianmarco Pozzecco con la maglia azzurra

Si ritirò nel 2008 dopo la partita Avellino-Capo d’Orlando, ma Gianmarco Pozzecco è rimasto sicuramente nel cuore di tutti i tifosi di basket italiani per la sua spregiudicatezza, per la sua simpatia e per il suo genio cestistico.

@Giacomo_Baresi