Il rapporto tra politica e sport – Guerra fredda e Giochi Olimpici: da Londra 1948 a Mosca 1980

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda ha monopolizzato la politica internazionale. I Giochi Olimpici sono stati influenzati per oltre quarant’anni dall’intensa lotta ideologica che vedeva contrapposti Stati Uniti e Unione Sovietica, che cercavano sempre di avere la meglio sull’avversario: l’orgoglio nazionale e i successi degli atleti erano spesso utilizzati per puri scopi politici. L’Olimpiade diventa quindi un palcoscenico importante nel quale una nazione può dimostrare di essere migliore dell’altra; un palcoscenico che anche i leader politici hanno cercato di sfruttare nel migliore dei modi a livello elettorale, come nel caso di Reagan durante i Giochi di Los Angeles 1984, essendo le elezioni di novembre ormai imminenti.
All’edizione di Londra nel 1948, la prima dopo la fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale, l’Unione Sovietica non partecipò volontariamente malgrado fosse stata invitata (a differenza dei paesi aggressori della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone, non invitati): gli atleti non erano preparati al meglio e in un contesto storico così delicato, non sembrava il caso a Stalin di rischiare brutte figure al cospetto dell’avversario statunitense. Furono però inviati un numero consistente di osservatori che permisero all’Unione Sovietica di preparare nel migliore dei modi l’edizione tenutasi nel 1952 ad Helsinki, l’edizione dell’esordio ufficiale.
Anche in questo caso la politica internazionale non fu esente: la Finlandia era infatti un nemico storico dell’Unione Sovietica. Durante la Seconda guerra mondiale infatti la Finlandia era stata alleata delle potenze dell’Asse e aveva dovuto combattere proprio contro l’Unione Sovietica la terribile Guerra d’Inverno, conflitto che ebbe luogo appunto nell’inverno tra il 1939 e il 1940 a causa delle aspirazioni territoriali a scopo strategico di Stalin.
I primi problemi si ebbero prima dell’apertura dei Giochi: ai sovietici fu chiesto di far passare la fiaccola olimpica attraverso quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche; permesso subito negato, dato che Stalin non apprezzava molto visite di questo tipo e il percorso fu così dovuto essere deviato attraverso gli altri paesi scandinavi. I dirigenti sovietici non vollero neppure che i propri atleti si mischiassero e fraternizzassero con i loro rivali, per cui, vista l’impossibilità di avere il proprio quartier generale a Leningrado, fu costruito un villaggio olimpico unicamente per loro. Gli Stati Uniti vinsero un numero maggiore di medaglie rispetto ai rivali, ma dall’edizione seguente, quella di Melbourne 1956, ci fu una netta inversione di tendenza: in pochi anni l’Unione Sovietica era diventata la migliore potenza mondiale per quanto riguardava lo sport perché aveva superato il nemico nel medagliere.

La delegazione sovietica ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952

La delegazione sovietica ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952

        E ciò accadde anche nelle edizioni di Roma 1960, Tokyo 1964, Monaco 1972, Montreal 1976 e Seul 1988. Ciò non era assolutamente casuale: se negli Stati Uniti l’educazione sportiva di ogni atleta veniva affidata ai College o comunque alle strutture private (cosa che accade anche in Italia), gli atleti sovietici potevano invece contare sullo Stato. L’accesso alle strutture era infatti gratuito, compresa l’assistenza medica, e ogni atleta poteva quindi dedicarsi a tempo pieno alla preparazione delle varie competizioni grazie anche all’aiuto di cospicue borse di studio per i giovani stanziate dal governo.
I primi anni ’80 furono quelli dei grandi boicottaggi: a Mosca nel 1980 gli Stati Uniti non parteciparono e quattro anni più tardi a Los Angeles, l’Unione Sovietica restituì il favore allo storico nemico. A rimetterci fu soprattutto lo sport.
Solo a partire dai Giochi Olimpici di Seul del 1988 la situazione cominciò lentamente a tornare alla normalità; solo sotto il profilo sportivo però, perché gli anni seguenti furono quelli chiave dal punto di vista della politica internazionale: il 9 novembre 1989 fu il giorno della caduta del Muro di Berlino, mentre il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica si sciolse definitivamente.
I Giochi Olimpici di Barcellona del 1992 furono molto importanti: la Germania tornò dopo 28 anni a gareggiare unita sotto un’unica bandiera (era accaduto nelle edizioni dei Giochi dal 1956 al 1964 sebbene esistessero due Germanie), mentre le ex Repubbliche Sovietiche parteciparono sotto il nome di “Squadra Unificata”: Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Russia, Tajikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan, malgrado fossero ormai tutti Stati indipendenti, decisero per motivi tecnici di gareggiare assieme prima di sviluppare un proprio Comitato Olimpico nazionale. Le Repubbliche Baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania, gareggiarono invece in maniera indipendente fin da questa edizione.

I Presidenti Gorbachev e Reagan poco prima della fine della Guerra fredda

I Presidenti Gorbachev e Reagan poco prima della fine della Guerra fredda

        I Giochi Olimpici di Mosca entrarono dunque nella storia perché furono boicottati da ben 65 nazioni: dietro gli Stati Uniti, promotori principali del boicottaggio, si allinearono Canada, Norvegia, Israele, Germania Occidentale, Cina e numerosi Stati del blocco arabo e dell’America Latina.
Ma perché questa forte presa di posizione da parte di un numero così alto di nazioni? Per scoprire le vere ragioni, bisogna fare un salto indietro di un paio di anni.
Nell’aprile del 1978 l’Afghanistan era in fermento: il presidente Mohammed Daoud Khan, temendo un colpo di stato, fece arrestare numerosi esponenti del partito di estrema sinistra afghano, il Pdpa, filosovietico. Ancora agli arresti domiciliari, uno dei leader del partito, Hazifullah Amin, diede però vita al tanto temuto colpo di stato: Kahn fu ucciso e come presidente della nuova Repubblica Democratica dell’Afghanistan fu eletto Nur Mohammed Taraki. Grazie ad una imminente serie di riforme, Taraki provvide ad una rapida modernizzazione del paese: la terra fu distribuita ai contadini, i servizi sociali furono statalizzati, fu riconosciuto il diritto di voto alle donne, le leggi religiose furono sostituite da leggi laiche, rese pubblica la scuola pure alle bambine, vietò i matrimoni forzati e la vendita dei minori.
Tuttavia il neo Presidente doveva fare i conti con il Parcham, fazione rivale che invece premeva per una modernizzazione più graduale dello Stato. Molti esponenti del Parcham furono destituiti, torturati o addirittura uccisi. Con l’Unione Sovietica c’era per il momento solo un accordo di collaborazione: furono infatti inviati appaltatori con il compito di costruire strade e infrastrutture. Ma tutto ciò non era ben visto dalle autorità religiose, che vedevano il nuovo regime come “il regime comunista degli atei senza Dio” e invitavano continuamente i mujaeheddin alla jihad.
La situazione stava velocemente degenerando dopo gli attacchi dei mujaeheddin nella città di Herat, così che Taraki fu costretto a chiedere aiuto all’Unione Sovietica con la quale era legato dal Trattato Sovietico-Afghano di amicizia, buon vicinato e collaborazione rinnovato nel 1955.
Nell’aprile del 1979 furono inviati in Afghanistan alcuni uomini, carri armati e altri veicoli da combattimento, dato che i tentativi diplomatici promossi in seno all’ONU dall’Unione Sovietica non erano andati a buon fine. Intanto sul fronte opposto la lotta dei mujaehddin continuava a crescere, segretamente alimentata dagli aiuti degli Stati Uniti che volevano dimostrare a tutti gli altri paesi non allineati che quella del comunismo non era affatto la via migliore.
Il Presidente  statunitense Jimmy Carter nel luglio del 1979 approvò l’Operazione Ciclone, un programma della CIA che prevedeva un finanziamento della lotta antisovietica in Afghanistan. Nel mese di settembre Taraki fu però ucciso dal suo compagno Amin, con il quale progettò il colpo di stato dell’anno precedente, grazie a delle pillole avvelenate: quest’ultimo fu così in seguito sospettato e accusato dai sovietici di collaborare con la CIA, ma tutto questo era solo il preludio a quello che accadde il 27 settembre 1979: verso sera, 700 soldati sovietici entrarono nella capitale afghana Kabul, occuparono tutte le sedi governative e uccisero Amin; al suo posto fu messo Babrak Karmal. In pochi giorni oltre 100 mila uomini dell’esercito sovietico erano entrati in Afghanistan.
Le reazioni degli Stati Uniti furono veementi: Carter decise subito di sospendere i negoziati sulle limitazioni di armi strategiche e di non ratificare l’accordo Salt II firmato a Vienna nel 1975. Fece appello all’ONU e minacciò di boicottare gli imminenti Giochi Olimpici di Mosca se i sovietici non si fossero ritirati dall’Afghanistan entro il 21 marzo del 1980. Inizialmente la minaccia non fu presa sul serio dai numerosi atleti statunitensi che a pochi mesi dall’appuntamento più importante, continuarono nel loro percorso di allenamento.

Il Presidente statunitense Jimmy Carter

Il Presidente statunitense Jimmy Carter

        Le truppe sovietiche non avevano però la minima intenzione di ritirarsi dall’Afghanistan, così proprio il 21 marzo furono convocati circa 150 atleti che in estate avrebbero dovuto partecipare ai Giochi e Carter fece loro un lungo discorso riguardo al fatto che l’azione che stavano facendo gli Stati Uniti era solo il modo migliore per preservare i principi dei Giochi Olimpici. Il tutto tra lo sgomento e l’incredulità dei presenti, che non capivano il senso di quel gesto.
Alcuni degli atleti, capeggiati da Anita DeFrantz, campionessa di canottaggio e medagliata ai Giochi Olimpici di Montreal 1976, decisero quindi di far causa all’Usoc, il Comitato Olimpico statunitense: secondo loro, l’Usoc non aveva il potere di impedire agli atleti di partecipare ai Giochi. Essi erano stati utilizzati dal governo per tentare di conseguire (inutilmente) i suoi scopi politici. Ma le loro richieste non furono ascoltate, dato che secondo la Corte giudicante, l’Usoc aveva giurisdizione esclusiva su tutte le questioni che riguardavano la partecipazione ai Giochi Olimpici.
Le critiche alla decisione di Carter furono numerose: secondo lo storico Scott Kaufman, Jimmy Carter non era in grado di prendere decisioni senza prima capire le implicazioni di tali scelte. E il boicottaggio olimpico fu una scelta sbagliata perché non cambiò minimamente le scelte in politica estera dell’Unione Sovietica. Sulla stessa linea si collocò Nicholas Sarantakes, professore di politica e strategia alla US Naval War College, per il quale il Presidente aveva una grandissima arroganza intellettuale e una volta presa una decisione non era mai in grado di fare un passo indietro; sottolineò come il boicottaggio non fece in modo che l’Unione Sovietica si ritirasse dall’Afghanistan. Invece secondo Derick Hulme, professore di scienze politiche all’Alma College, l’azione intrapresa da Carter mise nettamente in luce negativa i sovietici che non ebbero l’occasione di sfruttare nel migliore dei modi il palcoscenico olimpico.

images        Tuttavia l’intento di Carter fu anche quello di sfruttare la situazione politica e il patriottismo statunitense perché nel novembre del 1980 si sarebbero svolte le elezioni ed egli era alla ricerca della rielezione per il secondo mandato. Tutto inutile però, dato che il repubblicano Ronald Reagan lo batté nettamente.
Anche tutti gli altri Stati del blocco occidentale si interrogarono sul quesito che in quei mesi era più in voga: boicottare o no i Giochi di Mosca? La Germania Occidentale si schierò subito dalla parte degli Stati Uniti, così come il Canada e Israele. Gli alleati più vicini agli statunitensi, la Gran Bretagna e l’Australia, decisero invece di partecipare, così come gran parte dei principali Stati europei come la Francia e l’Italia. Questi misero in atto una singolare forma di protesta che ovviamente era molto meno drastica del boicottaggio: decisero di sfilare sotto la bandiera olimpica durante le cerimonie di apertura e di chiusura, così come durante le premiazioni non sarebbe dovuto essere l’inno nazionale a risuonare, ma l’inno olimpico. Moltissimi Stati Arabi come Egitto, Pakistan, Indonesia, Arabia Saudita e Iran, che non vedevano di buon occhio l’invasione sovietica e sostenevano la fazione dei mujeaheddin, abbandonarono la manifestazione.
Malgrado l’assenza di un numero elevatissimo di Stati (era dal 1956 che non erano presenti meno di 83 nazioni), i Giochi Olimpici di Mosca non furono affatto sotto tono: il 19 luglio 1980 il leader sovietico Leonid Breznev in persona aprì ufficialmente la manifestazione che vide ovviamente protagonisti gli atleti di casa. L’Unione Sovietica conquistò la bellezza di 195 medaglie, di cui 80 d’oro, ma in quell’edizione allo stesso tempo vennero fissati addirittura 36 nuovi record mondiali e 74 record olimpici. Il 3 agosto 1980 fu il giorno della Cerimonia di chiusura; solitamente durante la celebrazione, un cartello luminoso rimanda il pubblico all’edizione successiva, ma in quell’occasione non ci fu alcun riferimento a Los Angeles 1984. Forse il primo segnale della risposta sovietica al boicottaggio americano.

La cerimonia d'apertura dell'edizione di Mosca 1980

La cerimonia d’apertura dell’edizione di Mosca 1980

@Giacomo_Baresi