La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Il boicottaggio dell’Unione Sovietica

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        L’8 maggio 1984 la torcia olimpica sbarcò a New York per effettuare il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti: in circa due mesi e mezzo sarebbe dovuta arrivare a Los Angeles e i Giochi della XIII Olimpiade sarebbero dovuti iniziare senza intoppi. Ma quella giornata di festa fu interrotta dall’annuncio della televisione sovietica che confermava che l’Unione Sovietica avrebbe boicottato i Giochi.
Sostanzialmente era una scelta premeditata da tempo in risposta al boicottaggio statunitense di quattro anni prima; serviva solo trovare il giusto pretesto per giustificare una scelta così drastica. Tuttavia i sovietici hanno sempre negato questa tesi. Secondo Vitaly Smirnov, attuale membro dei CIO e al tempo dei fatti membro della delegazione sovietica, fino al mese di dicembre del 1983 nessun boicottaggio era stato previsto. La delegazione di cui faceva parte aveva effettuato numerosi sopralluoghi a Los Angeles per verificare la situazione, ed essi avevano sempre avuto esito molto positivo.
Durante i Giochi Invernali di Sarajevo, svoltisi a febbraio del 1984, un membro del Comitato Olimpico sovietico, Costantin Adrianov, sorprese tutti affermando che i lavori di preparazione ai Giochi californiani erano davvero eccellenti. Dopo la morte del leader sovietico Yuri Andropov, il 10 dicembre 1983, e la successiva elezione nel mese di febbraio del “delfino” di Breznev, Konstantin Cernenko, i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica ricominciarono a deteriorarsi. Inizialmente al portavoce della delegazione sovietica fu negato il visto d’ingresso negli Stati Uniti perché era sospettato di essere una spia del KGB.

La copertina di Sport Illustrated dopo l'annuncio del boicottaggio sovietico

La copertina di Sport Illustrated dopo l’annuncio del boicottaggio sovietico

In seguito sempre per l’Unione Sovietica non furono garantite dagli Stati Uniti le condizioni di sicurezza necessarie sia per gli atleti che per la delegazione; insomma, un numero crescente di problemi che spinsero al boicottaggio, definito alla fine “obbligato”. Ma la goccia che fece traboccare il vaso e che allontanò definitivamente i sovietici dai Giochi fu l’invito da parte degli Stati Uniti della squadra sudafricana di rugby per un tour nel loro paese. Secondo l’Unione Sovietica, gli americani avrebbero violato la Carta Olimpica dato che il Sud Africa era stato espulso dal CIO per la sua politica di apartheid. Il rugby non è disciplina olimpica, ma in quegli anni si tendeva a non competere a livello internazionale contro tutte le squadre sudafricane. Una ragione piuttosto futile, che però, assieme agli screzi citati in precedenza, fece in modo che l’Unione Sovietica boicottasse i Giochi di Los Angeles.
Le reazioni dell’amministrazione Reagan furono imminenti e unanimi: secondo il portavoce del Dipartimento di Stato, John Huges, l’azione era ovviamente politica. Speravano in quel modo di far crollare i consensi del presidente in carica e favorire l’elezione a novembre di un democratico meno antisovietico. Il democratico Stephen Reinhardt infatti sostenne che il boicottaggio fosse dovuto esclusivamente alla politica reaganiana. Sempre secondo Huges, invece, le accuse dell’Unione Sovietica sono state del tutto infondate. Lo stesso Reagan provò in qualche modo a far cambiare idea agli avversari, consegnando al Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch una lettera di rassicurazioni nella quale era scritto che gli Stati Uniti avrebbero garantito la massima sicurezza degli atleti e dei tecnici. Ma fu tutto inutile anche perché la riunione organizzata il 18 maggio dal CIO per discutere riguardo al boicottaggio non andò affatto a buon fine.
Intanto in quegli anni a Los Angeles era stato costituito un gruppo che non fu mai preso troppo sul serio denominato coalizione “Via i Sovietici”. Dopo che l’Unione Sovietica aveva abbattuto un aereo di linea coreano nel 1983, tale gruppo raccolse numerose firme per fare in modo che i sovietici non potessero partecipare ai Giochi. Se gli statunitensi non fecero troppo caso a questa coalizione estremista, la preoccupazione in Unione Sovietica invece crebbe soprattutto grazie alle trasmissioni di Radio Mosca che raccontavano che gli attivisti avessero affittato un alto numero di appartamenti a Los Angeles per rapire e nascondere gli atleti sovietici facendoli poi passare per defezionisti.

"Lasciamo i sovietici a giocare da soli", cartello di protesta contro il boicottaggio

“Lasciamo i sovietici a giocare da soli”, cartello di protesta contro il boicottaggio

        Tuttavia il Presidente del Comitato Organizzatore dei Giochi, Peter Ueberroth, stava facendo di tutto per tentare di salvare la manifestazione: alcuni paesi avevano già annunciato il boicottaggio e la fedeltà all’Unione Sovietica, mentre altri erano ancora fortemente indecisi. Ueberroth spedì allora il Procuratore Federale di Los Angeles, Charles Lee, in Cina per convincere il Comitato cinese a partecipare. Lo stesso compito fu affidato ad Agnes Mura, membro del suo staff, che invece ebbe come compito quello di trattare con la delegazione rumena. Entrambi centrarono in pieno il loro obiettivo e convinsero le due nazioni a partecipare salvando in parte l’evento.
I Giochi Olimpici di Los Angeles 1984 furono così boicottati da 17 nazioni: il 10 maggio la Germania dell’Est e la Bulgaria seguirono la scelta dell’Unione Sovietica; l’11 fu il turno di Mongolia e Vietnam, il 13 Laos e Cecoslovacchia. In seguito aderirono pure Polonia, Ungheria, Cuba, Afghanistan, Etiopia, Yemen del Sud, Corea del Nord, Libia e Angola. L’Iran fu l’unica nazione a boicottare sia i Giochi di Mosca che quelli di Los Angeles: i primi per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan, i secondi per il supporto statunitense a Israele. Romania e Cina decisero invece di partecipare grazie all’azione diplomatica di Ueberroth e dei membri del suo staff: i primi finirono dietro agli Stati Uniti nel medagliere finale, mentre i secondi tornarono a presenziare dopo ben 32 anni. Così come la Jugoslavia che, dopo i Giochi Olimpici Invernali di Sarajevo di pochi mesi prima, era stata l’unica nazione al di là della cortina di ferro (eccetto l’Unione Sovietica) ad averne organizzato una edizione.

@Giacomo_Baresi