Il saluto del “Black Power” ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968

Le immagini che hanno fatto la storia dello sport

Olimpiadi estive di Città del Messico, 1968. Gli atleti statunitensi di colore Tommie Smith e John Carlos si sono classificati rispettivamente primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Questa immagine li ritrae nel momento della premiazione mentre alzano al cielo il pugno guantato di nero, in segno di protesta verso il razzismo ancora molto diffuso negli Stati Uniti. In seguito in patria i due atleti furono oggetto di aspre critiche e addirittura di minacce di morte. Col tempo, tuttavia, il gesto (detto ‘Black Power Salute’) ottenne il giusto riconoscimento e rimarrà nella storia come uno dei più forti a livello politico.

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La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Le imprese degli atleti

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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            Malgrado l’assenza di numerose delegazioni del blocco sovietico (su tutte quelle di Unione Sovietica, Germania Orientale, Bulgaria e Cuba, le prime quattro squadre del medagliere dei Giochi Olimpici di Mosca 1980), a Los Angeles lo sport fortunatamente non passò del tutto in secondo piano. L’obiettivo degli Stati Uniti, scontati vincitori del medagliere, era quello di cercare di superare le 80 medaglie d’oro conquistate dai sovietici a Mosca; la cosa avvenne puntualmente l’ultimo giorno di gare e fu salutata da festeggiamenti in tutto il paese per aver battuto indirettamente il nemico sovietico che non sfidavano da ben 8 anni. In totale gli Stati Uniti conquistarono ben 174 medaglie: 83 d’oro, 61 d’argento e 30 di bronzo. Un vero e proprio trionfo.
Il protagonista indiscusso di questa edizione fu indubbiamente lo statunitense Carl Lewis. Il 23enne nato a Birmingham, Alabama, e cresciuto a Willingboro, Pennsylvania, fu in grado di eguagliare l’impresa di Jesse Owens a Berlino 1936 a 48 anni di distanza con 4 medaglie d’oro: nei 100 m, nei 200 m, nella staffetta 4×100 m e nel salto in lungo.

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

La prima gara vinta dal “figlio del vento”, com’era soprannominato, furono i 100 metri piani: con uno straordinario tempo (per l’epoca) di 9″99 ottenne il primo posto davanti al connazionale Sam Graddy (10″19) e al canadese Ben Johnson (10″22). Ma la gara più attesa era quella del salto in lungo: con le sue doti atletiche, Lewis aveva tutte le carte in regola per superare il record del mondo di Bob Beamon di 8.90 m saltato ai Giochi di Città del Messico nel 1968. Dopo aver ottenuto un 8.54 m al primo tentativo ed un nullo al secondo, l’atleta statunitense, visto il livello non eccezionale dei suoi avversari, decise di rinunciare ai restanti quattro tentativi per evitare di affaticarsi troppo in vista dei successivi impegni. Fischiato dal pubblico, perse una grandissima occasione perché in seguito non riuscì più in questa disciplina ad ottenere misure da record. Nei 200 metri invece fu in grado di stabilire il record olimpico dopo aver fermato il cronometro sul tempo di 19″80. Infine diede una grande mano ai suoi compagni nella vittoria della staffetta 4×100 metri che gli Stati Uniti vinsero in maniera agevole con il nuovo record del mondo di 37″83.

Sempre sulla pista di atletica, il re degli ostacoli fu Edwin Moses.

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

         Il campione dell’Ohio, grazie al meritatissimo successo nei 400 ostacoli, portò a 107 il numero di vittorie consecutive nella specialità (122 contando anche le batterie). Dal 1977 al 1987 infatti Moses risultò imbattuto in tutte le gare che disputò: fu sconfitto a Berlino il 26 agosto del 1977 da Harald Schmid e a Madrid il 4 giugno 1987 da Danny Harris. Una striscia impressionante per una carriera stratosferica che terminò nel 1988 con 187 gare disputate e 178 gare vinte. Moses non fu però protagonista solo sulla pista: durante la Cerimonia d’apertura infatti fu scelto per prestare il giuramento olimpico degli atleti e, bloccatosi a metà, fu costretto a ripeterlo due volte prima di ricordarsi le parole esatte.
I Giochi di Los Angeles furono ricordati anche per la prima edizione della maratona femminile; il caldo e l’afa della California erano tuttavia molto temuti da maratoneti e marciatori e le vittime non mancarono: la più famosa fu la svizzera Gabriela Andersen Schiess che, nella maratona vinta dalla statunitense Joan Benoit, impiegò, una volta entrata nello stadio, ben sette minuti per portare a termine la gara percorrendo i 400 metri finali. Stravolta, disidratata e con uno stiramento muscolare alla gamba, fece ritornare a tutti in mente la scena di Dorando Pietri che nel 1908 tagliò per primo il traguardo della maratona olimpica di Londra ma fu squalificato a causa dell’aiuto dei soccorritori che lo sostennero nei metri finali. La Andersen, visto il precedente, allontanò tutti con chiari gesti fino a che non riuscì a tagliare il traguardo in trentasettesima posizione. Una volta accasciatasi a terra, fu portata in ospedale, ma qualche settimana dopo fu addirittura invitata alla Casa Bianca da Ronald Reagan che si complimentò con lei e la premiò con una medaglia d’oro al valore sportivo.
Malgrado il dominio statunitense nel medagliere, la vera sorpresa di Los Angeles fu la Romania che arrivò al secondo posto dietro i padroni di casa. Ma a destare scalpore fu proprio la partecipazione dei rumeni ai Giochi, dato che furono esaltati dagli americani perché considerati gli unici a non aver obbedito all’ordine sovietico del boicottaggio. La sfida tra Stati Uniti e Romania non ebbe ovviamente storia a livello di medaglie (gli americani conquistarono più del quadruplo delle medaglie d’oro dei rumeni e più del triplo delle medaglie totali), ma entrò nel vivo nella ginnastica artistica femminile dove le protagoniste furono la statunitense Mary Lou Retton (16 anni) e la rumena Ecaterina Szabo (17 anni).

Mary Lou Retton impegnata nell'esercizio di corpo libero

Mary Lou Retton impegnata nell’esercizio di corpo libero

        Nella gara più attesa, il concorso generale dove le atlete devono esibirsi in tutte le specialità della ginnastica, il testa a testa fu spettacolare con voti vicinissimi al 10 per entrambe le atlete. Quel 10 che solo la fantastica Nadia Comaneci era riuscita ad ottenere ai Giochi di Montreal del 1976. Prima dell’ultima prova, la Szabo conduce sulla Retton con il minimo vantaggio di 0,05 punti: per la rumena ci sono le parallele asimmetriche, mentre per la statunitense il volteggio. Per prima si esibisce la Szebo che ottiene una votazione di 9.90 nella sua prova; tocca quindi alla Retton che ha la possibilità di vincere la medaglia d’oro solitaria a questo punto solo con un 10, voto che rappresenta la perfezione assoluta. E così fu. Grazie ad un volteggio impeccabile Mary Lou Retton vinse il concorso generale di ginnastica mandando in visibilio il pubblico e gli Stati Uniti interi, considerando che solo 3 settimane prima aveva subito un grave infortunio al ginocchio in allenamento che aveva rischiato di compromettere la sua partecipazione ai Giochi. La Szabo, medaglia d’argento, si consolò alla fine con 4 medaglie d’oro: al corpo libero, al volteggio e alla trave, più quella ottenuta nel concorso a squadre. La Retton invece terminò la sua Olimpiade con un oro, due argenti e due bronzi, ma il metallo più pregiato arrivò nella competizione più attesa.

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Giacomo Baresi (@giacomo_baresi)

Bill Iffrig: il maratoneta 78enne simbolo della strage di Boston

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A poche ore dalla strage che ha sconvolto la città di Boston, possiamo affermare con certezza che il simbolo “positivo” di quei drammatici momenti è stato il 78enne Bill Iffrig. A pochi metri dal traguardo, l’anziano podista si apprestava a terminare la sua 45esima maratona quando, a causa di una delle ben note esplosioni, per il fortissimo spostamento d’aria si è ritrovato a terra.

Bill Iffrig a terra pochi secondi dopo l'esplosione

Bill Iffrig a terra pochi secondi dopo l’esplosione

Bill, ex falegname, dopo qualche secondo di disorientamento è stato aiutato a rialzarsi ed ha voluto terminare la gara tagliando il traguardo con le proprie gambe. “Ho sentito le gambe cedere; se fossi stato un metro più in là, probabilmente sarei morto” ha dichiarato il maratoneta. Un atleta straordinario Bill, capace di concludere ben 4 maratone da quando ha compiuto 75 anni. L’icona di una strage che ha sconvolto anche il mondo dello sport, oltre che ovviamente gli Stati Uniti.

@Giacomo_Baresi

Il rapporto tra Giochi Olimpici e politica – La protesta ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        Gli anni ’60 furono ricordati principalmente per i numerosi movimenti a sostegno dei diritti civili e politici nati in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, a partire dall’amministrazione Kennedy e in seguito con Johnson, i diritti civili furono uno degli argomenti chiave in politica interna, essendo in quegli anni la popolazione afroamericana in continuo fermento; a partire dal 1964 e 1965, Johnson fece un grande salto in avanti nella lotta contro le discriminazioni, facendo approvare dal Congresso numerose leggi sui diritti civili e sui diritti di voto: furono abolite le “tasse sul voto”, che tenevano lontane dai seggi i neri e la gente povera in generale e furono vietate tutte le iniziative che intendevano limitare il diritto di voto di qualsiasi persona.
Una volta raggiunti i suoi obiettivi, si notò uno scisma all’interno del movimento per i diritti civili: i bianchi si impegnarono ad opporsi alla guerra appena scoppiata in Vietnam, mentre i neri continuarono nella loro lotta, essendo spesso e volentieri ancora discriminati soprattutto negli Stati del Sud. La discriminazione razziale nei confronti degli afroamericani era infatti ancora molto alta e la popolazione nera era costretta a vivere in veri e propri ghetti colmi di degrado nelle grandi metropoli statunitensi.
Ora, una volta raggiunto formalmente il riconoscimento dei diritti civili, la vera lotta era diventata quella di cercare di livellare la differenza soprattutto economica che era ancora fortemente presente con la borghesia bianca. Numerose furono le rivolte tra il 1964 e il 1968 all’interno dei ghetti delle principali città come New York o Los Angeles: ora, i metodi non violenti di protesta promossi negli anni precedenti da Martin Luther King, erano stati sostituiti da vere e proprie risposte armate e dalla nascita nel 1966 del “Black Power”, il “Potere Nero”, lo slogan coniato da Stokely Carmichael che aveva come intento quello di dare maggiore autonomia alla comunità afroamericana. Un’autonomia che poteva essere conquistata secondo diverse correnti di pensiero; infatti all’interno del Black Power c’era chi preferiva linee pacifiste e moderate e c’era chi invece aveva un carattere più aggressivo e rivoluzionario. Martin Luther King e la sua organizzazione, la Southern Christian Leadership Conference, facevano parte della prima corrente, mentre il Black Panther Party, nato nel 1966 era chiaramente vicino alla seconda tesi, quella separatista.

Martin Luther King

Martin Luther King

        Proprio nel pieno di questo periodo storico molto delicato e confuso si inserirono i Giochi Olimpici di Città del Messico nel 1968. Era da poco stato assassinato Martin Luther King, e tra gli atleti neri c’era nell’aria l’idea di un possibile boicottaggio. Boicottaggio che però, come nel caso dei Giochi di Berlino di 32 anni prima, non avvenne. La squadra olimpica statunitense era ovviamente ricca di atleti afroamericani, soprattutto nel campo dell’atletica leggera dove storicamente dominano nelle gare di velocità.
La gara maggiormente incriminata fu la finale dei 200 metri piani; era il 16 ottobre quando Thomas C. Smith, 23enne nativo di Clarksville, Texas, vinse la medaglia d’oro con uno straordinario tempo di 19″83, stabilendo il nuovo record del mondo. Al secondo posto si classificò l’australiano Peter Norman, mentre al terzo un altro statunitense (sempre afroamericano) di nome John Carlos.
La parte saliente dell’evento non fu però la gara, ma la premiazione: Smith e Carlos salirono sul podio per ricevere le meritate medaglie d’oro e di bronzo a piedi scalzi (come simbolo di povertà) e ascoltarono i proprio inno nazionale col capo chinato verso la propria medaglia, brandendo in aria il pugno chiuso guantato di nero: il simbolo delle Black Panthers e il saluto del Black Power. I due atleti intendevano in quel modo protestare contro le continue discriminazioni razziali che gli afroamericani subivano in patria e sostenere il Potere Nero e il movimento chiamato Olympic Project for Human Rights. Movimento appoggiato anche dal secondo classificato, Norman che esibì una spilla durante la cerimonia.

Tommie Smith e John Carlos e il loro gesto di protesta sul podio dei 200m

Tommie Smith e John Carlos e il loro gesto di protesta sul podio dei 200m

        Una curiosità: poco prima della premiazione, John Carlos si accorse di aver dimenticato il proprio paio di guanti neri, così Smith fu costretto a cedere al compagno il proprio guanto sinistro. Ecco il motivo per cui Smith alzò al cielo il braccio destro, mentre Carlos il braccio sinistro.
Anche la premiazione della finale dei 400 metri entrò nella storia, seppure in tono decisamente minore. La gara, disputata due giorni dopo quella dei 200 metri, vide la tripletta americana: al primo posto Lee Evans, al secondo Larry James e al terzo Ron Freeman. Sul podio i tre atleti si presentarono indossando il basco nero tipico delle Black Panthers, mostrando anch’essi, in maniera molto meno plateale, il saluto col pugno chiuso. E non furono gli unici ad esibire un gesto di protesta, perché il saltatore in lungo Bob Beamon si presentò alla premiazione con i calzettoni neri tirati verso il ginocchio.
Il gesto che comunque è rimasto nella storia e che più ha fatto scandalo è stato quello dei duecentisti Smith e Carlos che subirono subito delle ripercussioni: il già citato Avery Brundage, che in quegli anni era diventato Presidente del CIO, decise di cacciarli immediatamente dal Villaggio Olimpico e furono subito sospesi dalla squadra americana con l’accusa di aver ricevuto soldi in cambio di quel gesto. Stesso discorso per i tre protagonisti del podio dei 400 metri.

La premiazione dei 400m; gli atleti si presentano sul podio col basco nero

La premiazione dei 400m; gli atleti si presentano sul podio col basco nero

        Il ritorno negli Stati Uniti non fu affatto facile per Smith e Carlos che, seppur sostenuti a gran voce dalla comunità nera, non furono visti di buon occhio da parte della popolazione bianca: il Ku Klux Klan inviò loro numerose minacce di morte e pacchi di sterco, persero il lavoro e, insomma, non vissero affatto momenti tranquilli e sereni. A Smith fu addirittura vietato l’ingresso nell’esercito (poco male, dato che non fu spedito in Vietnam) a causa di presunte attività anti americane, prima di dedicarsi al football professionistico. Pure l’australiano Norman fu punito per la solidarietà ai due compagni di podio: per aver esibito quella spilla, quattro anni dopo non fu convocato ai Giochi di Monaco malgrado avesse tutte le carte in regola e i tempi necessari per parteciparvi.

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Il rapporto tra Giochi Olimpici e politica – La propaganda nazista ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        Il primo efficace esempio di Giochi Olimpici utilizzati a scopo di propaganda fu l’edizione del 1936 organizzata a Berlino. Quando il 13 maggio 1931 il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) assegnò i Giochi dell’XI Olimpiade alla capitale tedesca, la Germania del Presidente Paul von Hindenburg era ancora una Repubblica democratica. Era un’ottima occasione per i tedeschi di mettersi nuovamente in luce dopo la disfatta della Prima guerra mondiale e la grave crisi economica da cui furono colpiti durante gli anni ’20.

Adolf Hitler ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

Adolf Hitler ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

        Tuttavia dopo l’ascesa di Adolf Hitler e l’inizio della dittatura nazista, in molti iniziarono ad avere dei dubbi riguardo la sede scelta: in primis gli Stati Uniti, che non vedevano affatto di buon occhio il regime nato in Germania. Nell’aprile del 1933, pochi mesi dopo che Hitler fu nominato cancelliere, la prima presa di posizione fu ad opera del direttore del quotidiano ebraico Baltimore Jewish Time che chiese ad Avery Brundage, Presidente del Comitato Olimpico Statunitense, di fare in modo di ostacolare lo svolgimento dei Giochi in un paese come la Germania.
Sia Brundage che il Presidente del CIO Henri Baillet-Latour non fecero in modo che ciò accadesse e, anzi, dimostrarono un certo rispetto nei confronti dei nazisti. L’uomo che prima di tutti invece provò a sostenere le lamentele ebraiche fu il tesoriere del Comitato Olimpico Statunitense, Gus Kirby, che chiese a Brundage delucidazioni sulle sue decisioni. Secondo Brundage e Baillet-Latour non c’era comunque ragione di temere i nazisti ed essi pensavano che nei tre anni seguenti sarebbe sicuramente cambiato qualcosa.
Kirby non fu però convinto dalle risposte dei colleghi e iniziò a pensare seriamente al boicottaggio: il primo raduno antirazzista si tenne a New York il 7 marzo 1934 al Madison Square Garden. Fu un evento mediatico di grande importanza nel quale parteciparono ovviamente il promotore Kirby, il sindaco di New York, Fiorello La Guardia, e Al Smith, l’ex governatore dello Stato di New York.
Dopo questa prima movimentazione popolare, Brundage fu pressato dall’opinione pubblica e decise quindi di visitare la Germania per vedere effettivamente se le discriminazioni nei confronti degli ebrei sussistevano realmente. Nel giugno del 1934 il viaggio si trasformò però in un vero e proprio scandalo: Brundage era ovviamente accerchiato in ogni momento da nazisti che gli impedirono di verificare le discriminazioni e inoltre in più di una occasione dimostrò una certa simpatia nei confronti dei propri interlocutori tedeschi.
Intanto negli Stati Uniti la questione del boicottaggio prendeva sempre più piede grazie alle principali testate giornalistiche: Commonweal, Christian Century e The Nation si schierarono con il fronte di Kirby; ma Brundage continuava a tenere duro secondo le sue idee sostenendo in alcune lettere all’amico e delegato del CIO svedese Sigfrid Edsrøm (futuro presidente del CIO dal 1942 al 1952) che la stampa statunitense fosse interamente controllata dagli ebrei.

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Tuttavia la Germania continuava per la sua strada verso l’antisemitismo e il 1935 fu l’anno del famoso “caso Bergmann”. Gretel Bergmann era la più forte saltatrice in alto della Germania; aveva appena stabilito il nuovo record femminile di 1.60 m quando fu costretta a cambiare società di atletica solamente perché era ebrea. La nuova società a cui l’atleta era iscritta non faceva però parte dell’Associazione tedesca di atletica leggera e quindi la Bergmann fu obbligata a rinunciare ai campionati tedeschi del 1935.
Il caso suscitò numerose polemiche a livello internazionale, tanto che il membro del CIO Charles Sherrill fu inviato in Germania con l’intenzione di far cambiare idea al Führer. Sherril fu ospite di Hitler, ma non riuscì nel suo intento. Quindi, malgrado la Bergmann fosse la migliore saltatrice in alto dell’intero Reich, fu obbligata a dire addio al proprio sogno olimpico. Indignata per l’offerta dei nazisti, che le regalarono dei biglietti per assistere ai Giochi Olimpici dagli spalti, decise di emigrare negli Stati Uniti dove continuò con l’atletica e vinse diversi titoli. Il “caso Bergmann” fece in modo che molti atleti ebrei rinunciassero indignati a partecipare alla manifestazione berlinese e riuscirono ad emigrare prima della Seconda guerra mondiale.
Ma le discriminazioni non vedevano protagonisti solo gli ebrei. Gli afroamericani infatti erano decisamente scossi per ciò che stava accadendo: perché per gli ebrei discriminati in Germania si stava rischiando di boicottare i Giochi, mentre per i neri che da secoli erano continuamente discriminati negli Stati Uniti nessuno alzava un dito?
Dalle pagine del New York Amsterdam News, quotidiano nero newyorchese, si alzò lo sdegno. Inizialmente favorevoli al boicottaggio, gli afroamericani giunsero alla conclusione che il boicottaggio migliore era invece partecipare ai Giochi. Infatti secondo le parole del protagonista dei Giochi Olimpici di Berlino, Jesse Owens, in un meeting di atletica svoltosi in Germania nel 1933 gli atleti neri erano stati trattati esattamente come gli atleti bianchi. Cosa che invece non succedeva nelle gare negli Stati Uniti dove, soprattutto negli Stati del Sud, le discriminazioni erano all’ordine del giorno. Intanto la decisione finale era stata presa: gli Stati Uniti avrebbero preso parte ai Giochi Olimpici di Berlino e Brundage era così riuscito finalmente nel suo intento.
Gli unici boicottaggi effettivamente avvenuti furono quelli dell’Unione Sovietica e della Spagna: a Barcellona fu addirittura organizzato un evento parallelo chiamato “Olimpiade Popolare” che doveva avere come partecipanti gli atleti esclusi dai Giochi di Berlino. Tuttavia lo scoppio della guerra civile spagnola non permise all’evento di avere luogo.
I Giochi Olimpici di Berlino presero ufficialmente il via il 1° agosto del 1936 con una cerimonia di apertura altisonante: per Hitler fu una straordinaria occasione di propaganda che sfruttò al meglio dopo le iniziali titubanze. La prima novità fu la “staffetta olimpica”, tradizione che tutt’oggi caratterizza ogni edizione dei Giochi Olimpici: la fiaccola olimpica venne infatti accesa ad Olimpia e dopo un viaggio per tutta Europa arrivò a Berlino scambiata nelle mani dei vari tedofori fino all’accensione del braciere olimpico durante la cerimonia di apertura.
Un’altra straordinaria innovazione di quei Giochi, sempre strettamente correlata alla propaganda nazista, fu l’introduzione del cinema e della televisione come protagonisti attivi. La regista tedesca Leni Riefenstahl realizzò un film nel 1938 dal titolo “Olympia”, un vero e proprio documentario di oltre due ore che raccontava in maniera esaustiva tutti i principali avvenimenti della manifestazione. Furono inoltre i primi Giochi trasmessi dalla televisione, malgrado in quegli anni di apparecchi televisivi ne esistessero ancora pochissimi. Alcuni maxi schermi permettevano però alla popolazione di assistere (a pagamento) alle gare in alcune sale pubbliche della città. Fu un’arma sensazionale nelle mani di Hitler che riuscì ad accrescere i propri consensi grazie anche a questo evento planetario.
Sotto il profilo sportivo, il medagliere fu vinto dai padroni di casa della Germania: 89 medaglie conquistate (di cui 33 d’oro) permisero a Hitler di far valere ulteriormente al cospetto della popolazione la propria teoria della superiorità della razza ariana. Ma un atleta statunitense decise di mettere i bastoni tra le ruote al Führer: il suo nome era James Cleveland Owens, detto Jesse, afroamericano nato il 12 settembre 1913 a Oakville, Alabama. Lo stesso Owens che decise assieme agli altri afroamericani di non boicottare i Giochi per far valere i diritti dei neri pure negli Stati Uniti.

Jesse Owens

Jesse Owens

        L’atleta statunitense fu il protagonista indiscusso di quell’edizione, dove conquistò ben quattro medaglie d’oro nei 100 metri, nei 200 metri, nella staffetta 4×100 metri e nel salto in lungo. Proprio la gara del salto in lungo entrò nella storia perché Owens batté di pochissimi centimetri il più quotato atleta tedesco Luz Long con la misura di 8,06 m (che valse il record olimpico). L’atleta tedesco si congratulò subito con lo statunitense, ma queste scene furono censurate nel documentario di Leni Riefenstahl. Secondo molte testimonianze dell’epoca, Adolf Hitler, indispettito per l’accaduto, lasciò l’Olympiastadion di Berlino perché non voleva premiare l’atleta afroamericano e secondo la cultura popolare si narra che si rifiutò pure di stringergli la mano.
Sulle pagine della biografia ufficiale dell’atleta invece, si può leggere che la storia fu semplicemente un’invenzione dei media che vollero alimentare una polemica a suo dire inesistente. Durante il rientro negli spogliatoi infatti, Owens dichiarò che il Führer lo salutò dagli spalti. Paradossalmente non fu quindi Hitler a non considerare lo straordinario atleta statunitense, ma lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt che era in piena campagna elettorale e, preoccupato per le possibili reazioni degli Stati del Sud (tendenzialmente contro i diritti degli afroamericani), non invitò mai Jesse Owens alla Casa Bianca e non si congratulò con lui neppure con un telegramma. Solo nel 1955 il Presidente Eisenhower lo nominò “Ambasciatore dello Sport”.

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Addio a Pietro Mennea: primatista per 17 anni nei 200 metri

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Un altro grande dello sport se n’è andato: Pietro Mennea, uno degli personaggi più importanti che l’atletica leggera italiana ricordi. Alle Universiadi di Città del Messico del 1979, stabilì il record del mondo nei 200 metri piani con il tempo di 19″72, battendo il tempo di 19″83 fissato 11 anni prima dallo statunitense Tommie Smith ai Giochi Olimpici messicani proprio sulla medesima pista. Lo stesso Tommie Smith che è entrato nella storia per il gesto del pugno chiuso guantato di nero alla premiazione di quell’Olimpiade… Record che verrà battuto solo 17 anni dopo dal grande Micheal Johnson ai Giochi di Atlanta nel 1996.

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Dopo il record, per il velocista pugliese arrivò anche la mertitata medaglia d’oro l’anno successivo ai Giochi Olimpidi di Mosca del 1980: l’Olimpiade del boicottaggio americano e di alcuni Stati del blocco occidentale, nella quale Mennea stravinse con il tempo di 20″17. In quell’occasione, vinse anche un bronzo nella staffetta 4x400m.

PALMARES:
Campionati Europei: 3 ori, 2 argenti, 1 bronzo.
Campionati Mondiali: 1 argento, 1 bronzo.
Giochi Olimpici: 1 oro, 2 bronzi.

@Giacomo_Baresi

Invasioni di campo. Calcio, tennis, rugby, atletica e Formula 1: nessuno sport ne è esente!

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Nel match del campionato svizzero di domenica scorsa tra Thun e Zurigo, per la cronaca terminato 4-0 per gli ospiti, un simpatico invasore ha deciso di creare scompiglio entrando ripetutamente in campo e sfuggendo a più riprese ai tentativi di “placcaggio” dei giocatori: una martora, un piccolo mammifero che è parente stretto della più nota faina. Dopo qualche minuto finalmente un giocatore dello Zurigo, Loris Benito, riesce nell’impresa di fermare l’animaletto con uno spettacolare tuffo, ma viene morso ed è costretto a ricorrere alle medicazioni del proprio medico; poi finalmente il portiere Davide Da Costa blocca definitivamente l’invasore e, grazie anche all’aiuto dei guanti, evita spiacevoli sorprese accompagnandolo fuori…

Tra gli invasori più famosi degli ultimi anni, non si può dimenticare Jimmy Jump, un catalano che si è reso protagonista di innumerevoli invasioni di campo di diversi sport: iniziando dalla finale di Euro 2004 tra Portogallo e Grecia, quando lanciò una bandiera del Barcellona a Luis Figo, al tempo centrocampista del Real Madrid. Spesso non inquadrato dalle telecamere, Jimmy Jump è l’incubo di ogni sportivo: in Spagna lo ricordano per un’invasione durante Real Madrid-Barcellona del 2005 e nella semifinale di Champions League 2005/2006 tra Villareal ed Arsenal.

url-1Pure il tennis non fu immune: fece infatti irruzione di campo nel corso della finale del Roland Garros del 2009 mentre si stavano sfidando Federer e Söderling, creando qualche minuto di scompiglio. Anche nel rugby se lo ricordano bene… e precisamente per la sua invasione durante la finale della Coppa del Mondo tra Sudafrica ed Inghilterra nel 2007, quando entrò in campo ad iniziò del secondo tempo. Un vero e proprio disturbatore insomma, che ha fatto del suo hobby una specie di lavoro perché in molti hanno chiesto di sponsorizzare qualcosa durante le sue invasioni… probabilmente gli servivano soldi per pagare le multe prese! Caratteristica inconfondibile: il cappellino rosso che spesso ha cercato di mettere in testa alle sue vittime!

In Italia invece tutti ricorderanno sicuramente “il Falco”, il pescarese Mario Ferri, che indossa ad ogni invasione la sua celebre maglia di Superman: il suo esordio in Sampdoria-Napoli del 2010, gara che regalò i preliminari di Champions League ai blucerchiati, quando entrò in campo nel bel mezzo della sfida del Ferraris con una maglietta che invocava la convocazione di Antonio Cassano in nazionale per i Mondiali in Sudafrica… ma Lippi non lo ascoltò! Altre invasioni che si ricordano sono quella nella semifinale del Mondiale 2010 tra Germania e Spagna e nella finale del Mondiale per Club dello stesso anno tra Inter e Mazembe.

Infine il più folle degli invasori è sicuramente l’irlandese Cornelius Horan, prete e fanatico religioso (con qualche problema psichiatrico): le sue invasioni più famose sono quella del 20 luglio 2003 durante il Gran Premio di Gran Bretagna a Silverstone dove rischiò la vita entrando nel bel mezzo della pista. Fortunatamente le monoposto riuscirono a schivarlo. E soprattutto la meschina invasione durante la maratona olimpica di Atene 2004, vinta da Stefano Baldini, quando a pochi chilometri dalla fine della gara si avventò addosso al brasiliano Vanderlei de Lima che in quel momento era in testa. Aiutato da uno spettatore greco, de Lima riuscì a riprendere la corsa e concluse la gara al terzo posto.

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Renaud Lavillenie: il salto della vita, il giudice e le lacrime

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Renaud Lavillenie è uno dei migliori astisti della storia. Il salto con l’asta è una delle discipline più affascinanti e complicate dell’atletica, perché è un vero e proprio mix di tecnica, coordinazione e velocità.

url-4Campione olimpico in carica (medaglia d’oro ai Giochi di Londra), il francese ha partecipato lo scorso week end ai Campionati Europei Indoor di Göteborg vincendo il titolo con relativa facilità. Nessun errore infatti fino alla quota di 6,01m, passata in maniera piuttosto agevole, avendo saltato al primo tentativo le misure di 5,76m, 5,86m, 5,91m, e 5,96m: chiaro segno dell’ottima forma fisica dell’atleta. Lavillenie, che ha un record personale outdoor di 6,01m e indoor di 6,03m, decide di alzare l’asticella fino a 6,07m: in caso di salto valido sarebbe il secondo astista della storia ad essere andato tanto in alto; il primo, l’inarrivabile Serhij Bubka, aveva un record di 6,15m.

I primi due tentativi vanno a vuoto, nulli. La stanchezza della gara inizia a farsi sentire, ma al terzo tentativo Lavillenie riesce incredibilmente a saltare la misura, pur toccando l’asticella che dal canto suo decide di rimanere su. Il pubblico è in visibilio, così come l’atleta che inizia a correre e ad esultare per tutto il palazzetto, ma dopo pochi secondi il primo giudice decide di alzare la bandiera rossa: salto nullo! Atleta, pubblico e giornalisti sono increduli, e il francese chiede subito delucidazioni sull’accaduto: l’asticella infatti sarebbe uscita dal sostegno oscillando e si sarebbe appoggiata alla struttura portante. Regolamento applicato alla perfezione dal giudice e a Lavillenie non resta che prendersela con i cartelloni pubblicitari per poi scoppiare in lacrime.

L'asticella che ha beffato Lavillienie

L’asticella che ha beffato Lavillenie

Con quel salto sarebbe potuto diventare il secondo miglior astista di sempre, ma sicuramente, per l’atleta classe 1986, ci saranno altre occasioni a partire dai Campionati Mondiali di Mosca che ad agosto terranno sicuramente gli appassionati di atletica col fiato sospeso.

@Giacomo_Baresi

Buone notizie dall’atletica: 3 record italiani nei Campionati Assoluti Indoor di Ancona

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Dai Campionati Italiani Assoluti Indoor di Ancona sono arrivate ottime notizie per i colori azzurri. In una giornata infatti ben tre record italiani sono crollati: Silvano Chesani nel salto in alto, Roberta Bruni nel salto con l’asta e Michael Tumi nei 60 metri. Forse finalmente qualcosa si sta muovendo all’interno dell’atletica italiana dopo i risultati che definirei disastrosi a livello internazionale degli ultimi anni…

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Silvano Chesani, atleta delle Fiamme Oro, ha saltato l’asticella fissata a 2,33 al primo tentativo, annientando immediatamente il precedente record nazionale che apparteneva ad Alessandro Talotti ed eguagliando pure il record outdoor di Marcello Benvenuti datato 1989. Una misura eccezionale per il 24enne trentino che ora ha nel mirino i Campionati Europei Indoor di Göteborg in programma dal 1° al 3 marzo e potrebbe essere una delle piacevoli sorprese ai Campionati Mondiali estivi di Mosca.

Per la 18enne laziale Roberta Bruni invece è arrivato il nuovo record nel salto con l’asta con l’ottima misura di 4,60. La giovane atleta della Studentesca CaRiRi si è infatti migliorata di 9 centimetri, ha eguagliato il record outdoor di Anna Giordano Bruno stabilito nel 2009 ed è arrivata a soli 3 centimetri dal record mondiale junior (4,63). Nelle sue parole una grande soddisfazione, ma pure un po di rammarico: “Se l’asticella fosse stata a 4,65 starei festeggiando il record del mondo junior…”. Ma per lei ci saranno altre occasioni vista anche la giovanissima età… prossimo appuntamento anche per lei a Göteborg!

Infine il velocista Micheal Tumi (Fiamme Oro), ha fermato il cronometro nei 60 metri piani a 6.51, migliorando di 2 centesimi il suo precedente record. Per il momento questo è il miglior tempo stabilito in Europa e dunque anche in questo caso in vista dei Campionati Europei c’è da sperare in una medaglia, obiettivo dichiarato dal giovane 23enne vicentino.

Prossimo appuntamento dunque a Göteborg, in cerca di conferme…

@Giacomo_Baresi

Super Alessia Trost: a nemmeno 20 anni ha già saltato 2.00 m. Sognare è lecito!

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L’atletica italiana può tornare a gioire. E questa volta i presupposti per una carriera strepitosa ci sono tutti… la disciplina è particolarmente cara ai nostri colori viste le straordinarie carriere di Sara Simeoni e Antonietta Di Martino: il salto in alto femminile.

Alessia Trost, friulana classe 1993, il 29 gennaio a Trinec (Repubblica Ceca) ha saltato la misura di 2.00 m. E’ stata appunto la terza italiana di sempre a superare questa misura. I progressi della giovanissima atleta sono stati impressionanti: a luglio, con un salto di 1.91 m, si era laureata campionessa del mondo juniores a Barcellona. Dopo soli 6 mesi il miglioramento è di ben 8 cm. Il suo primato personale outdoor è infatti di 1.92 m (saltato a Gorizia il 19 maggio scorso), mentre quello indoor l’aveva stabilito lo scorso 20 gennaio a Udine con un ottimo 1.98. I 2.00 m li aveva solo sfiorati in quella circostanza… misura che però aveva nelle gambe e che in Repubblica Ceca ha dimostrato di riuscire a saltare. E la Trost intende continuare a stupire…

Alessia Trost

Alessia Trost

Miglior prestazione dell’anno e grandissime aspettative per il futuro; non dimentichiamoci che ad agosto a Mosca ci saranno i Mondiali…

Intanto i prossimi appuntamenti sono previsti il 10 febbraio al meeting di Gent (Belgio) e i Campionati Italiani assoluti indoor di Ancona il 16 febbraio.

@Giacomo_Baresi