Il saluto del “Black Power” ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968

Le immagini che hanno fatto la storia dello sport

Olimpiadi estive di Città del Messico, 1968. Gli atleti statunitensi di colore Tommie Smith e John Carlos si sono classificati rispettivamente primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Questa immagine li ritrae nel momento della premiazione mentre alzano al cielo il pugno guantato di nero, in segno di protesta verso il razzismo ancora molto diffuso negli Stati Uniti. In seguito in patria i due atleti furono oggetto di aspre critiche e addirittura di minacce di morte. Col tempo, tuttavia, il gesto (detto ‘Black Power Salute’) ottenne il giusto riconoscimento e rimarrà nella storia come uno dei più forti a livello politico.

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Mike Tyson e il morso all’orecchio di Evander Holyfield

Le immagini che hanno fatto la storia dello sport

Las Vegas, 28 giugno 1997. Mike Tyson, ex campione del mondo dei pesi massimi, sfida Evander Holyfield. Nel terzo round Tyson morse l’orecchio dell’avversario, staccandogli buona parte della cartilagine. Iron Mike fu squalificato per un anno e costretto a pagare una multa di 3 milioni di dollari.

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Vitali Kiltschko: atleta, pugile e politico

C’è stato un periodo, dall’inizio degli anni 2000 fino al 15 dicembre 2013, dove la categoria dei pesi massimi della boxe era dominata da due veri e propri giganti, i fratelli Wladimir e Vitali Klyčko. Sono pochi gli esempi nello sport di fratelli che hanno avuto una carriera così costellata di successi come i due ucraini. I fratelli Branco, sempre nella boxe, nel calcio non si possono scordare i fratelli Filippini, Baresi, Inzaghi e i gemelli Derrick. Tuttavia, nessuno di questi conseguì i successi dei Klyčko. Wladimir è tutt’ora campione del mondo delle sigle WBO, WBA, IBF e IBO, e il prossimo 26 aprile difenderà i suoi titoli contro Alex Leapai. Mentre Vitali è stato campione WBO dall’1999 al 2000, e poi WBC dal 2003 al 2004 e dal 2008 fino al 2013, quando si ritirò da campione dalla sce-na pugilistica.
Vitali, il più vecchio dei due, è alla ribalta in questi giorni per il suo impegno politico in ucraina e per essere stato uno dei leader dell’opposizione al presidente Yanukovich.
Pugile, scacchista, laureato in Scienze motorie all’università di Kiev e leader dell’opposizione ucraina, quest’uomo fa della poliedricità uno dei suoi marchi di fabbrica.
Vitalij Volodymyrovyč Klyčko, Vitali Klitschko per i non slavisti, nasce a Belovodsk il 19 luglio 1971 a, in Ucraina, figlio del maggiore generale dell’aeronautica militare sovietica Rodionovich Klitschko, il quale fu comandante delle operazioni di pulizia nella centrale nucleare di Černobyl dopo il disa-stro del 1986. Vitali muove i suoi primi passi nel mondo degli sport da combattimento nella kick boxing per poi passare in seguito alla boxe. La sua carriera da pugile dilettante delinea già il suo talento. Vincitore per tre volte del titolo ucraino, del campionato militare nel 1995 e di una medaglia d’argento ai Mondiali, la sua carriera dilettantistica si chiude con un record di 210 incontri disputati, di cui 195 vinti ( tra questi, 80 prima del limite).

I fratelli Vitali e Wladimir Klitschko

I fratelli Vitali e Wladimir Klitschko

Vitali sbarca nella boxe professionistica il 16 novembre 1996, la stessa data in cui anche suo fratello Wladimir diventa professionista. Il primo titolo da lui vinto risale al 24 ottobre 1998, quando batte per TKO il suo sfidante Mario Schieber, vincendo così la corona di campione europeo dei pe-si massimi. Passa meno di un anno dal suo primo titolo che la WBO gli offre la possibilità per gua-dagnarsi il suo primo titolo mondiale, competendo contro l’allora campione Herbie Ride. Il 25 luglio 1999 Vitali riesce a vincere il titolo contro il detentore inglese in appena due round, mandandolo al tappeto.
Sfortunatamente, il campione ucraino, imbattuto dopo 27 match e due difese del titolo, perde la cintura WBO contro Chris Byrd durante il terzo incontro da campione del mondo. Vitali fu costretto a ritirarsi alla nona ripresa in seguito a un infortunio alla spalla, sebbene stesse vincendo l’incontro ai punti.
Tutto ciò non fermò comunque il pugile ucraino, che il 21 giugno 2003 ebbe un’altra occasione per il titolo della WBC, contro un pugile di livello eccelso come Lennox Lewis, il quale, solo un anno prima, aveva decretato la fine di Mike Tyson, mandandolo al tappeto sul ring di Menphis. Quest’incontro sarebbe stato anche l’ultimo della carriera di Lewis.

Anche questa volta però, la fortuna giro le spalle a Vitali. Durante la sesta ripresa, l’arbitro ferma il match in quanto il sopracciglio sinistro di Klitschko aveva iniziato a sanguinare copiosamente e non vi era possibilità di continuare il match. Anche questa volta Vitali era in vantaggio ai punti.
Nonostante questi due sfortunati match, era chiaro a tutti che i Klitschko sarebbero diventati i futuri dominatori della categoria regina della boxe.
Il 24 aprile 2004 allo Staples Center di Los Angeles, Vitali ebbe la sua nuova occasione per diven-tare campione dei pesi massimi sigla WBC., contro il sudafricano Corrie Sanders.
L’incontro si concluse all’ottava ripresa per TKO.
Finalmente Vitali dopo quattro anni, l’ucraino poté di nuovo fregiarsi del titolo di campione del mondo WBC.
Tuttavia, la fortuna abbandonò di nuovo il campione. Dopo la vittoriosa difesa del titolo contro Danny Williams nel dicembre 2004, Vitali viene colpito da una serie di infortuni al menisco e al crociato del ginocchio destro e anche alla schiena, Vitali decide di lasciare vacante il titolo WBC, cosa che lo decretò campione emerito della stessa sigla, dandogli la possibilità, in caso di ritorno sul ring, di sfidare immediatamente il campione in carica.
Klitschko stette lontano dalla scena per 1400 giorni. L’11 ottobre 2008 a Berlino, Vitali ritornò a calcare di nuovo un’arena di pugilato. Il suo avversario era il campione nigeriano Samuel “The Nigerian Nightmare” Peter. Il pugile ucraino vinse all’ottava ripresa per TKO, divenendo così il quarto pugile nella storia della boxe, dopo Muhammed Alì, Evander Holyfield e Lennox Lewis, a conqui-stare la corona WBC tre volte.

Vitali colpisce Shannon Briggs durante il loro match, svoltosi il 18 ottobre 2010

Vitali colpisce Shannon Briggs durante il loro match, svoltosi il 18 ottobre 2010

A questo incontro seguirono nove vittoriose difese del titolo, combattendo l’ultima volta nella sua carriera il Manuel Char nel settembre 2012.
Il 15 dicembre 2013, Vitali Kiltschko si ritirò da campione emerito WBC, soprattutto a causa del suo impegno politico. L’interesse per la politica era stato, fin dagli inizi della sua carriera e di quella di suo fratello, una nota distintiva dei Klitschko. Nel 2004, i due avevano dimostrato il loro supporto per la rivoluzione arancione ucraina guidata da Viktor Yuschenko. In seguito, durante la sua pausa forzata dalla boxe, Vitali aveva corso per la carica a sindaco di Kiev, perdendo contro Leonid Chernovetsky. Alle elezioni del 2008 per il consiglio municipale di Kiev, Vitali venne eletto nella lis-ta che prendeva nome da lui. Per l’occasione, aveva ingaggiato Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, come consulente per la sua campagna.

Vitali Klitschko durante le manifestazioni in piazza Maidan

Vitali Klitschko durante le manifestazioni in piazza Maidan

Nel 2012 entrò nel parlamento ucraino, guidando il partito in cui era stato eletto, l’UDAR.
Il 24 ottobre 2013, Vitali annunciò che avrebbe corso per la carica a presidente della repubblica, nelle elezioni che si sarebbero tenute nel 2015.
La situazione nel paese degenerò, provocando diversi scontri tra le fazioni pro Yanoukovich e quelle contro il presidente ucraino. Klitschko fu uno dei protagonisti non solo per quanto riguardava l’opposizione politica al presidente, ma per gli scontri in piazza Maidan, partecipandovi in prima persona.
Vitali è ancora intenzionato a candidarsi come presidente della repubblica nelle elezioni che sono state spostate nel 2014, portando avanti la sua idea politica che prevede un’Ucraina più europea e meno russofila, dove la cosa più importante non sia una lingua comune, ma la voglia di combattere la corruzione dilagante e salvaguardare i diritti umani.

Matteo Latorraca

Valentino Rossi: i duelli che rimarranno nella storia con Lorenzo e Stoner

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Riparte finalmente il Motomondiale con la prima gara in notturna sul circuito di Losail (Quatar): tutti contro Marc Marquez, il più giovane vincitore della storia campionato di MotoGP a cui daranno sicuramente battaglia Lorenzo, Pedrosa, Dovizioso, Crutchlow, Bradl e molti altri…

Ci sarà, come sempre, Valentino Rossi, al secondo anno sulla sua Yamaha dopo la fallimentare esperienza in Ducati: un Valentino in difficoltà, ma capace col suo talento di tenere testa ai più giovani rivali.

Con la giapponese il Dottore ha un certo feeling e ha disputato alcune tra le gare più belle di sempre. In cima alla lista sicuramente c’è il Gran Premio di Catalunya del 2009: gli ultimi due giri sono un duello da brividi con il compagno di squadra Lorenzo. Una gara al cardiopalma con continui sorpassi e contro sorpassi, fino a quello decisivo dell’ultima curva, dove di spazio ce n’era davvero pochissimo! Una lezione del Dottore al più giovane spagnolo: quell’anno Rossi vinse il suo ultimo Mondiale e l’anno seguente avrebbe lasciato spazio proprio al maiorchino.

Nel video, gli ultimi due giri di quello spettacolare Gran Premio, con il commento di Meda e Reggiani che impazziscono come loro solito.

L’anno prima, nel 2008, durante il Gran Premio di Laguna Seca ci fu un altro duello memorabile: questa volta con Casey Stoner, al tempo in Ducati. Anche in questo caso la battaglia fu ricca di colpi di scena, ma quello più clamoroso fu il sorpasso di Valentino al “cavatappi”, la curva a esse in discesa che contraddistingue il circuito americano. Rossi si infilò con decisione estrema e uscì addirittura di pista pur di passare il rivale, ma alla fine l’importante era solo essere davanti. Il sorpasso non risultò essere decisivo come nel precedente caso della Catalunya ai danni di Lorenzo perché eravamo solo al 3° giro. La gara continuò a suon di nuovi sorpassi, ma alla fine l’australiano cedette e il pilota italiano si involò verso una striscia di cinque vittorie consecutive che lo portarono alla vittoria anche del Mondiale.

@Giacomo_Baresi

La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Le imprese degli atleti

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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            Malgrado l’assenza di numerose delegazioni del blocco sovietico (su tutte quelle di Unione Sovietica, Germania Orientale, Bulgaria e Cuba, le prime quattro squadre del medagliere dei Giochi Olimpici di Mosca 1980), a Los Angeles lo sport fortunatamente non passò del tutto in secondo piano. L’obiettivo degli Stati Uniti, scontati vincitori del medagliere, era quello di cercare di superare le 80 medaglie d’oro conquistate dai sovietici a Mosca; la cosa avvenne puntualmente l’ultimo giorno di gare e fu salutata da festeggiamenti in tutto il paese per aver battuto indirettamente il nemico sovietico che non sfidavano da ben 8 anni. In totale gli Stati Uniti conquistarono ben 174 medaglie: 83 d’oro, 61 d’argento e 30 di bronzo. Un vero e proprio trionfo.
Il protagonista indiscusso di questa edizione fu indubbiamente lo statunitense Carl Lewis. Il 23enne nato a Birmingham, Alabama, e cresciuto a Willingboro, Pennsylvania, fu in grado di eguagliare l’impresa di Jesse Owens a Berlino 1936 a 48 anni di distanza con 4 medaglie d’oro: nei 100 m, nei 200 m, nella staffetta 4×100 m e nel salto in lungo.

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

La prima gara vinta dal “figlio del vento”, com’era soprannominato, furono i 100 metri piani: con uno straordinario tempo (per l’epoca) di 9″99 ottenne il primo posto davanti al connazionale Sam Graddy (10″19) e al canadese Ben Johnson (10″22). Ma la gara più attesa era quella del salto in lungo: con le sue doti atletiche, Lewis aveva tutte le carte in regola per superare il record del mondo di Bob Beamon di 8.90 m saltato ai Giochi di Città del Messico nel 1968. Dopo aver ottenuto un 8.54 m al primo tentativo ed un nullo al secondo, l’atleta statunitense, visto il livello non eccezionale dei suoi avversari, decise di rinunciare ai restanti quattro tentativi per evitare di affaticarsi troppo in vista dei successivi impegni. Fischiato dal pubblico, perse una grandissima occasione perché in seguito non riuscì più in questa disciplina ad ottenere misure da record. Nei 200 metri invece fu in grado di stabilire il record olimpico dopo aver fermato il cronometro sul tempo di 19″80. Infine diede una grande mano ai suoi compagni nella vittoria della staffetta 4×100 metri che gli Stati Uniti vinsero in maniera agevole con il nuovo record del mondo di 37″83.

Sempre sulla pista di atletica, il re degli ostacoli fu Edwin Moses.

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

         Il campione dell’Ohio, grazie al meritatissimo successo nei 400 ostacoli, portò a 107 il numero di vittorie consecutive nella specialità (122 contando anche le batterie). Dal 1977 al 1987 infatti Moses risultò imbattuto in tutte le gare che disputò: fu sconfitto a Berlino il 26 agosto del 1977 da Harald Schmid e a Madrid il 4 giugno 1987 da Danny Harris. Una striscia impressionante per una carriera stratosferica che terminò nel 1988 con 187 gare disputate e 178 gare vinte. Moses non fu però protagonista solo sulla pista: durante la Cerimonia d’apertura infatti fu scelto per prestare il giuramento olimpico degli atleti e, bloccatosi a metà, fu costretto a ripeterlo due volte prima di ricordarsi le parole esatte.
I Giochi di Los Angeles furono ricordati anche per la prima edizione della maratona femminile; il caldo e l’afa della California erano tuttavia molto temuti da maratoneti e marciatori e le vittime non mancarono: la più famosa fu la svizzera Gabriela Andersen Schiess che, nella maratona vinta dalla statunitense Joan Benoit, impiegò, una volta entrata nello stadio, ben sette minuti per portare a termine la gara percorrendo i 400 metri finali. Stravolta, disidratata e con uno stiramento muscolare alla gamba, fece ritornare a tutti in mente la scena di Dorando Pietri che nel 1908 tagliò per primo il traguardo della maratona olimpica di Londra ma fu squalificato a causa dell’aiuto dei soccorritori che lo sostennero nei metri finali. La Andersen, visto il precedente, allontanò tutti con chiari gesti fino a che non riuscì a tagliare il traguardo in trentasettesima posizione. Una volta accasciatasi a terra, fu portata in ospedale, ma qualche settimana dopo fu addirittura invitata alla Casa Bianca da Ronald Reagan che si complimentò con lei e la premiò con una medaglia d’oro al valore sportivo.
Malgrado il dominio statunitense nel medagliere, la vera sorpresa di Los Angeles fu la Romania che arrivò al secondo posto dietro i padroni di casa. Ma a destare scalpore fu proprio la partecipazione dei rumeni ai Giochi, dato che furono esaltati dagli americani perché considerati gli unici a non aver obbedito all’ordine sovietico del boicottaggio. La sfida tra Stati Uniti e Romania non ebbe ovviamente storia a livello di medaglie (gli americani conquistarono più del quadruplo delle medaglie d’oro dei rumeni e più del triplo delle medaglie totali), ma entrò nel vivo nella ginnastica artistica femminile dove le protagoniste furono la statunitense Mary Lou Retton (16 anni) e la rumena Ecaterina Szabo (17 anni).

Mary Lou Retton impegnata nell'esercizio di corpo libero

Mary Lou Retton impegnata nell’esercizio di corpo libero

        Nella gara più attesa, il concorso generale dove le atlete devono esibirsi in tutte le specialità della ginnastica, il testa a testa fu spettacolare con voti vicinissimi al 10 per entrambe le atlete. Quel 10 che solo la fantastica Nadia Comaneci era riuscita ad ottenere ai Giochi di Montreal del 1976. Prima dell’ultima prova, la Szabo conduce sulla Retton con il minimo vantaggio di 0,05 punti: per la rumena ci sono le parallele asimmetriche, mentre per la statunitense il volteggio. Per prima si esibisce la Szebo che ottiene una votazione di 9.90 nella sua prova; tocca quindi alla Retton che ha la possibilità di vincere la medaglia d’oro solitaria a questo punto solo con un 10, voto che rappresenta la perfezione assoluta. E così fu. Grazie ad un volteggio impeccabile Mary Lou Retton vinse il concorso generale di ginnastica mandando in visibilio il pubblico e gli Stati Uniti interi, considerando che solo 3 settimane prima aveva subito un grave infortunio al ginocchio in allenamento che aveva rischiato di compromettere la sua partecipazione ai Giochi. La Szabo, medaglia d’argento, si consolò alla fine con 4 medaglie d’oro: al corpo libero, al volteggio e alla trave, più quella ottenuta nel concorso a squadre. La Retton invece terminò la sua Olimpiade con un oro, due argenti e due bronzi, ma il metallo più pregiato arrivò nella competizione più attesa.

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Giacomo Baresi (@giacomo_baresi)

FORMULA UNO STORY – Il week end più tragico della storia della Formula Uno: Gran Premio di San Marino 1994

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1° maggio 1994, ore 18.40.
Ayrton Senna viene dichiarato ufficialmente morto. Non è riuscito a sopravvivere al terribile schianto della sua Williams alla curva Tamburello del circuito di Imola. Il piantone della sua monoposto ha ceduto e le conseguenze dell’impatto sono state tragiche. Il pilota non ha mai ripreso conoscenza e qualche ora dopo è spirato all’Ospedale Maggiore di Bologna lasciando un enorme vuoto nel mondo della Formula Uno. E’ la fine del week end più tormentato della storia di questo sport.

I medici del circuito di Imola provano inutilmente a rianimare Ayrton Senna

Io di Senna ovviamente non ricordo molto. Però qualche vaga immagine è ancora scolpita nella mia memoria, soprattutto perché mi era stato regalato il modellino della sua McLaren bianca e rossa (quella del 1993, con il numero 8) con il quale spesso giocavo. Nel 1994, passò alla Williams. Vincitore di 3 Mondiali (1988, 1990, 1991), il pilota brasiliano è stato uno dei migliori di sempre, forse addirittura quello più spettacolare. Riusciva sempre a portare al limite la sua vettura e a lottare per la pole position e per la vittoria senza mai mollare. Un pilota d’altri tempi, forse il più grande di tutti. Personalmente nutro una certa simpatia per lui e Gilles Villeneuve: pur non avendoli mai visti correre, erano piloti diversi dagli altri. Questo non lo dico perché entrambi hanno trovato la morte (quindi sono stati santificati dall’opinione pubblica), ma perché erano piloti istintivi e spettacolari. Mi è capitato spesso di vedere documentari sulle loro vite e sulle loro carriere e credetemi, sono rimasto molto affascinato da loro.

Ayrton Senna all’interno della sua Williams

L’ultima pole position Senna la conquistò proprio ad Imola il giorno prima della sua morte nel Gran Premio di San Marino. Una prima fila triste però per Senna, perché durante le prove del sabato perse la vita il pilota Roland Ratzenberger, che uscì di pista ad oltre 300 km/h alla curva Villeneuve a causa del cedimento dell’alettone anteriore. Uno schianto fatale per l’austriaco che era al suo terzo Gran Premio e che turbò notevolmente gli animi degli altri piloti. Era dal 1986 che non si verificavano più incidenti mortali in Formula Uno: l’ultimo era stato quello di De Angelis che perse la vita durante le prove private della sua Brabham sul circuito francese Paul Ricard.

Roland Ratzemberger immobile all’interno della sua monoposto dopo lo schianto

Il giorno prima, il venerdì, il protagonista fu invece Rubens Barrichello. Uscito di pista alla Variante Bassa per la rottura della sospensione sinistra, il brasiliano decollò con la sua Jordan finendo dritto nelle protezioni. Lui fu decisamente fortunato: setto nasale rotto e una costola incrinata che tuttavia non gli consentirono di prendere parte alla gara.

La gara fu una tragedia.
Durante la partenza, la Benetton di Letho rimase ferma sulla griglia di partenza e fu tamponata da dietro dalla Lotus di Lamy che evidentemente per concitazione non aveva visto il collega. Pezzi della due vetture finirono in tribuna e ferirono ben 9 persone tra il pubblico, una delle quali in modo molto grave che finì in coma. Safety Car in pista, ma la gara continuò.

Alle 14.17 lo schianto di Senna. Il piantone dello sterzo si ruppe e la sua Williams non fu più in grado di curvare; finì dritto a velocità altissima nella via di fuga della curva Tamburello, schiantandosi contro le protezioni. Nell’impatto, la sospensione si staccò e penetrò attraverso la visiera del casco, nella testa del pilota brasiliano. Non ci fu più nulla da fare per Ayrton che non riprese più conoscenza per le gravissime lesioni cerebrali e spirò a Bologna qualche ora dopo.

La gara fu interrotta con la bandiera rossa, ma i gravi incidenti non finirono. Alla ripresa della competizione, quando mancavano 10 giri al termine, Michele Alboreto perse una gomma della sua Minardi mentre transitava nella pit lane. Lo pneumatico schizzò a tutta velocità nella corsia dei box e ferì 5 meccanici: 3 della Ferrari, uno della Lotus e uno della Benetton.

Per la cronaca, la gara fu vinta dal giovane Michael Schumacher che, a fine stagione, con la Benetton trionferà per la sua prima volta.

Un week end nero per la storia della Formula Uno. Tutti lo ricordano solamente per la morte di Senna, ma sembra davvero incredibile quante altri avvenimenti tragici siano successi in quei tre giorni: dall’incidente di Barrichello, alla morte di Ratzemberger, fino ad arrivare agli incidenti in gara della partenza tra Letho e Lamy e quello avvenuto nella corsia dei box di Alboreto.
Il bollettino finale è tragico: 2 morti (Senna e Ratzemberger) e 15 feriti (Barrichello, 9 spettatori, 5 meccanici). Nel video sottostante, il riassunto di questo week end di sangue.

Giacomo Baresi (@Giacomo_Baresi)

NBA for dummies – L’NBA per i principianti

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Un europeo che vuole avvicinarsi al mondo NBA spesso trova difficoltà, principalmente per il diverso funzionamento della lega americana di basket rispetto ai campionati del vecchio continente.
Secondo lo standard europeo, infatti, la quasi totalità delle leghe, non solo di basket, funziona in modo tale che i campioni, o comunque i primo in classifica, sono coloro che ottengono il maggior numero di punti, assegnati in base alle vittorie e, dove sono previsti, i pareggi.
Inoltre in praticamente tutti le leghe europee, esiste una gerarchia per cui le squadre più forti si trovano nel campionato più importante, mentre chi si classifica agli ultimi posti rischia di retrocedere nel campionato inferiore. Viceversa chi vince campionati inferiori solitamente può partecipare alla categoria superiore.
Riguardo all’NBA, dimenticatevi tutto questo.
La National Basket Association è composta dal 2002, con l’aggiunta degli Charlotte Bobcats, da 30 squadre (29 statunitensi ed una canadese, i Toronto Raptors), che non rischiano di retrocedere in un campionato di più basso livello. L’unica variabilità tra le squadre è data dalla possibilità che una franchigia (così vengono chiamate le squadre) venga trasferita in un’altra città. L’ultimo caso è stato quello dei Seattle Supersonics, divenuti nel 2008 Oklahoma City Thunder (con l’ottima pensata di cambiare nickname, viste le assurdità del passato per cui oggi ci si trova con i Memphis Grizzlies, prima a Vancouver, e gli Utah Jazz, prima a New Orleans).
Il campione NBA inoltre non è stabilito da chi ottiene il maggior numero di punti durante la stagione. La classifica non è nemmeno stabilita da un punteggio.
Come nella gran parte dei campionati di basket nel mondo, il vincitore è determinato da un torneo tra le migliori squadre (vincitore che conquista l’Anello, visto che a tutti i giocatori vengono consegnati dei veri e propri anelli). Mentre però ad esempio in Italia i playoff vengono giocati dalle prime 8 squadre in classifica, in NBA a giocare la fase finale sono 16 formazioni, suddivise in due tornei distinti.

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Vi è infatti la suddivisione tra la Eastern Conference (di cui fanno parte le franchigie relative agli stati orientali) e la Western Conference (con squadre dell’ovest degli Stati Uniti). Le vincenti dei due tornei si affrontano nelle finali (su cui ritorneremo tra un attimo).
Le squadre partecipanti ai playoff vengono determinate in base ad un classifica, ottenuta non in base ad un punteggio, ma ad un record, costituito dal numero di vittorie e da quello delle sconfitte, solitamente rappresentato anche dalla percentuale di vittorie sulle partite giocate.
Oltre al raggruppamento in due Conference, ognuna da 15 squadre, vi sono anche le Division, formate da 5 squadre ognuna e relative ad una particolare area (la Atlantic Division ad esempio annovera Boston, Brooklyn, New York, Philadelphia e Toronto). La loro principale funzione è quella di fornire un vantaggio alla squadra che si è classificata meglio nella propria Division, in caso di parità nella classifica della Conference.
Un’altra importante differenza rispetto ai campionati europei è che in NBA durante la Regular Season (la fase del campionato a cui partecipano tutte le squadre e che va da fine ottobre ad aprile) si gioca tutti i giorni. Non tutte le squadre tuttavia giocano tutti i giorni, ma il calendario prevede che ognuna giochi solitamente a distanza di 2/3 giorni, con la possibilità in alcuni casi di disputare partite in back-to-back, cioè in due giorni consecutivi.
Nella stagione 2011-2012, a causa del lockout, uno sciopero dei giocatori che aveva fatto iniziare il campionato con due mesi di ritardo,  alcune squadre giocarono addirittura dei back-to-back-to-back, cioè 3 partite in 3 giorni.
Il numero complessivo di partite che una squadra gioca durante la regular season è 82; la maggior parte di queste è contro avversarie della propria Conference, mentre solitamente le  sfide con franchigie non appartenenti allo stesso raggruppamento sono un paio, una in casa e una in trasferta.
Riguardo alla differenza casa-trasferta, un’altra discrepanza rispetto all’Europa è che le partite sono indicate citando per prima la squadra che non gioca sul proprio campo. Ad esempio Miami @ San Antonio indica il match giocato in terra texana.
A febbraio vi è un momento di pausa durante la stagione, dato dal weekend dell’All Star Game. Dal venerdì alla domenica si disputano diverse sfide che coinvolgono i migliori giocatori della lega, a livello individuale con la gara del tiro da 3 punti e quella delle schiacciate, o di squadra, con la partita delle stelle, cioè la sfida tra le due Conference in cui giocano i migliori cestisti di tutto il campionato (quintetti scelti dal pubblico, riserve dagli allenatori).

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Da aprile a giugno si disputano i playoff tra le prime 8 squadre di ogni Conference, seguendo uno schema ad eliminazione per cui la prima classificata gioca contro l’ottava, la seconda contro la settima e così via. Le sfide sono al meglio delle sette partite, per cui passa il turno chi vince quattro partite.
Durante le sfide nei playoff, il vantaggio del campo è dato alle squadre meglio posizionatesi in classifica, in quanto hanno la possibilità di giocare una partita in più sul terreno amico, secondo lo schema CC-TT-C-T-C (C sta per casa, T per trasferta). Durante le Finali tra le vincitrici delle Conference lo schema cambia in CC-TTT-CC.
Al termine della regular season viene assegnato il premio di Most Valuable Player al miglior giocatore, mentre viene assegnato un altro riconoscimento al cestista che ha giocato meglio durante le finali. Entrambi i trofei sono stati vinti negli ultimi due anni da LeBron James dei Miami Heat.

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

Al contrario di molti campionati europei, in NBA la direzione della lega esercita un forte controllo sulle squadre, principalmente a livello economico e di immagine, ma anche in altri ambiti: nel 2005 fu approvato per la prima volta in ambito sportivo un regolamento riguardante l’abbigliamento dei giocatori mentre si recano alle partite.
A livello economico in NBA esiste un complicato regolamento riguardante i limiti di spesa per ogni squadra relativamente principalmente ai salari dei giocatori. Mentre in Europa a livello teorico una squadra potrebbe legalmente far giocare insieme Kobe Bryant, LeBron James e Kevin Durant, in NBA ciò non è possibile.
Ogni anno infatti viene stabilito un limite di spesa salariale (detto salary cap), che in caso venga superato comporta sanzioni economiche. Esistono tuttavia eccezioni e casi particolari su cui non ci dilungheremo (per chi volesse approfondire consigliamo questo articolo).
L’esistenza di questa regola è data dal fatto che si vuole stabilire una maggiore competitività tra le squadre, non garantita dal solo potere economico. Questo concetto è anche alla base dell’esistenza del Draft.
Il Draft è una lotteria annuale che si tiene a fine stagione. Cerca di avvantaggiare le squadre che hanno dimostrato di essere più deboli, favorendole nell’acquisizione di giovani giocatori provenienti principalmente dai college americani. Dopo una fase di assegnazione dei posti, ogni squadra ha a disposizione diverse chiamate.
Solitamente i primi giocatori ad essere chiamati sono quelli che si rivelano poi molti forti (prime scelte sono state quelle di Magic Johnson, Allen Iverson e LeBron James), ma vi sono stati diversi casi di incredibili chiamate errate (Michael Jordan fu chiamato per terzo, dopo il non certo indimenticabile Sam Bowie). L’italiano Andrea Bargnani è stato chiamato per primo nel 2006 dai Toronto Raptors.
Per quanta riguarda il regolamento di gioco, esistono delle differenze rispetto al mondo FIBA (cioè quello di tutto il mondo a parte gli USA). La più immediata è che il tempo di gioco è superiore: si disputano infatti quattro tempi da 12 minuti ciascuno. Ogni giocatore inoltre in NBA può commettere 6 falli prima di uscire dal campo, uno in più che nel basket FIBA.
Una differenza molto significativa che determina uno stile di gioco molto diverso è quella riguardante la difesa: in NBA infatti un giocatore non può sostare all’interno dell’area piccola (il “pitturato”, the paint) per più di 3 secondi. Questa regola non esiste in ambito FIBA. Addirittura fino al 2002 in NBA non poteva essere usata nemmeno la difesa a zona.
Esiste una differenza anche per quanto riguarda la distanza della linea per il tiro da 3 punti dal canestro, che in NBA è pari a 7,25 m, mentre il regolamento FIBA dal 2010 prevede una distanza mezzo metro inferiore.
Al momento le squadre favorite alla conquista del titolo sono i Miami Heat (già vincitori degli ultimi due campionati e in cui milita LeBron James, tra i più forti giocatori di sempre), i San Antonio Spurs, gli Indiana Pacers e gli Oklahoma City Thunder.
Le due squadre più vincenti e probabilmente più conosciute nel mondo, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers, stanno attraversano un periodo di transizione dopo i successi del passato. I primi hanno perso in due anni i loro migliori giocatori (Ray Allen, Paul Pierce e Kevin Garnett) e sono in fase di ricostruzione. I Lakers, penalizzati da scelte rivedibili e da infortuni continui, stanno disputando forse  la stagione peggiore della loro storia; il futuro per loro si presenta molto incerto, anche se l’obiettivo è quello di riuscire ad affiancare a Kobe Bryant (detentore di 5 anelli) un altro All Star già dalla prossima stagione.
Gli italiani che giocano in NBA al momento sono 4: Andrea Bargnani ai New York Knicks, dove tutta la squadra sta giocando una stagione orrenda; Marco Belinelli ai San Antonio Spurs, alla sua miglior stagione oltreoceano e vincitore della gara del tiro da 3 punti durante l’All Star Weekend; Danilo Gallinari ai Denver Nuggets, che sta saltando la stagione in corso a causa di un infortunio e ritornerò soltanto il prossimo anno; Gigi Datome ai Detroit Pistons, dove non ha ancora avuto la possibilità di mostrare il suo valore visto lo scarso minutaggio.

Giacomo Dusina (@il_duso)

Chessboxing: lo sport che mischia la violenza con l’intelletto

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La boxe, e gli sport da combattimento in generale, sono di per  sé discipline  estreme, in certi casi bistrattate e ritenute assurde, in quanto per molti resta difficile capire il motivo per il quale una persona dovrebbe picchiare e farsi picchiare da qualcuno verso il quale non prova né risentimento né astio.
Gli  scacchi, d’altra  parte, sono  per eccellenza la disciplina che più predilige l’uso della  ragione e dell’intelletto. Tuttavia, se proprio si volesse trovare una qualche analogia con gli sport da combattimento, anche gli scacchi prevedono una certa dose di violenza. Infatti, il più delle volte, una partita si conclude con l’omicidio di un regnante.
Fu anche per questa ragione che Garri Kimovič Kasparov disse che “non esiste sport più feroce degli scacchi”.

Un incontro di Chessboxing

Un incontro di Chessboxing

Sembrerà strano, ma qualcuno ha deciso di unire le due discipline e crearne una nuova e rivoluzionaria: il Chessboxing. L’idea iniziale fu quella di creare uno sport che fosse impegnativo sia da un punto di vista prettamente fisico, sia da un punto di vista mentale. Una sorta di biathlon, ma decisamente più radicale.
Nel Chessboxing, gli  sfidanti si affrontano  su una distanza di massimo undici riprese, sei  round di scacchi e cinque di boxe, che vengono alternati: un round di scacchi e uno di pugilato, iniziando con quello di scacchi che dura quattro/tre minuti, seguito da quello di pugilato che ne dura tre. Tra un round e l’altro vi è un  minuto di pausa, per permettere  agli sfidanti di cambiarsi. La variante degli scacchi utilizzata negli incontri è un gioco rapido, dove ogni contendente ha un totale di dodici minuti per fare le sue mosse e vincere l’incontro. Se un combattente non muove durante il suo turno può essere ammonito dall’arbitro, e da quel momento ha dieci secondi per effettuare una mossa. Questo per evitare che il contendente voglia arrivare a una situazione di stallo o cerchi di sfruttare solo le sue abilità pugilistiche. Il pugile/scacchista può vincere mandando a tappeto  l’avversario, dichiarando lo scacco matto o perché l’avversario non muove durante l’arco dei dodici minuti che ha a disposizione o per il ritiro del contendente. Se la partita di scacchi finisce con uno stallo, i giudici ricorrono al conteggio dei punti del match di boxe. Se anche questo è un verdetto di parità, il risultato è un pareggio.

Iepe Rubingh, il primo campione mondiale di Chessboxing

Iepe Rubingh, il primo campione mondiale di Chessboxing

Questo sport trova la sua origine nella graphic novel Freddo Equatore di Enki Bilal. Nella  sua opera, Bilal immagina uno sport che preveda un incontro di pugilato seguito da un match di scacchi. Il Chessboxing attuale, codificato nel 2001 dall’artista olandese Iepe Rubingh, prevede che gli scacchi e la boxe si alternino. Rubingh fondò la World Chess Boxing Organisation (WCBO) nel 2003 a Berlino e il primo club di chessboxing nel 2005.
La prima esibizione pubblica risale al 2003, quando Rubingh, detto “Iepe the Joker”, sfidò “Louise the Lawyer”, ad Amsterdam. La sfida era in realtà concepita come un’esibizione artistica e infatti il pubblico era composto quasi esclusivamente da appassionati di arte.  “The Joker” riuscì a spuntarla contro “The Lawyer” dopo undici riprese di boxe e dopo  che il suo avversario non riuscì a portare a termine la sua mossa nel tempo prestabilito. Iepe Rubingh divenne così il primo campione mondiale di Chessboxing.
Da quel momento in  poi, questo sport ha intrapreso una  parabola ascendente, iniziando a diffondersi in altri paesi. L’India, la Russia, la Germania, la Cina e l’Italia sono membri  della WCBO. A Londra vi è un’organizzazione parallela, la World Chess Boxing Association (WCBA), che negli ultimi cinque anni ha organizzato più di 20 tornei.
L’obbiettivo primario di  queste due organizzazioni, la  WCBA e la  WCBO, è  quello di  diffondere il più possibile questo sport, al  punto di, come afferma il sito della WCBO ,“far   diventare il Chessboxing la disciplina regina delle Olimpiadi”.

Gianluca Sirci, lo sfidante italiano di Nikolay Sazhin

Gianluca Sirci, lo sfidante italiano di Nikolay Sazhin

Per diventare chessboxer non serve solo tanta voglia e un paio di guantoni. Come recita il sito della WCBO, bisogna avere  meno di  35 anni, essere in ottima forma fisica, avere  all’attivo almeno 20 match di boxe e il tuo ELO, ossia il metodo utilizzato dalla Federazione Internazionale degli Scacchi (FIDE) per misurare la forza relativa di un giocatore di scacchi, che non sia minore di 1800, qualco-sa meno di un giocatore definito “esperto”. In caso non si sia a disposizione di un punteggio ELO, o di un livello di un altro  sistema nazionale  o internazionale, un preparatore della  WCBO vi testerà online. Sul sito  dell’organizzazione si trova  un application form, che  una volta riempita, verrà valutata dagli addetti ai lavori.
Sebbene le capitali del chessboxing siano Londra, seguita subito dopo da Berlino, anche  in Italia questo sport sta iniziando a prendere piede. Infatti. Lo scorso 28 novembre Gianluca Sirci, detto “Il Dottore”, biologo di Foligno di 41 anni, ha incontrato il 25enne russo Nikolay Sazhin a Mosca, decisamente più quotato, essendo già campione dei massimi, sigla WCBA. Purtroppo, l’italiano, dopo otto riprese dove ha tenuto testa al russo più giovane e titolato, ha perso alla nona ripresa di scacchi, quando Sazhin ha costretto all’angolo il suo re.

Matteo Latorraca

La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Il trionfo del business, la cerimonia d’apertura e l’impatto mediatico della manifestazione

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

url-1Come già anticipato nei paragrafi precedenti, una delle svolte dei Giochi
Olimpici di Los Angeles 1984 fu quella di affidare l’intera organizzazione
dell’evento nelle mani di Peter Ueberroth, Presidente del Comitato Organizzatore
che si impegnò nell’impresa di non utilizzare denaro pubblico dato che l’utilizzo dei
fondi statali rischiò di mandare sul lastrico l’intero Quebec dopo l’edizione di
Montreal 1976. Curiosamente nato il 2 settembre 1937, lo stesso giorno della morte
del padre dei Giochi, il Barone Pierre de Coubertin, Ueberroth, che alla fine del
1984 sarà eletto uomo dell’anno dalla rivista “Time”, ebbe carta bianca sul reperire i
fondi necessari per lo svolgimento della manifestazione dalle fonti più disparate.
In primis dalle televisioni che versarono nelle casse del Comitato
Organizzatore oltre 286 milioni di dollari; il monopolio era quasi totalmente della
ABC Television che fin dalla firma del contratto nel 1979 spese ben 225 milioni di
dollari per avere l’esclusiva della maggior parte degli eventi. Una diretta costante
considerata però dal resto del mondo eccessivamente “di parte” perché spesso si
fissava sulle gare degli atleti statunitensi lasciando in secondo piano eventi più
interessanti che però non vedevano gli americani come protagonisti.

Gli sponsor privati iniziarono dunque a firmare contratti milionari con il
comitato organizzatore che non ebbe scrupoli ad intitolare palazzetti ed impianti
sportivi col nome dell’azienda che li aveva sponsorizzati. Nell’azione di risparmio
intrapresa da Ueberroth, solo due impianti furono costruiti, mentre tutti gli altri
furono solo ristrutturati: uno fu il McDonald’s Olympic Swim Stadium, inaugurato
nel luglio del 1983 e finanziato unicamente dalla catena di fast food, mentre l’altro
fu l’Olympic Velodrome che invece fu sponsorizzato dalla catena di convenience
store 7-Eleven. In cambio della pubblicità, Ueberroth aveva ottenuto due nuove
strutture a costo zero.

L'elenco degli sponsor dei Giochi

L’elenco degli sponsor dei Giochi

Tuttavia in alcune circostanze il risparmio fu eccessivo: furono infatti
autorizzati impianti precari e senza norme di sicurezza per atleti e spettatori.
Paradossalmente gli atleti del tiro a volo quando mancavano pochi giorni all’inizio
dei Giochi non sapevano dove avrebbero dovuto gareggiare. Inoltre il sevizio di
vigilanza fu affidato ad un gruppo di volontari (oltre 50.000).
I Giochi di Los Angeles rappresentarono quindi il trionfo del business e dei
finanziamenti privati, la filosofia che in quegli anni andava per la maggiore
all’interno dei capitalistici Stati Uniti. Addirittura la torcia olimpica fu sponsorizzata
dalla AT&T, mentre McDonald’s promosse una campagna di offerte e regali ad
ogni medaglia conquistata dagli Stati Uniti, ma non aveva fatto i conti col
boicottaggio sovietico che fece fallire una buona dose di ristoranti a causa del numero spropositato di successi americani. Il simbolo della Coca-Cola era ovunque,
così come quello della Marlboro che invase ogni pagina dell’edizione speciale
sull’Olimpiade della rivista sportiva Sports Illustrated.
Oltre alla figura di Ueberroth, che negli anni seguenti ai Giochi diverrà un
famoso dirigente nel mondo del baseball statunitense, non è da tralasciare quella del
Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch, artefice di una rivoluzione costante
durante i suoi 20 anni di presidenza poiché promotore di un’idea più aperta riguardo
alla partecipazione olimpica rispetto alle anacronistiche idee dei suoi predecessori.
Su tutte, la distinzione tra dilettanti e professionisti che venne meno e finalmente
chiunque era in grado i prendere parte ai Giochi Olimpici. Inoltre ovviamente il
finanziamento privato promosso da Ueberroth che diede vita ad un risanamento
delle casse del CIO.

L’evento fu comunque un successo straordinario e si può sintetizzare nel
trionfo del capitalismo degli Stati Uniti e nel successo del business rilanciato da un
ex agente di viaggi che impiegò anima e corpo nell’organizzazione di una
manifestazione planetaria.
La Cerimonia d’apertura fu una delle più sfarzose ed esagerate della storia dei
Giochi Olimpici, anche perché gli Stati Uniti sentivano il dovere di rispondere a
tono all’Unione Sovietica dopo l’edizione di quattro anni prima a Mosca. Per fare
ciò furono contattati ovviamente da Ueberroth i professionisti della vicinissima
Hollywood che ebbero il compito di inscenare un musical che raccontasse la storia
della nazione.
Il 28 luglio 1984 il Los Angeles Memorial Coliseum era gremito in ogni ordine
di posto (92.516 persone erano presenti sugli spalti); poco dopo le 16.30, ebbe
inizio lo spettacolo con l’entrata del “Rocket Man”, l’uomo razzo, che per qualche
decina di secondi sorvolò lo stadio grazie ad uno speciale zaino con propulsori che
gli permetteva di volare. Tutto questo per ricordare all’Unione Sovietica e al mondo
intero l’impresa di 15 anni prima della missione Apollo 11 che portò il primo uomo
sulla Luna. In seguito vennero rilasciati nel cielo migliaia di palloncini colorati (tutti rigorosamente sponsorizzati) e il Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan,
fece il suo ingresso trionfale nello stadio poco prima dell’inno nazionale
statunitense.

L'uomo razzo durante la Cerimonia d'apertura

L’uomo razzo durante la Cerimonia d’apertura

Il musical, che durò circa tre quarti d’ora, fu un vero successo patriottico, tanto
che il giornalista Dave Anderson, sulle pagine del New York Times, scrisse: “Lo
spettacolo dell’intervallo al Super Bowl in confronto sembra una recita scolastica”.
Il tema affrontato fu la breve storia degli Stati Uniti dalla fine del XVIII secolo fino
al secondo dopoguerra. Questo anticipò la consueta sfilata di tutte le delegazioni
che prendevano parte ai Giochi; la parata fu introdotta dalla famosa canzone di John
Williams Los Angeles Olympic Theme. Poco dopo le 19.00 fu invece il momento di
due importanti discorsi: quello di Peter Ueberroth, Presidente del Comitato
Organizzatore, e quello di Juan Antonio Samaranch, Presidente del CIO che
durarono pochi minuti prima dell’entrata in scena di Reagan che dichiarò
ufficialmente aperti i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984.
Dopo che l’inno olimpico risuonò per lo stadio, la bandiera olimpica fu issata e
migliaia di colombe bianche furono liberate nell’aria, fu il momento dell’entrata della torcia olimpica che fece il suo ingresso al Memorial Coliseum tra le mani di
Gina Hemphill, nipote di uno dei più forti atleti della storia americana, Jesse
Owens, scomparso quattro anni prima. Dopo aver compiuto un giro dello stadio,
ella passò la torcia a Rafer Johnson, la medaglia d’oro nel decathlon ai Giochi
Olimpici di Roma 1960, che fu l’ultimo tedoforo ed ebbe l’onore di accendere il
braciere olimpico che ospitò il sacro fuoco di Olimpia per la seconda volta perché
già nel 1932 era stato utilizzato.

Il Memorial Coliseum gremito durante la Cerimonia

Il Memorial Coliseum gremito durante la Cerimonia

L’ostacolista americano Edwin Moses, non senza qualche problema di
memoria, recitò il giuramento degli atleti, mentre a Sharon Weber toccò quello dei
giudici. Prima dello spettacolo finale di fuochi d’artificio, furono eseguiti l’Inno alla
Gioia di Ludwig Van Beethoven e il brano Reach Out and Touch di Vicki
McClure.
Quattro ore di spettacolo indimenticabile per i presenti e dal giorno successivo
gli atleti iniziarono a gareggiare…

@Giacomo_Baresi