Il rapporto tra Giochi Olimpici e politica – La propaganda nazista ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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        Il primo efficace esempio di Giochi Olimpici utilizzati a scopo di propaganda fu l’edizione del 1936 organizzata a Berlino. Quando il 13 maggio 1931 il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) assegnò i Giochi dell’XI Olimpiade alla capitale tedesca, la Germania del Presidente Paul von Hindenburg era ancora una Repubblica democratica. Era un’ottima occasione per i tedeschi di mettersi nuovamente in luce dopo la disfatta della Prima guerra mondiale e la grave crisi economica da cui furono colpiti durante gli anni ’20.

Adolf Hitler ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

Adolf Hitler ai Giochi Olimpici di Berlino 1936

        Tuttavia dopo l’ascesa di Adolf Hitler e l’inizio della dittatura nazista, in molti iniziarono ad avere dei dubbi riguardo la sede scelta: in primis gli Stati Uniti, che non vedevano affatto di buon occhio il regime nato in Germania. Nell’aprile del 1933, pochi mesi dopo che Hitler fu nominato cancelliere, la prima presa di posizione fu ad opera del direttore del quotidiano ebraico Baltimore Jewish Time che chiese ad Avery Brundage, Presidente del Comitato Olimpico Statunitense, di fare in modo di ostacolare lo svolgimento dei Giochi in un paese come la Germania.
Sia Brundage che il Presidente del CIO Henri Baillet-Latour non fecero in modo che ciò accadesse e, anzi, dimostrarono un certo rispetto nei confronti dei nazisti. L’uomo che prima di tutti invece provò a sostenere le lamentele ebraiche fu il tesoriere del Comitato Olimpico Statunitense, Gus Kirby, che chiese a Brundage delucidazioni sulle sue decisioni. Secondo Brundage e Baillet-Latour non c’era comunque ragione di temere i nazisti ed essi pensavano che nei tre anni seguenti sarebbe sicuramente cambiato qualcosa.
Kirby non fu però convinto dalle risposte dei colleghi e iniziò a pensare seriamente al boicottaggio: il primo raduno antirazzista si tenne a New York il 7 marzo 1934 al Madison Square Garden. Fu un evento mediatico di grande importanza nel quale parteciparono ovviamente il promotore Kirby, il sindaco di New York, Fiorello La Guardia, e Al Smith, l’ex governatore dello Stato di New York.
Dopo questa prima movimentazione popolare, Brundage fu pressato dall’opinione pubblica e decise quindi di visitare la Germania per vedere effettivamente se le discriminazioni nei confronti degli ebrei sussistevano realmente. Nel giugno del 1934 il viaggio si trasformò però in un vero e proprio scandalo: Brundage era ovviamente accerchiato in ogni momento da nazisti che gli impedirono di verificare le discriminazioni e inoltre in più di una occasione dimostrò una certa simpatia nei confronti dei propri interlocutori tedeschi.
Intanto negli Stati Uniti la questione del boicottaggio prendeva sempre più piede grazie alle principali testate giornalistiche: Commonweal, Christian Century e The Nation si schierarono con il fronte di Kirby; ma Brundage continuava a tenere duro secondo le sue idee sostenendo in alcune lettere all’amico e delegato del CIO svedese Sigfrid Edsrøm (futuro presidente del CIO dal 1942 al 1952) che la stampa statunitense fosse interamente controllata dagli ebrei.

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Tuttavia la Germania continuava per la sua strada verso l’antisemitismo e il 1935 fu l’anno del famoso “caso Bergmann”. Gretel Bergmann era la più forte saltatrice in alto della Germania; aveva appena stabilito il nuovo record femminile di 1.60 m quando fu costretta a cambiare società di atletica solamente perché era ebrea. La nuova società a cui l’atleta era iscritta non faceva però parte dell’Associazione tedesca di atletica leggera e quindi la Bergmann fu obbligata a rinunciare ai campionati tedeschi del 1935.
Il caso suscitò numerose polemiche a livello internazionale, tanto che il membro del CIO Charles Sherrill fu inviato in Germania con l’intenzione di far cambiare idea al Führer. Sherril fu ospite di Hitler, ma non riuscì nel suo intento. Quindi, malgrado la Bergmann fosse la migliore saltatrice in alto dell’intero Reich, fu obbligata a dire addio al proprio sogno olimpico. Indignata per l’offerta dei nazisti, che le regalarono dei biglietti per assistere ai Giochi Olimpici dagli spalti, decise di emigrare negli Stati Uniti dove continuò con l’atletica e vinse diversi titoli. Il “caso Bergmann” fece in modo che molti atleti ebrei rinunciassero indignati a partecipare alla manifestazione berlinese e riuscirono ad emigrare prima della Seconda guerra mondiale.
Ma le discriminazioni non vedevano protagonisti solo gli ebrei. Gli afroamericani infatti erano decisamente scossi per ciò che stava accadendo: perché per gli ebrei discriminati in Germania si stava rischiando di boicottare i Giochi, mentre per i neri che da secoli erano continuamente discriminati negli Stati Uniti nessuno alzava un dito?
Dalle pagine del New York Amsterdam News, quotidiano nero newyorchese, si alzò lo sdegno. Inizialmente favorevoli al boicottaggio, gli afroamericani giunsero alla conclusione che il boicottaggio migliore era invece partecipare ai Giochi. Infatti secondo le parole del protagonista dei Giochi Olimpici di Berlino, Jesse Owens, in un meeting di atletica svoltosi in Germania nel 1933 gli atleti neri erano stati trattati esattamente come gli atleti bianchi. Cosa che invece non succedeva nelle gare negli Stati Uniti dove, soprattutto negli Stati del Sud, le discriminazioni erano all’ordine del giorno. Intanto la decisione finale era stata presa: gli Stati Uniti avrebbero preso parte ai Giochi Olimpici di Berlino e Brundage era così riuscito finalmente nel suo intento.
Gli unici boicottaggi effettivamente avvenuti furono quelli dell’Unione Sovietica e della Spagna: a Barcellona fu addirittura organizzato un evento parallelo chiamato “Olimpiade Popolare” che doveva avere come partecipanti gli atleti esclusi dai Giochi di Berlino. Tuttavia lo scoppio della guerra civile spagnola non permise all’evento di avere luogo.
I Giochi Olimpici di Berlino presero ufficialmente il via il 1° agosto del 1936 con una cerimonia di apertura altisonante: per Hitler fu una straordinaria occasione di propaganda che sfruttò al meglio dopo le iniziali titubanze. La prima novità fu la “staffetta olimpica”, tradizione che tutt’oggi caratterizza ogni edizione dei Giochi Olimpici: la fiaccola olimpica venne infatti accesa ad Olimpia e dopo un viaggio per tutta Europa arrivò a Berlino scambiata nelle mani dei vari tedofori fino all’accensione del braciere olimpico durante la cerimonia di apertura.
Un’altra straordinaria innovazione di quei Giochi, sempre strettamente correlata alla propaganda nazista, fu l’introduzione del cinema e della televisione come protagonisti attivi. La regista tedesca Leni Riefenstahl realizzò un film nel 1938 dal titolo “Olympia”, un vero e proprio documentario di oltre due ore che raccontava in maniera esaustiva tutti i principali avvenimenti della manifestazione. Furono inoltre i primi Giochi trasmessi dalla televisione, malgrado in quegli anni di apparecchi televisivi ne esistessero ancora pochissimi. Alcuni maxi schermi permettevano però alla popolazione di assistere (a pagamento) alle gare in alcune sale pubbliche della città. Fu un’arma sensazionale nelle mani di Hitler che riuscì ad accrescere i propri consensi grazie anche a questo evento planetario.
Sotto il profilo sportivo, il medagliere fu vinto dai padroni di casa della Germania: 89 medaglie conquistate (di cui 33 d’oro) permisero a Hitler di far valere ulteriormente al cospetto della popolazione la propria teoria della superiorità della razza ariana. Ma un atleta statunitense decise di mettere i bastoni tra le ruote al Führer: il suo nome era James Cleveland Owens, detto Jesse, afroamericano nato il 12 settembre 1913 a Oakville, Alabama. Lo stesso Owens che decise assieme agli altri afroamericani di non boicottare i Giochi per far valere i diritti dei neri pure negli Stati Uniti.

Jesse Owens

Jesse Owens

        L’atleta statunitense fu il protagonista indiscusso di quell’edizione, dove conquistò ben quattro medaglie d’oro nei 100 metri, nei 200 metri, nella staffetta 4×100 metri e nel salto in lungo. Proprio la gara del salto in lungo entrò nella storia perché Owens batté di pochissimi centimetri il più quotato atleta tedesco Luz Long con la misura di 8,06 m (che valse il record olimpico). L’atleta tedesco si congratulò subito con lo statunitense, ma queste scene furono censurate nel documentario di Leni Riefenstahl. Secondo molte testimonianze dell’epoca, Adolf Hitler, indispettito per l’accaduto, lasciò l’Olympiastadion di Berlino perché non voleva premiare l’atleta afroamericano e secondo la cultura popolare si narra che si rifiutò pure di stringergli la mano.
Sulle pagine della biografia ufficiale dell’atleta invece, si può leggere che la storia fu semplicemente un’invenzione dei media che vollero alimentare una polemica a suo dire inesistente. Durante il rientro negli spogliatoi infatti, Owens dichiarò che il Führer lo salutò dagli spalti. Paradossalmente non fu quindi Hitler a non considerare lo straordinario atleta statunitense, ma lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt che era in piena campagna elettorale e, preoccupato per le possibili reazioni degli Stati del Sud (tendenzialmente contro i diritti degli afroamericani), non invitò mai Jesse Owens alla Casa Bianca e non si congratulò con lui neppure con un telegramma. Solo nel 1955 il Presidente Eisenhower lo nominò “Ambasciatore dello Sport”.

@Giacomo_Baresi