NBA for dummies – L’NBA per i principianti

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Un europeo che vuole avvicinarsi al mondo NBA spesso trova difficoltà, principalmente per il diverso funzionamento della lega americana di basket rispetto ai campionati del vecchio continente.
Secondo lo standard europeo, infatti, la quasi totalità delle leghe, non solo di basket, funziona in modo tale che i campioni, o comunque i primo in classifica, sono coloro che ottengono il maggior numero di punti, assegnati in base alle vittorie e, dove sono previsti, i pareggi.
Inoltre in praticamente tutti le leghe europee, esiste una gerarchia per cui le squadre più forti si trovano nel campionato più importante, mentre chi si classifica agli ultimi posti rischia di retrocedere nel campionato inferiore. Viceversa chi vince campionati inferiori solitamente può partecipare alla categoria superiore.
Riguardo all’NBA, dimenticatevi tutto questo.
La National Basket Association è composta dal 2002, con l’aggiunta degli Charlotte Bobcats, da 30 squadre (29 statunitensi ed una canadese, i Toronto Raptors), che non rischiano di retrocedere in un campionato di più basso livello. L’unica variabilità tra le squadre è data dalla possibilità che una franchigia (così vengono chiamate le squadre) venga trasferita in un’altra città. L’ultimo caso è stato quello dei Seattle Supersonics, divenuti nel 2008 Oklahoma City Thunder (con l’ottima pensata di cambiare nickname, viste le assurdità del passato per cui oggi ci si trova con i Memphis Grizzlies, prima a Vancouver, e gli Utah Jazz, prima a New Orleans).
Il campione NBA inoltre non è stabilito da chi ottiene il maggior numero di punti durante la stagione. La classifica non è nemmeno stabilita da un punteggio.
Come nella gran parte dei campionati di basket nel mondo, il vincitore è determinato da un torneo tra le migliori squadre (vincitore che conquista l’Anello, visto che a tutti i giocatori vengono consegnati dei veri e propri anelli). Mentre però ad esempio in Italia i playoff vengono giocati dalle prime 8 squadre in classifica, in NBA a giocare la fase finale sono 16 formazioni, suddivise in due tornei distinti.

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Vi è infatti la suddivisione tra la Eastern Conference (di cui fanno parte le franchigie relative agli stati orientali) e la Western Conference (con squadre dell’ovest degli Stati Uniti). Le vincenti dei due tornei si affrontano nelle finali (su cui ritorneremo tra un attimo).
Le squadre partecipanti ai playoff vengono determinate in base ad un classifica, ottenuta non in base ad un punteggio, ma ad un record, costituito dal numero di vittorie e da quello delle sconfitte, solitamente rappresentato anche dalla percentuale di vittorie sulle partite giocate.
Oltre al raggruppamento in due Conference, ognuna da 15 squadre, vi sono anche le Division, formate da 5 squadre ognuna e relative ad una particolare area (la Atlantic Division ad esempio annovera Boston, Brooklyn, New York, Philadelphia e Toronto). La loro principale funzione è quella di fornire un vantaggio alla squadra che si è classificata meglio nella propria Division, in caso di parità nella classifica della Conference.
Un’altra importante differenza rispetto ai campionati europei è che in NBA durante la Regular Season (la fase del campionato a cui partecipano tutte le squadre e che va da fine ottobre ad aprile) si gioca tutti i giorni. Non tutte le squadre tuttavia giocano tutti i giorni, ma il calendario prevede che ognuna giochi solitamente a distanza di 2/3 giorni, con la possibilità in alcuni casi di disputare partite in back-to-back, cioè in due giorni consecutivi.
Nella stagione 2011-2012, a causa del lockout, uno sciopero dei giocatori che aveva fatto iniziare il campionato con due mesi di ritardo,  alcune squadre giocarono addirittura dei back-to-back-to-back, cioè 3 partite in 3 giorni.
Il numero complessivo di partite che una squadra gioca durante la regular season è 82; la maggior parte di queste è contro avversarie della propria Conference, mentre solitamente le  sfide con franchigie non appartenenti allo stesso raggruppamento sono un paio, una in casa e una in trasferta.
Riguardo alla differenza casa-trasferta, un’altra discrepanza rispetto all’Europa è che le partite sono indicate citando per prima la squadra che non gioca sul proprio campo. Ad esempio Miami @ San Antonio indica il match giocato in terra texana.
A febbraio vi è un momento di pausa durante la stagione, dato dal weekend dell’All Star Game. Dal venerdì alla domenica si disputano diverse sfide che coinvolgono i migliori giocatori della lega, a livello individuale con la gara del tiro da 3 punti e quella delle schiacciate, o di squadra, con la partita delle stelle, cioè la sfida tra le due Conference in cui giocano i migliori cestisti di tutto il campionato (quintetti scelti dal pubblico, riserve dagli allenatori).

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Da aprile a giugno si disputano i playoff tra le prime 8 squadre di ogni Conference, seguendo uno schema ad eliminazione per cui la prima classificata gioca contro l’ottava, la seconda contro la settima e così via. Le sfide sono al meglio delle sette partite, per cui passa il turno chi vince quattro partite.
Durante le sfide nei playoff, il vantaggio del campo è dato alle squadre meglio posizionatesi in classifica, in quanto hanno la possibilità di giocare una partita in più sul terreno amico, secondo lo schema CC-TT-C-T-C (C sta per casa, T per trasferta). Durante le Finali tra le vincitrici delle Conference lo schema cambia in CC-TTT-CC.
Al termine della regular season viene assegnato il premio di Most Valuable Player al miglior giocatore, mentre viene assegnato un altro riconoscimento al cestista che ha giocato meglio durante le finali. Entrambi i trofei sono stati vinti negli ultimi due anni da LeBron James dei Miami Heat.

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

Al contrario di molti campionati europei, in NBA la direzione della lega esercita un forte controllo sulle squadre, principalmente a livello economico e di immagine, ma anche in altri ambiti: nel 2005 fu approvato per la prima volta in ambito sportivo un regolamento riguardante l’abbigliamento dei giocatori mentre si recano alle partite.
A livello economico in NBA esiste un complicato regolamento riguardante i limiti di spesa per ogni squadra relativamente principalmente ai salari dei giocatori. Mentre in Europa a livello teorico una squadra potrebbe legalmente far giocare insieme Kobe Bryant, LeBron James e Kevin Durant, in NBA ciò non è possibile.
Ogni anno infatti viene stabilito un limite di spesa salariale (detto salary cap), che in caso venga superato comporta sanzioni economiche. Esistono tuttavia eccezioni e casi particolari su cui non ci dilungheremo (per chi volesse approfondire consigliamo questo articolo).
L’esistenza di questa regola è data dal fatto che si vuole stabilire una maggiore competitività tra le squadre, non garantita dal solo potere economico. Questo concetto è anche alla base dell’esistenza del Draft.
Il Draft è una lotteria annuale che si tiene a fine stagione. Cerca di avvantaggiare le squadre che hanno dimostrato di essere più deboli, favorendole nell’acquisizione di giovani giocatori provenienti principalmente dai college americani. Dopo una fase di assegnazione dei posti, ogni squadra ha a disposizione diverse chiamate.
Solitamente i primi giocatori ad essere chiamati sono quelli che si rivelano poi molti forti (prime scelte sono state quelle di Magic Johnson, Allen Iverson e LeBron James), ma vi sono stati diversi casi di incredibili chiamate errate (Michael Jordan fu chiamato per terzo, dopo il non certo indimenticabile Sam Bowie). L’italiano Andrea Bargnani è stato chiamato per primo nel 2006 dai Toronto Raptors.
Per quanta riguarda il regolamento di gioco, esistono delle differenze rispetto al mondo FIBA (cioè quello di tutto il mondo a parte gli USA). La più immediata è che il tempo di gioco è superiore: si disputano infatti quattro tempi da 12 minuti ciascuno. Ogni giocatore inoltre in NBA può commettere 6 falli prima di uscire dal campo, uno in più che nel basket FIBA.
Una differenza molto significativa che determina uno stile di gioco molto diverso è quella riguardante la difesa: in NBA infatti un giocatore non può sostare all’interno dell’area piccola (il “pitturato”, the paint) per più di 3 secondi. Questa regola non esiste in ambito FIBA. Addirittura fino al 2002 in NBA non poteva essere usata nemmeno la difesa a zona.
Esiste una differenza anche per quanto riguarda la distanza della linea per il tiro da 3 punti dal canestro, che in NBA è pari a 7,25 m, mentre il regolamento FIBA dal 2010 prevede una distanza mezzo metro inferiore.
Al momento le squadre favorite alla conquista del titolo sono i Miami Heat (già vincitori degli ultimi due campionati e in cui milita LeBron James, tra i più forti giocatori di sempre), i San Antonio Spurs, gli Indiana Pacers e gli Oklahoma City Thunder.
Le due squadre più vincenti e probabilmente più conosciute nel mondo, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers, stanno attraversano un periodo di transizione dopo i successi del passato. I primi hanno perso in due anni i loro migliori giocatori (Ray Allen, Paul Pierce e Kevin Garnett) e sono in fase di ricostruzione. I Lakers, penalizzati da scelte rivedibili e da infortuni continui, stanno disputando forse  la stagione peggiore della loro storia; il futuro per loro si presenta molto incerto, anche se l’obiettivo è quello di riuscire ad affiancare a Kobe Bryant (detentore di 5 anelli) un altro All Star già dalla prossima stagione.
Gli italiani che giocano in NBA al momento sono 4: Andrea Bargnani ai New York Knicks, dove tutta la squadra sta giocando una stagione orrenda; Marco Belinelli ai San Antonio Spurs, alla sua miglior stagione oltreoceano e vincitore della gara del tiro da 3 punti durante l’All Star Weekend; Danilo Gallinari ai Denver Nuggets, che sta saltando la stagione in corso a causa di un infortunio e ritornerò soltanto il prossimo anno; Gigi Datome ai Detroit Pistons, dove non ha ancora avuto la possibilità di mostrare il suo valore visto lo scarso minutaggio.

Giacomo Dusina (@il_duso)