Il saluto del “Black Power” ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968

Le immagini che hanno fatto la storia dello sport

Olimpiadi estive di Città del Messico, 1968. Gli atleti statunitensi di colore Tommie Smith e John Carlos si sono classificati rispettivamente primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Questa immagine li ritrae nel momento della premiazione mentre alzano al cielo il pugno guantato di nero, in segno di protesta verso il razzismo ancora molto diffuso negli Stati Uniti. In seguito in patria i due atleti furono oggetto di aspre critiche e addirittura di minacce di morte. Col tempo, tuttavia, il gesto (detto ‘Black Power Salute’) ottenne il giusto riconoscimento e rimarrà nella storia come uno dei più forti a livello politico.

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Mike Tyson e il morso all’orecchio di Evander Holyfield

Le immagini che hanno fatto la storia dello sport

Las Vegas, 28 giugno 1997. Mike Tyson, ex campione del mondo dei pesi massimi, sfida Evander Holyfield. Nel terzo round Tyson morse l’orecchio dell’avversario, staccandogli buona parte della cartilagine. Iron Mike fu squalificato per un anno e costretto a pagare una multa di 3 milioni di dollari.

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Vitali Kiltschko: atleta, pugile e politico

C’è stato un periodo, dall’inizio degli anni 2000 fino al 15 dicembre 2013, dove la categoria dei pesi massimi della boxe era dominata da due veri e propri giganti, i fratelli Wladimir e Vitali Klyčko. Sono pochi gli esempi nello sport di fratelli che hanno avuto una carriera così costellata di successi come i due ucraini. I fratelli Branco, sempre nella boxe, nel calcio non si possono scordare i fratelli Filippini, Baresi, Inzaghi e i gemelli Derrick. Tuttavia, nessuno di questi conseguì i successi dei Klyčko. Wladimir è tutt’ora campione del mondo delle sigle WBO, WBA, IBF e IBO, e il prossimo 26 aprile difenderà i suoi titoli contro Alex Leapai. Mentre Vitali è stato campione WBO dall’1999 al 2000, e poi WBC dal 2003 al 2004 e dal 2008 fino al 2013, quando si ritirò da campione dalla sce-na pugilistica.
Vitali, il più vecchio dei due, è alla ribalta in questi giorni per il suo impegno politico in ucraina e per essere stato uno dei leader dell’opposizione al presidente Yanukovich.
Pugile, scacchista, laureato in Scienze motorie all’università di Kiev e leader dell’opposizione ucraina, quest’uomo fa della poliedricità uno dei suoi marchi di fabbrica.
Vitalij Volodymyrovyč Klyčko, Vitali Klitschko per i non slavisti, nasce a Belovodsk il 19 luglio 1971 a, in Ucraina, figlio del maggiore generale dell’aeronautica militare sovietica Rodionovich Klitschko, il quale fu comandante delle operazioni di pulizia nella centrale nucleare di Černobyl dopo il disa-stro del 1986. Vitali muove i suoi primi passi nel mondo degli sport da combattimento nella kick boxing per poi passare in seguito alla boxe. La sua carriera da pugile dilettante delinea già il suo talento. Vincitore per tre volte del titolo ucraino, del campionato militare nel 1995 e di una medaglia d’argento ai Mondiali, la sua carriera dilettantistica si chiude con un record di 210 incontri disputati, di cui 195 vinti ( tra questi, 80 prima del limite).

I fratelli Vitali e Wladimir Klitschko

I fratelli Vitali e Wladimir Klitschko

Vitali sbarca nella boxe professionistica il 16 novembre 1996, la stessa data in cui anche suo fratello Wladimir diventa professionista. Il primo titolo da lui vinto risale al 24 ottobre 1998, quando batte per TKO il suo sfidante Mario Schieber, vincendo così la corona di campione europeo dei pe-si massimi. Passa meno di un anno dal suo primo titolo che la WBO gli offre la possibilità per gua-dagnarsi il suo primo titolo mondiale, competendo contro l’allora campione Herbie Ride. Il 25 luglio 1999 Vitali riesce a vincere il titolo contro il detentore inglese in appena due round, mandandolo al tappeto.
Sfortunatamente, il campione ucraino, imbattuto dopo 27 match e due difese del titolo, perde la cintura WBO contro Chris Byrd durante il terzo incontro da campione del mondo. Vitali fu costretto a ritirarsi alla nona ripresa in seguito a un infortunio alla spalla, sebbene stesse vincendo l’incontro ai punti.
Tutto ciò non fermò comunque il pugile ucraino, che il 21 giugno 2003 ebbe un’altra occasione per il titolo della WBC, contro un pugile di livello eccelso come Lennox Lewis, il quale, solo un anno prima, aveva decretato la fine di Mike Tyson, mandandolo al tappeto sul ring di Menphis. Quest’incontro sarebbe stato anche l’ultimo della carriera di Lewis.

Anche questa volta però, la fortuna giro le spalle a Vitali. Durante la sesta ripresa, l’arbitro ferma il match in quanto il sopracciglio sinistro di Klitschko aveva iniziato a sanguinare copiosamente e non vi era possibilità di continuare il match. Anche questa volta Vitali era in vantaggio ai punti.
Nonostante questi due sfortunati match, era chiaro a tutti che i Klitschko sarebbero diventati i futuri dominatori della categoria regina della boxe.
Il 24 aprile 2004 allo Staples Center di Los Angeles, Vitali ebbe la sua nuova occasione per diven-tare campione dei pesi massimi sigla WBC., contro il sudafricano Corrie Sanders.
L’incontro si concluse all’ottava ripresa per TKO.
Finalmente Vitali dopo quattro anni, l’ucraino poté di nuovo fregiarsi del titolo di campione del mondo WBC.
Tuttavia, la fortuna abbandonò di nuovo il campione. Dopo la vittoriosa difesa del titolo contro Danny Williams nel dicembre 2004, Vitali viene colpito da una serie di infortuni al menisco e al crociato del ginocchio destro e anche alla schiena, Vitali decide di lasciare vacante il titolo WBC, cosa che lo decretò campione emerito della stessa sigla, dandogli la possibilità, in caso di ritorno sul ring, di sfidare immediatamente il campione in carica.
Klitschko stette lontano dalla scena per 1400 giorni. L’11 ottobre 2008 a Berlino, Vitali ritornò a calcare di nuovo un’arena di pugilato. Il suo avversario era il campione nigeriano Samuel “The Nigerian Nightmare” Peter. Il pugile ucraino vinse all’ottava ripresa per TKO, divenendo così il quarto pugile nella storia della boxe, dopo Muhammed Alì, Evander Holyfield e Lennox Lewis, a conqui-stare la corona WBC tre volte.

Vitali colpisce Shannon Briggs durante il loro match, svoltosi il 18 ottobre 2010

Vitali colpisce Shannon Briggs durante il loro match, svoltosi il 18 ottobre 2010

A questo incontro seguirono nove vittoriose difese del titolo, combattendo l’ultima volta nella sua carriera il Manuel Char nel settembre 2012.
Il 15 dicembre 2013, Vitali Kiltschko si ritirò da campione emerito WBC, soprattutto a causa del suo impegno politico. L’interesse per la politica era stato, fin dagli inizi della sua carriera e di quella di suo fratello, una nota distintiva dei Klitschko. Nel 2004, i due avevano dimostrato il loro supporto per la rivoluzione arancione ucraina guidata da Viktor Yuschenko. In seguito, durante la sua pausa forzata dalla boxe, Vitali aveva corso per la carica a sindaco di Kiev, perdendo contro Leonid Chernovetsky. Alle elezioni del 2008 per il consiglio municipale di Kiev, Vitali venne eletto nella lis-ta che prendeva nome da lui. Per l’occasione, aveva ingaggiato Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, come consulente per la sua campagna.

Vitali Klitschko durante le manifestazioni in piazza Maidan

Vitali Klitschko durante le manifestazioni in piazza Maidan

Nel 2012 entrò nel parlamento ucraino, guidando il partito in cui era stato eletto, l’UDAR.
Il 24 ottobre 2013, Vitali annunciò che avrebbe corso per la carica a presidente della repubblica, nelle elezioni che si sarebbero tenute nel 2015.
La situazione nel paese degenerò, provocando diversi scontri tra le fazioni pro Yanoukovich e quelle contro il presidente ucraino. Klitschko fu uno dei protagonisti non solo per quanto riguardava l’opposizione politica al presidente, ma per gli scontri in piazza Maidan, partecipandovi in prima persona.
Vitali è ancora intenzionato a candidarsi come presidente della repubblica nelle elezioni che sono state spostate nel 2014, portando avanti la sua idea politica che prevede un’Ucraina più europea e meno russofila, dove la cosa più importante non sia una lingua comune, ma la voglia di combattere la corruzione dilagante e salvaguardare i diritti umani.

Matteo Latorraca

Valentino Rossi: i duelli che rimarranno nella storia con Lorenzo e Stoner

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Riparte finalmente il Motomondiale con la prima gara in notturna sul circuito di Losail (Quatar): tutti contro Marc Marquez, il più giovane vincitore della storia campionato di MotoGP a cui daranno sicuramente battaglia Lorenzo, Pedrosa, Dovizioso, Crutchlow, Bradl e molti altri…

Ci sarà, come sempre, Valentino Rossi, al secondo anno sulla sua Yamaha dopo la fallimentare esperienza in Ducati: un Valentino in difficoltà, ma capace col suo talento di tenere testa ai più giovani rivali.

Con la giapponese il Dottore ha un certo feeling e ha disputato alcune tra le gare più belle di sempre. In cima alla lista sicuramente c’è il Gran Premio di Catalunya del 2009: gli ultimi due giri sono un duello da brividi con il compagno di squadra Lorenzo. Una gara al cardiopalma con continui sorpassi e contro sorpassi, fino a quello decisivo dell’ultima curva, dove di spazio ce n’era davvero pochissimo! Una lezione del Dottore al più giovane spagnolo: quell’anno Rossi vinse il suo ultimo Mondiale e l’anno seguente avrebbe lasciato spazio proprio al maiorchino.

Nel video, gli ultimi due giri di quello spettacolare Gran Premio, con il commento di Meda e Reggiani che impazziscono come loro solito.

L’anno prima, nel 2008, durante il Gran Premio di Laguna Seca ci fu un altro duello memorabile: questa volta con Casey Stoner, al tempo in Ducati. Anche in questo caso la battaglia fu ricca di colpi di scena, ma quello più clamoroso fu il sorpasso di Valentino al “cavatappi”, la curva a esse in discesa che contraddistingue il circuito americano. Rossi si infilò con decisione estrema e uscì addirittura di pista pur di passare il rivale, ma alla fine l’importante era solo essere davanti. Il sorpasso non risultò essere decisivo come nel precedente caso della Catalunya ai danni di Lorenzo perché eravamo solo al 3° giro. La gara continuò a suon di nuovi sorpassi, ma alla fine l’australiano cedette e il pilota italiano si involò verso una striscia di cinque vittorie consecutive che lo portarono alla vittoria anche del Mondiale.

@Giacomo_Baresi

Il giorno terribile di Ronaldo

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Parigi, 12 luglio 1998. Settanta minuti prima dell’inizio della finale dei Mondiali nella sala stampa dello Stade de France arriva la lista dei titolari compilata dal commissario tecnico della Seleção, Mario Zagallo. Subito si scatena un incredibile trambusto. John Motson, commentatore della BBC, dirà poi di non aver mai visto in tutta la sua carriera una scena simile. La ragione? Nell’elenco dei titolari brasiliani è presente Edmundo al posto di Ronaldo, la stella della squadra e probabilmente il giocatore più forte del mondo in quel momento.

Un passo indietro. Nel primo pomeriggio della stessa giornata, Ronaldo sta riposando in una stanza dell’Hotel Romaine a Lesigny, sede del ritiro della selezione brasiliana, ma improvvisamente la situazione precipita. «Ero sul letto, stavo parlando con Roberto Carlos. Poi lui si è girato e ha cercato di dormire. All’improvviso non ho capito più niente. Sudavo, non riuscivo a controllare i miei movimenti. Roberto Carlos ha sentito i miei lamenti e si è precipitato dal dottore. L’attacco è durato trenta secondi, al massimo quaranta.» Questa le parole di Ronaldo il giorno dopo.

Roberto Carlos, suo compagno di stanza, ha ricordato quel momento in una recente intervista alla Gazzetta dello Sport: «Sono stato il primo a vedere la crisi di Ronaldo, sul letto dell’hotel prima della finale. Per me era un attacco epilettico. Ho ancora paura: tremava, era rigido, tutto bloccato.»

Anche il direttore dell’Hotel Romaine, Paul Chavalier racconterà poi la sua versione: «Ero nel mio ufficio e ad un certo punto ho visto correre le guardie verso la camera di Ronaldo. Io sono rimasto al mio posto, ma dalla finestra vedevo tanta gente nella stanza ed ho sentito gridare più volte “è morto, è morto, è morto”. C’è stato un parapiglia pazzesco, le urla hanno svegliato tutti i giocatori che stavano facendo la siesta.»

La cosa abbastanza sorprendente è che Zagallo, l’allenatore, in quel momento stava riposando nella sua stanza, a pochi passi da quella di Ronaldo, e non si è reso conto di nulla. Nessuno ha pensato di avvisarlo di quello che stava succedendo. Addirittura Ronaldo viene trasportato d’urgenza all’ospedale di Les Liles senza che il suo allenatore ne sia al corrente: «Alle 17, vale a dire due ore e mezzo dopo, sento bussare alla porta. Il dottore, Lidio Toledo, mi racconta tutto, mi dice che il ragazzo si è sentito male, mi dice che difficilmente sarà disponibile per la finale. Un momento assurdo. Guardo Toledo e gli chiedo perché non mi abbiano avvisato prima. Pensavamo che stessi riposando, è stata la risposta.»

La situazione a poche ore dal fischio d’inizio della finale più importante a livello sportivo (e commerciale) è molto difficile in casa brasiliana. Eppure fino a quel momento le cose erano andate alla perfezione: la Seleção era riuscita a strappare il biglietto per la finalissima superando in semifinale l’Olanda ai rigori. Ronaldo aveva segnato quattro gol nella competizione ed era la stella più luminosa di un Brasile ricco di talento, basti nominare i vari Rivaldo, Dunga, Cesar Sampaio e Cafu. L’attaccante dell’Inter inoltre era il detentore dell’ultimo Pallone d’oro e degli ultimi due titoli di Fifa World Player, nonché volto di sponsor prestigiosi, primo tra tutti la Nike.

– La pubblicità della Nike diffusa durante i Mondiali del 1998, con protagonista Ronaldo.

L’avversario, la Francia, era arrivato in finale un po’ a sorpresa, non avendo mai vinto prima il torneo, anche se nelle partite della competizione giocata in casa fino a quel momento aveva sempre vinto, sconfiggendo anche l’Italia nei quarti di finale, grazie al rigore sbagliato da Di Biagio. L’elemento di novità dei Bleus era dato anche dal forte carattere multiculturale incarnato dai giocatori francesi, in molti con chiare origini non proprio transalpine. Tra questi si possono infatti ricordare Liliam Thuram e Thierry Henry (Caraibi), Christian Karembeu (Nuova Caledonia), Patrick Vieira (Senegal), Marcel Desailly (Ghana), Youri Djorkaeff (Armenia), oltre al futuro Pallone d’Oro Zinedine Zidane, figlio di genitori algerini. Proprio questo fatto aveva scatenato verso le scelte del tecnico Aime Jacquet numerose critiche (principalmente dall’esponenente politico di destra Jean-Marie Le Pen), poi messe a tacere dalle continue vittorie ottenute, che avevano garantito la possibilità di vincere la prima coppa del mondo nella storia francese.

Visto il collasso che l’aveva fortemente debilitato, era ormai chiaro che il Fenomeno non avrebbe potuto giocare la finale. Eppure, a mezz’ora dall’inizio della finale, in sala stampa arrivò una nuova lista dei titolari brasiliani, e questa volta il numero 9 era presente.

Ancora oggi, a distanza di quasi sedici anni, non si capisce il motivo di una tale scelta, né sono state accertate le ragioni mediche della crisi improvvisa di Ronaldo.

Roberto Carlos ha sempre dichiarato che secondo lui il suo compagno ha avuto un crollo a causa delle eccessive pressioni. “Aveva paura di quello che lo aspettava. La pressione aveva avuto la meglio e non riusciva a smettere di piangere. Aveva solo 21 anni ed era già il miglior giocatore del mondo, circondato da contratti e pressioni. Alla fine qualcosa doveva succedere, e accadde proprio il giorno della finale.”

I test condotti sia immediatamente dopo la crisi, all’ospedale di Les Liles, sia nelle settimane successive, non individuarono mai la causa di tale crollo (al di là del generico stress), lasciando quindi spazio a teorie alternative. In molti diedero la colpa ad una misteriosa iniezione a cui fu sottoposto Ronaldo per alleviare un’infiammazione al ginocchio, che gli avrebbe procurato una reazione allergica. Altri parlarono di fantomatici problemi personali non meglio specificati o addirittura di abuso di droghe.

In ogni caso, Ronaldo non era certo nelle migliori condizioni per giocare, come infatti aveva capito lo stesso allenatore Zagallo, tanto da non averlo incluso nella prima lista dei titolari.

Resta quindi un mistero il motivo di un così radicale cambio di rotta in poche decine di minuti. La versione ufficiale, ribadita da tutte le persone nell’ambiente della Seleção, è che la decisione finale di giocare fu presa dallo stesso giocatore. Lo stesso Ronaldo dichiarò poi: “Mi assumo ogni responsabilità. Sono sceso in campo perché mi sentivo bene: sono stato io a dire a Zagallo che sarebbe stato ingiusto tenermi fuori. Lui mi ha ascoltato, non mi ha negato questa possibilità”.

Sono in molti però a ritenere che la realtà sia un’altra, basandosi anche sul fatto che diversi giocatori brasiliani – tra cui Edmundo e Leonardo – fecero poi dichiarazione ambigue riguardo a “ciò che accadde davvero”. In Brasile, dopo i Mondiali, oltre ai molti attacchi rivolti verso lo staff medico, si svolse un’inchiesta per accertare se vi fosse qualche fondamento nell’ipotesi che Ronaldo fu obbligato a giocare dalla CBF, la federazione brasiliana, per un accordo stipulato con la Nike. La multinazionale americana due anni prima aveva infatti siglato un contratto di sponsorizzazione del valore di 160 milioni di dollari con la federazione, ed in molti sostennero che la presenza di Ronaldo tra i titolari era prevista proprio da tale accorso. L’inchiesta tuttavia non giunse a conclusioni in tal senso.

In ogni caso Ronaldo giocò quella finale, anche se scese in campo come l’ombra di se stesso. L’attaccante infatti giocò una partita anonima, trascinandosi per il campo e riuscendo a tirare in porta soltanto una volta. Anche i suoi compagni giocarono in modo molto approssimativo, probabilmente a causa dello shock patito nelle ore precedenti. La Francia dominò la sfida e conquistò la coppa del mondo vincendo 3 a 0, con due gol di testa di Zidane, che nello stesso anno conquistò anche tutti i titoli individuali.

Ronaldo, visibilmente debilitato, scende la scaletta dell’aereo che l’ha riportato in Brasile dopo la finale persa

Ronaldo attraversò un periodo difficile dopo il Mondiale, visto che tutto il mondo cercava spiegazioni. Più volte dovette rilasciare dichiarazioni per chiedere di essere lasciato in pace, sostenendo di non riuscire più a vivere in tale situazione.

Nonostante due gravi infortuni che segnarono la sua carriera, il Fenomeno tuttavia riuscì a riprendersi e conquistò il successivo Mondiale nel 2002, diventando il miglior marcatore di sempre nella competizione e vincendo il suo secondo Pallone d’oro nello stesso anno.

@il_duso

La città di Los Angeles e i Giochi Olimpici del 1984 – Le imprese degli atleti

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La “storia di sport” che ho deciso di analizzare negli ultimi mesi è stata quella riguardante i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984: un percorso che prende brevemente in considerazione il rapporto tra politica (sia interna che internazionale) e sport nel contesto della storia olimpica degli Stati Uniti d’America fino ad arrivare proprio all’edizione organizzata dalla città californiana in piena età reaganiana. Nelle prossime settimane saranno infatti pubblicati i vari paragrafi che hanno costituito la mia tesi di laurea in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee (facoltà di Scienze Politiche) dal titolo “Los Angeles 1984: i Giochi Olimpici e l’evoluzione della metropoli californiana nell’età di Reagan”.

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            Malgrado l’assenza di numerose delegazioni del blocco sovietico (su tutte quelle di Unione Sovietica, Germania Orientale, Bulgaria e Cuba, le prime quattro squadre del medagliere dei Giochi Olimpici di Mosca 1980), a Los Angeles lo sport fortunatamente non passò del tutto in secondo piano. L’obiettivo degli Stati Uniti, scontati vincitori del medagliere, era quello di cercare di superare le 80 medaglie d’oro conquistate dai sovietici a Mosca; la cosa avvenne puntualmente l’ultimo giorno di gare e fu salutata da festeggiamenti in tutto il paese per aver battuto indirettamente il nemico sovietico che non sfidavano da ben 8 anni. In totale gli Stati Uniti conquistarono ben 174 medaglie: 83 d’oro, 61 d’argento e 30 di bronzo. Un vero e proprio trionfo.
Il protagonista indiscusso di questa edizione fu indubbiamente lo statunitense Carl Lewis. Il 23enne nato a Birmingham, Alabama, e cresciuto a Willingboro, Pennsylvania, fu in grado di eguagliare l’impresa di Jesse Owens a Berlino 1936 a 48 anni di distanza con 4 medaglie d’oro: nei 100 m, nei 200 m, nella staffetta 4×100 m e nel salto in lungo.

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

Carl Lewis impegnato nei 200m piani

La prima gara vinta dal “figlio del vento”, com’era soprannominato, furono i 100 metri piani: con uno straordinario tempo (per l’epoca) di 9″99 ottenne il primo posto davanti al connazionale Sam Graddy (10″19) e al canadese Ben Johnson (10″22). Ma la gara più attesa era quella del salto in lungo: con le sue doti atletiche, Lewis aveva tutte le carte in regola per superare il record del mondo di Bob Beamon di 8.90 m saltato ai Giochi di Città del Messico nel 1968. Dopo aver ottenuto un 8.54 m al primo tentativo ed un nullo al secondo, l’atleta statunitense, visto il livello non eccezionale dei suoi avversari, decise di rinunciare ai restanti quattro tentativi per evitare di affaticarsi troppo in vista dei successivi impegni. Fischiato dal pubblico, perse una grandissima occasione perché in seguito non riuscì più in questa disciplina ad ottenere misure da record. Nei 200 metri invece fu in grado di stabilire il record olimpico dopo aver fermato il cronometro sul tempo di 19″80. Infine diede una grande mano ai suoi compagni nella vittoria della staffetta 4×100 metri che gli Stati Uniti vinsero in maniera agevole con il nuovo record del mondo di 37″83.

Sempre sulla pista di atletica, il re degli ostacoli fu Edwin Moses.

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

Edwin Moses impegnato nei 400m ostacoli

         Il campione dell’Ohio, grazie al meritatissimo successo nei 400 ostacoli, portò a 107 il numero di vittorie consecutive nella specialità (122 contando anche le batterie). Dal 1977 al 1987 infatti Moses risultò imbattuto in tutte le gare che disputò: fu sconfitto a Berlino il 26 agosto del 1977 da Harald Schmid e a Madrid il 4 giugno 1987 da Danny Harris. Una striscia impressionante per una carriera stratosferica che terminò nel 1988 con 187 gare disputate e 178 gare vinte. Moses non fu però protagonista solo sulla pista: durante la Cerimonia d’apertura infatti fu scelto per prestare il giuramento olimpico degli atleti e, bloccatosi a metà, fu costretto a ripeterlo due volte prima di ricordarsi le parole esatte.
I Giochi di Los Angeles furono ricordati anche per la prima edizione della maratona femminile; il caldo e l’afa della California erano tuttavia molto temuti da maratoneti e marciatori e le vittime non mancarono: la più famosa fu la svizzera Gabriela Andersen Schiess che, nella maratona vinta dalla statunitense Joan Benoit, impiegò, una volta entrata nello stadio, ben sette minuti per portare a termine la gara percorrendo i 400 metri finali. Stravolta, disidratata e con uno stiramento muscolare alla gamba, fece ritornare a tutti in mente la scena di Dorando Pietri che nel 1908 tagliò per primo il traguardo della maratona olimpica di Londra ma fu squalificato a causa dell’aiuto dei soccorritori che lo sostennero nei metri finali. La Andersen, visto il precedente, allontanò tutti con chiari gesti fino a che non riuscì a tagliare il traguardo in trentasettesima posizione. Una volta accasciatasi a terra, fu portata in ospedale, ma qualche settimana dopo fu addirittura invitata alla Casa Bianca da Ronald Reagan che si complimentò con lei e la premiò con una medaglia d’oro al valore sportivo.
Malgrado il dominio statunitense nel medagliere, la vera sorpresa di Los Angeles fu la Romania che arrivò al secondo posto dietro i padroni di casa. Ma a destare scalpore fu proprio la partecipazione dei rumeni ai Giochi, dato che furono esaltati dagli americani perché considerati gli unici a non aver obbedito all’ordine sovietico del boicottaggio. La sfida tra Stati Uniti e Romania non ebbe ovviamente storia a livello di medaglie (gli americani conquistarono più del quadruplo delle medaglie d’oro dei rumeni e più del triplo delle medaglie totali), ma entrò nel vivo nella ginnastica artistica femminile dove le protagoniste furono la statunitense Mary Lou Retton (16 anni) e la rumena Ecaterina Szabo (17 anni).

Mary Lou Retton impegnata nell'esercizio di corpo libero

Mary Lou Retton impegnata nell’esercizio di corpo libero

        Nella gara più attesa, il concorso generale dove le atlete devono esibirsi in tutte le specialità della ginnastica, il testa a testa fu spettacolare con voti vicinissimi al 10 per entrambe le atlete. Quel 10 che solo la fantastica Nadia Comaneci era riuscita ad ottenere ai Giochi di Montreal del 1976. Prima dell’ultima prova, la Szabo conduce sulla Retton con il minimo vantaggio di 0,05 punti: per la rumena ci sono le parallele asimmetriche, mentre per la statunitense il volteggio. Per prima si esibisce la Szebo che ottiene una votazione di 9.90 nella sua prova; tocca quindi alla Retton che ha la possibilità di vincere la medaglia d’oro solitaria a questo punto solo con un 10, voto che rappresenta la perfezione assoluta. E così fu. Grazie ad un volteggio impeccabile Mary Lou Retton vinse il concorso generale di ginnastica mandando in visibilio il pubblico e gli Stati Uniti interi, considerando che solo 3 settimane prima aveva subito un grave infortunio al ginocchio in allenamento che aveva rischiato di compromettere la sua partecipazione ai Giochi. La Szabo, medaglia d’argento, si consolò alla fine con 4 medaglie d’oro: al corpo libero, al volteggio e alla trave, più quella ottenuta nel concorso a squadre. La Retton invece terminò la sua Olimpiade con un oro, due argenti e due bronzi, ma il metallo più pregiato arrivò nella competizione più attesa.

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan assieme alla ginnasta Mary Lou Retton e alle sue medaglie

Giacomo Baresi (@giacomo_baresi)

FORMULA UNO STORY – Il week end più tragico della storia della Formula Uno: Gran Premio di San Marino 1994

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1° maggio 1994, ore 18.40.
Ayrton Senna viene dichiarato ufficialmente morto. Non è riuscito a sopravvivere al terribile schianto della sua Williams alla curva Tamburello del circuito di Imola. Il piantone della sua monoposto ha ceduto e le conseguenze dell’impatto sono state tragiche. Il pilota non ha mai ripreso conoscenza e qualche ora dopo è spirato all’Ospedale Maggiore di Bologna lasciando un enorme vuoto nel mondo della Formula Uno. E’ la fine del week end più tormentato della storia di questo sport.

I medici del circuito di Imola provano inutilmente a rianimare Ayrton Senna

Io di Senna ovviamente non ricordo molto. Però qualche vaga immagine è ancora scolpita nella mia memoria, soprattutto perché mi era stato regalato il modellino della sua McLaren bianca e rossa (quella del 1993, con il numero 8) con il quale spesso giocavo. Nel 1994, passò alla Williams. Vincitore di 3 Mondiali (1988, 1990, 1991), il pilota brasiliano è stato uno dei migliori di sempre, forse addirittura quello più spettacolare. Riusciva sempre a portare al limite la sua vettura e a lottare per la pole position e per la vittoria senza mai mollare. Un pilota d’altri tempi, forse il più grande di tutti. Personalmente nutro una certa simpatia per lui e Gilles Villeneuve: pur non avendoli mai visti correre, erano piloti diversi dagli altri. Questo non lo dico perché entrambi hanno trovato la morte (quindi sono stati santificati dall’opinione pubblica), ma perché erano piloti istintivi e spettacolari. Mi è capitato spesso di vedere documentari sulle loro vite e sulle loro carriere e credetemi, sono rimasto molto affascinato da loro.

Ayrton Senna all’interno della sua Williams

L’ultima pole position Senna la conquistò proprio ad Imola il giorno prima della sua morte nel Gran Premio di San Marino. Una prima fila triste però per Senna, perché durante le prove del sabato perse la vita il pilota Roland Ratzenberger, che uscì di pista ad oltre 300 km/h alla curva Villeneuve a causa del cedimento dell’alettone anteriore. Uno schianto fatale per l’austriaco che era al suo terzo Gran Premio e che turbò notevolmente gli animi degli altri piloti. Era dal 1986 che non si verificavano più incidenti mortali in Formula Uno: l’ultimo era stato quello di De Angelis che perse la vita durante le prove private della sua Brabham sul circuito francese Paul Ricard.

Roland Ratzemberger immobile all’interno della sua monoposto dopo lo schianto

Il giorno prima, il venerdì, il protagonista fu invece Rubens Barrichello. Uscito di pista alla Variante Bassa per la rottura della sospensione sinistra, il brasiliano decollò con la sua Jordan finendo dritto nelle protezioni. Lui fu decisamente fortunato: setto nasale rotto e una costola incrinata che tuttavia non gli consentirono di prendere parte alla gara.

La gara fu una tragedia.
Durante la partenza, la Benetton di Letho rimase ferma sulla griglia di partenza e fu tamponata da dietro dalla Lotus di Lamy che evidentemente per concitazione non aveva visto il collega. Pezzi della due vetture finirono in tribuna e ferirono ben 9 persone tra il pubblico, una delle quali in modo molto grave che finì in coma. Safety Car in pista, ma la gara continuò.

Alle 14.17 lo schianto di Senna. Il piantone dello sterzo si ruppe e la sua Williams non fu più in grado di curvare; finì dritto a velocità altissima nella via di fuga della curva Tamburello, schiantandosi contro le protezioni. Nell’impatto, la sospensione si staccò e penetrò attraverso la visiera del casco, nella testa del pilota brasiliano. Non ci fu più nulla da fare per Ayrton che non riprese più conoscenza per le gravissime lesioni cerebrali e spirò a Bologna qualche ora dopo.

La gara fu interrotta con la bandiera rossa, ma i gravi incidenti non finirono. Alla ripresa della competizione, quando mancavano 10 giri al termine, Michele Alboreto perse una gomma della sua Minardi mentre transitava nella pit lane. Lo pneumatico schizzò a tutta velocità nella corsia dei box e ferì 5 meccanici: 3 della Ferrari, uno della Lotus e uno della Benetton.

Per la cronaca, la gara fu vinta dal giovane Michael Schumacher che, a fine stagione, con la Benetton trionferà per la sua prima volta.

Un week end nero per la storia della Formula Uno. Tutti lo ricordano solamente per la morte di Senna, ma sembra davvero incredibile quante altri avvenimenti tragici siano successi in quei tre giorni: dall’incidente di Barrichello, alla morte di Ratzemberger, fino ad arrivare agli incidenti in gara della partenza tra Letho e Lamy e quello avvenuto nella corsia dei box di Alboreto.
Il bollettino finale è tragico: 2 morti (Senna e Ratzemberger) e 15 feriti (Barrichello, 9 spettatori, 5 meccanici). Nel video sottostante, il riassunto di questo week end di sangue.

Giacomo Baresi (@Giacomo_Baresi)

NBA for dummies – L’NBA per i principianti

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Un europeo che vuole avvicinarsi al mondo NBA spesso trova difficoltà, principalmente per il diverso funzionamento della lega americana di basket rispetto ai campionati del vecchio continente.
Secondo lo standard europeo, infatti, la quasi totalità delle leghe, non solo di basket, funziona in modo tale che i campioni, o comunque i primo in classifica, sono coloro che ottengono il maggior numero di punti, assegnati in base alle vittorie e, dove sono previsti, i pareggi.
Inoltre in praticamente tutti le leghe europee, esiste una gerarchia per cui le squadre più forti si trovano nel campionato più importante, mentre chi si classifica agli ultimi posti rischia di retrocedere nel campionato inferiore. Viceversa chi vince campionati inferiori solitamente può partecipare alla categoria superiore.
Riguardo all’NBA, dimenticatevi tutto questo.
La National Basket Association è composta dal 2002, con l’aggiunta degli Charlotte Bobcats, da 30 squadre (29 statunitensi ed una canadese, i Toronto Raptors), che non rischiano di retrocedere in un campionato di più basso livello. L’unica variabilità tra le squadre è data dalla possibilità che una franchigia (così vengono chiamate le squadre) venga trasferita in un’altra città. L’ultimo caso è stato quello dei Seattle Supersonics, divenuti nel 2008 Oklahoma City Thunder (con l’ottima pensata di cambiare nickname, viste le assurdità del passato per cui oggi ci si trova con i Memphis Grizzlies, prima a Vancouver, e gli Utah Jazz, prima a New Orleans).
Il campione NBA inoltre non è stabilito da chi ottiene il maggior numero di punti durante la stagione. La classifica non è nemmeno stabilita da un punteggio.
Come nella gran parte dei campionati di basket nel mondo, il vincitore è determinato da un torneo tra le migliori squadre (vincitore che conquista l’Anello, visto che a tutti i giocatori vengono consegnati dei veri e propri anelli). Mentre però ad esempio in Italia i playoff vengono giocati dalle prime 8 squadre in classifica, in NBA a giocare la fase finale sono 16 formazioni, suddivise in due tornei distinti.

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Kobe Bryant e Paul Pierce durante le Finals del 2008

Vi è infatti la suddivisione tra la Eastern Conference (di cui fanno parte le franchigie relative agli stati orientali) e la Western Conference (con squadre dell’ovest degli Stati Uniti). Le vincenti dei due tornei si affrontano nelle finali (su cui ritorneremo tra un attimo).
Le squadre partecipanti ai playoff vengono determinate in base ad un classifica, ottenuta non in base ad un punteggio, ma ad un record, costituito dal numero di vittorie e da quello delle sconfitte, solitamente rappresentato anche dalla percentuale di vittorie sulle partite giocate.
Oltre al raggruppamento in due Conference, ognuna da 15 squadre, vi sono anche le Division, formate da 5 squadre ognuna e relative ad una particolare area (la Atlantic Division ad esempio annovera Boston, Brooklyn, New York, Philadelphia e Toronto). La loro principale funzione è quella di fornire un vantaggio alla squadra che si è classificata meglio nella propria Division, in caso di parità nella classifica della Conference.
Un’altra importante differenza rispetto ai campionati europei è che in NBA durante la Regular Season (la fase del campionato a cui partecipano tutte le squadre e che va da fine ottobre ad aprile) si gioca tutti i giorni. Non tutte le squadre tuttavia giocano tutti i giorni, ma il calendario prevede che ognuna giochi solitamente a distanza di 2/3 giorni, con la possibilità in alcuni casi di disputare partite in back-to-back, cioè in due giorni consecutivi.
Nella stagione 2011-2012, a causa del lockout, uno sciopero dei giocatori che aveva fatto iniziare il campionato con due mesi di ritardo,  alcune squadre giocarono addirittura dei back-to-back-to-back, cioè 3 partite in 3 giorni.
Il numero complessivo di partite che una squadra gioca durante la regular season è 82; la maggior parte di queste è contro avversarie della propria Conference, mentre solitamente le  sfide con franchigie non appartenenti allo stesso raggruppamento sono un paio, una in casa e una in trasferta.
Riguardo alla differenza casa-trasferta, un’altra discrepanza rispetto all’Europa è che le partite sono indicate citando per prima la squadra che non gioca sul proprio campo. Ad esempio Miami @ San Antonio indica il match giocato in terra texana.
A febbraio vi è un momento di pausa durante la stagione, dato dal weekend dell’All Star Game. Dal venerdì alla domenica si disputano diverse sfide che coinvolgono i migliori giocatori della lega, a livello individuale con la gara del tiro da 3 punti e quella delle schiacciate, o di squadra, con la partita delle stelle, cioè la sfida tra le due Conference in cui giocano i migliori cestisti di tutto il campionato (quintetti scelti dal pubblico, riserve dagli allenatori).

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Michael Jordan durante la gara delle schiacciate nel 1988

Da aprile a giugno si disputano i playoff tra le prime 8 squadre di ogni Conference, seguendo uno schema ad eliminazione per cui la prima classificata gioca contro l’ottava, la seconda contro la settima e così via. Le sfide sono al meglio delle sette partite, per cui passa il turno chi vince quattro partite.
Durante le sfide nei playoff, il vantaggio del campo è dato alle squadre meglio posizionatesi in classifica, in quanto hanno la possibilità di giocare una partita in più sul terreno amico, secondo lo schema CC-TT-C-T-C (C sta per casa, T per trasferta). Durante le Finali tra le vincitrici delle Conference lo schema cambia in CC-TTT-CC.
Al termine della regular season viene assegnato il premio di Most Valuable Player al miglior giocatore, mentre viene assegnato un altro riconoscimento al cestista che ha giocato meglio durante le finali. Entrambi i trofei sono stati vinti negli ultimi due anni da LeBron James dei Miami Heat.

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

LeBron James con i trofei di Campione NBA ed MVP delle Finals

Al contrario di molti campionati europei, in NBA la direzione della lega esercita un forte controllo sulle squadre, principalmente a livello economico e di immagine, ma anche in altri ambiti: nel 2005 fu approvato per la prima volta in ambito sportivo un regolamento riguardante l’abbigliamento dei giocatori mentre si recano alle partite.
A livello economico in NBA esiste un complicato regolamento riguardante i limiti di spesa per ogni squadra relativamente principalmente ai salari dei giocatori. Mentre in Europa a livello teorico una squadra potrebbe legalmente far giocare insieme Kobe Bryant, LeBron James e Kevin Durant, in NBA ciò non è possibile.
Ogni anno infatti viene stabilito un limite di spesa salariale (detto salary cap), che in caso venga superato comporta sanzioni economiche. Esistono tuttavia eccezioni e casi particolari su cui non ci dilungheremo (per chi volesse approfondire consigliamo questo articolo).
L’esistenza di questa regola è data dal fatto che si vuole stabilire una maggiore competitività tra le squadre, non garantita dal solo potere economico. Questo concetto è anche alla base dell’esistenza del Draft.
Il Draft è una lotteria annuale che si tiene a fine stagione. Cerca di avvantaggiare le squadre che hanno dimostrato di essere più deboli, favorendole nell’acquisizione di giovani giocatori provenienti principalmente dai college americani. Dopo una fase di assegnazione dei posti, ogni squadra ha a disposizione diverse chiamate.
Solitamente i primi giocatori ad essere chiamati sono quelli che si rivelano poi molti forti (prime scelte sono state quelle di Magic Johnson, Allen Iverson e LeBron James), ma vi sono stati diversi casi di incredibili chiamate errate (Michael Jordan fu chiamato per terzo, dopo il non certo indimenticabile Sam Bowie). L’italiano Andrea Bargnani è stato chiamato per primo nel 2006 dai Toronto Raptors.
Per quanta riguarda il regolamento di gioco, esistono delle differenze rispetto al mondo FIBA (cioè quello di tutto il mondo a parte gli USA). La più immediata è che il tempo di gioco è superiore: si disputano infatti quattro tempi da 12 minuti ciascuno. Ogni giocatore inoltre in NBA può commettere 6 falli prima di uscire dal campo, uno in più che nel basket FIBA.
Una differenza molto significativa che determina uno stile di gioco molto diverso è quella riguardante la difesa: in NBA infatti un giocatore non può sostare all’interno dell’area piccola (il “pitturato”, the paint) per più di 3 secondi. Questa regola non esiste in ambito FIBA. Addirittura fino al 2002 in NBA non poteva essere usata nemmeno la difesa a zona.
Esiste una differenza anche per quanto riguarda la distanza della linea per il tiro da 3 punti dal canestro, che in NBA è pari a 7,25 m, mentre il regolamento FIBA dal 2010 prevede una distanza mezzo metro inferiore.
Al momento le squadre favorite alla conquista del titolo sono i Miami Heat (già vincitori degli ultimi due campionati e in cui milita LeBron James, tra i più forti giocatori di sempre), i San Antonio Spurs, gli Indiana Pacers e gli Oklahoma City Thunder.
Le due squadre più vincenti e probabilmente più conosciute nel mondo, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers, stanno attraversano un periodo di transizione dopo i successi del passato. I primi hanno perso in due anni i loro migliori giocatori (Ray Allen, Paul Pierce e Kevin Garnett) e sono in fase di ricostruzione. I Lakers, penalizzati da scelte rivedibili e da infortuni continui, stanno disputando forse  la stagione peggiore della loro storia; il futuro per loro si presenta molto incerto, anche se l’obiettivo è quello di riuscire ad affiancare a Kobe Bryant (detentore di 5 anelli) un altro All Star già dalla prossima stagione.
Gli italiani che giocano in NBA al momento sono 4: Andrea Bargnani ai New York Knicks, dove tutta la squadra sta giocando una stagione orrenda; Marco Belinelli ai San Antonio Spurs, alla sua miglior stagione oltreoceano e vincitore della gara del tiro da 3 punti durante l’All Star Weekend; Danilo Gallinari ai Denver Nuggets, che sta saltando la stagione in corso a causa di un infortunio e ritornerò soltanto il prossimo anno; Gigi Datome ai Detroit Pistons, dove non ha ancora avuto la possibilità di mostrare il suo valore visto lo scarso minutaggio.

Giacomo Dusina (@il_duso)

Chessboxing: lo sport che mischia la violenza con l’intelletto

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La boxe, e gli sport da combattimento in generale, sono di per  sé discipline  estreme, in certi casi bistrattate e ritenute assurde, in quanto per molti resta difficile capire il motivo per il quale una persona dovrebbe picchiare e farsi picchiare da qualcuno verso il quale non prova né risentimento né astio.
Gli  scacchi, d’altra  parte, sono  per eccellenza la disciplina che più predilige l’uso della  ragione e dell’intelletto. Tuttavia, se proprio si volesse trovare una qualche analogia con gli sport da combattimento, anche gli scacchi prevedono una certa dose di violenza. Infatti, il più delle volte, una partita si conclude con l’omicidio di un regnante.
Fu anche per questa ragione che Garri Kimovič Kasparov disse che “non esiste sport più feroce degli scacchi”.

Un incontro di Chessboxing

Un incontro di Chessboxing

Sembrerà strano, ma qualcuno ha deciso di unire le due discipline e crearne una nuova e rivoluzionaria: il Chessboxing. L’idea iniziale fu quella di creare uno sport che fosse impegnativo sia da un punto di vista prettamente fisico, sia da un punto di vista mentale. Una sorta di biathlon, ma decisamente più radicale.
Nel Chessboxing, gli  sfidanti si affrontano  su una distanza di massimo undici riprese, sei  round di scacchi e cinque di boxe, che vengono alternati: un round di scacchi e uno di pugilato, iniziando con quello di scacchi che dura quattro/tre minuti, seguito da quello di pugilato che ne dura tre. Tra un round e l’altro vi è un  minuto di pausa, per permettere  agli sfidanti di cambiarsi. La variante degli scacchi utilizzata negli incontri è un gioco rapido, dove ogni contendente ha un totale di dodici minuti per fare le sue mosse e vincere l’incontro. Se un combattente non muove durante il suo turno può essere ammonito dall’arbitro, e da quel momento ha dieci secondi per effettuare una mossa. Questo per evitare che il contendente voglia arrivare a una situazione di stallo o cerchi di sfruttare solo le sue abilità pugilistiche. Il pugile/scacchista può vincere mandando a tappeto  l’avversario, dichiarando lo scacco matto o perché l’avversario non muove durante l’arco dei dodici minuti che ha a disposizione o per il ritiro del contendente. Se la partita di scacchi finisce con uno stallo, i giudici ricorrono al conteggio dei punti del match di boxe. Se anche questo è un verdetto di parità, il risultato è un pareggio.

Iepe Rubingh, il primo campione mondiale di Chessboxing

Iepe Rubingh, il primo campione mondiale di Chessboxing

Questo sport trova la sua origine nella graphic novel Freddo Equatore di Enki Bilal. Nella  sua opera, Bilal immagina uno sport che preveda un incontro di pugilato seguito da un match di scacchi. Il Chessboxing attuale, codificato nel 2001 dall’artista olandese Iepe Rubingh, prevede che gli scacchi e la boxe si alternino. Rubingh fondò la World Chess Boxing Organisation (WCBO) nel 2003 a Berlino e il primo club di chessboxing nel 2005.
La prima esibizione pubblica risale al 2003, quando Rubingh, detto “Iepe the Joker”, sfidò “Louise the Lawyer”, ad Amsterdam. La sfida era in realtà concepita come un’esibizione artistica e infatti il pubblico era composto quasi esclusivamente da appassionati di arte.  “The Joker” riuscì a spuntarla contro “The Lawyer” dopo undici riprese di boxe e dopo  che il suo avversario non riuscì a portare a termine la sua mossa nel tempo prestabilito. Iepe Rubingh divenne così il primo campione mondiale di Chessboxing.
Da quel momento in  poi, questo sport ha intrapreso una  parabola ascendente, iniziando a diffondersi in altri paesi. L’India, la Russia, la Germania, la Cina e l’Italia sono membri  della WCBO. A Londra vi è un’organizzazione parallela, la World Chess Boxing Association (WCBA), che negli ultimi cinque anni ha organizzato più di 20 tornei.
L’obbiettivo primario di  queste due organizzazioni, la  WCBA e la  WCBO, è  quello di  diffondere il più possibile questo sport, al  punto di, come afferma il sito della WCBO ,“far   diventare il Chessboxing la disciplina regina delle Olimpiadi”.

Gianluca Sirci, lo sfidante italiano di Nikolay Sazhin

Gianluca Sirci, lo sfidante italiano di Nikolay Sazhin

Per diventare chessboxer non serve solo tanta voglia e un paio di guantoni. Come recita il sito della WCBO, bisogna avere  meno di  35 anni, essere in ottima forma fisica, avere  all’attivo almeno 20 match di boxe e il tuo ELO, ossia il metodo utilizzato dalla Federazione Internazionale degli Scacchi (FIDE) per misurare la forza relativa di un giocatore di scacchi, che non sia minore di 1800, qualco-sa meno di un giocatore definito “esperto”. In caso non si sia a disposizione di un punteggio ELO, o di un livello di un altro  sistema nazionale  o internazionale, un preparatore della  WCBO vi testerà online. Sul sito  dell’organizzazione si trova  un application form, che  una volta riempita, verrà valutata dagli addetti ai lavori.
Sebbene le capitali del chessboxing siano Londra, seguita subito dopo da Berlino, anche  in Italia questo sport sta iniziando a prendere piede. Infatti. Lo scorso 28 novembre Gianluca Sirci, detto “Il Dottore”, biologo di Foligno di 41 anni, ha incontrato il 25enne russo Nikolay Sazhin a Mosca, decisamente più quotato, essendo già campione dei massimi, sigla WCBA. Purtroppo, l’italiano, dopo otto riprese dove ha tenuto testa al russo più giovane e titolato, ha perso alla nona ripresa di scacchi, quando Sazhin ha costretto all’angolo il suo re.

Matteo Latorraca